Dante illustrato – Inferno, Canto VII

e disse: «Taci, maladetto lupo! / consuma dentro te con la tua rabbia (vv. 8-9)
e disse: “Taci, maladetto lupo! / consuma dentro te con la tua rabbia” (vv. 8-9)

A guardia del quarto cerchio si trova Plutone, dio della ricchezza, i cui tratti sono bestialmente deformati. Dalla sua bocca. di fronte al passaggio del vivo Dante, esce uno strano miscuglio di latino ed ebraico, una protesta a Satana messa subito a tacere da Virgilio: quel viaggio nelle profondità infernali è voluto da Dio stesso. Al «maledetto lupo», come lo apostrofa la guida, non resta che sfogare dentro di sé la propria rabbia.

ché tutto l'oro ch'è sotto la luna / e che già fu, di quest' anime stanche / non poterebbe farne posare una (vv. 64-66)
ché tutto l’oro ch’è sotto la luna / e che già fu, di quest’ anime stanche / non poterebbe farne posare una (vv. 64-66)

Nel quarto cerchio sono puniti gli avari e i prodighi. Le due schiere spingono enormi massi dai lati opposti del girone, finendo poi per scontrarsi e rinfacciarsi reciprocamente i loro peccati. Nemmeno tutto l’oro del mondo potrebbe dare riposo a queste anime sottoposte dalla giustizia divina a un’assurda fatica dopo una vita in cui si affannarono altrettanto vanamente dietro le ricchezze terrene, accumulandone o spendendole senza alcuna misura.

Figlio, or vedi / l'anime di color cui vinse l'ira (vv.115-116)
Figlio, or vedi / l’anime di color cui vinse l’ira (vv. 115-116)

Dante e Virgilio giungono sulla riva della palude dello Stige, nel quinto cerchio. Qui, nel pantano, si trovano gli iracondi, che si percuotono l’un l’altro con ogni parte del corpo, facendosi così docili strumenti della giustizia divina. Completamente immerse nella palude, tanto da far affiorare solo le bolle di un canto che resta strozzato in gola, sono invece le anime degli accidiosi: affetti da una cupa disperazione, Incapaci di provare gioia quando godevano della luce del sole, ora si rattristano sprofondati in quel fango nero come la notte.

Le illustrazioni sono di Gustave Doré (1832-1883).

Inferno, Canto VII

[Canto settimo, dove si dimostra del quarto cerchio de l’inferno e alquanto del quinto; qui pone la pena del peccato de l’avarizia e del vizio de la prodigalità; e del dimonio Pluto; e quello che è fortuna.]

«Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,
cominciò Pluto con la voce chioccia;
e quel savio gentil, che tutto seppe,

disse per confortarmi: «Non ti noccia
la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,
non ci torrà lo scender questa roccia».

Poi si rivolse a quella ‘nfiata labbia,
e disse: «Taci, maladetto lupo!
consuma dentro te con la tua rabbia.

Non è sanza cagion l’andare al cupo:
vuolsi ne l’alto, là dove Michele
fé la vendetta del superbo strupo».

Quali dal vento le gonfiate vele
caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,
tal cadde a terra la fiera crudele.

Così scendemmo ne la quarta lacca,
pigliando più de la dolente ripa
che ‘l mal de l’universo tutto insacca.

Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
nove travaglie e pene quant’ io viddi?
e perché nostra colpa sì ne scipa?

Come fa l’onda là sovra Cariddi,
che si frange con quella in cui s’intoppa,
così convien che qui la gente riddi.

Qui vid’ i’ gente più ch’altrove troppa,
e d’una parte e d’altra, con grand’ urli,
voltando pesi per forza di poppa.

Percotëansi ‘ncontro; e poscia pur lì
si rivolgea ciascun, voltando a retro,
gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».

Così tornavan per lo cerchio tetro
da ogne mano a l’opposito punto,
gridandosi anche loro ontoso metro;

poi si volgea ciascun, quand’ era giunto,
per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.
E io, ch’avea lo cor quasi compunto,

dissi: «Maestro mio, or mi dimostra
che gente è questa, e se tutti fuor cherci
questi chercuti a la sinistra nostra».

Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci
sì de la mente in la vita primaia,
che con misura nullo spendio ferci.

Assai la voce lor chiaro l’abbaia,
quando vegnono a’ due punti del cerchio
dove colpa contraria li dispaia.

Questi fuor cherci, che non han coperchio
piloso al capo, e papi e cardinali,
in cui usa avarizia il suo soperchio».

E io: «Maestro, tra questi cotali
dovre’ io ben riconoscere alcuni
che furo immondi di cotesti mali».

Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:
la sconoscente vita che i fé sozzi,
ad ogne conoscenza or li fa bruni.

In etterno verranno a li due cozzi:
questi resurgeranno del sepulcro
col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.

Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
qual ella sia, parole non ci appulcro.

Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
d’i ben che son commessi a la fortuna,
per che l’umana gente si rabuffa;

ché tutto l’oro ch’è sotto la luna
e che già fu, di quest’ anime stanche
non poterebbe farne posare una».

«Maestro mio», diss’ io, «or mi dì anche:
questa fortuna di che tu mi tocche,
che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».

E quelli a me: «Oh creature sciocche,
quanta ignoranza è quella che v’offende!
Or vo’ che tu mia sentenza ne ‘mbocche.

Colui lo cui saver tutto trascende,
fece li cieli e diè lor chi conduce
sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende,

distribuendo igualmente la luce.
Similemente a li splendor mondani
ordinò general ministra e duce

che permutasse a tempo li ben vani
di gente in gente e d’uno in altro sangue,
oltre la difension d’i senni umani;

per ch’una gente impera e l’altra langue,
seguendo lo giudicio di costei,
che è occulto come in erba l’angue.

Vostro saver non ha contasto a lei:
questa provede, giudica, e persegue
suo regno come il loro li altri dèi.

Le sue permutazion non hanno triegue:
necessità la fa esser veloce;
sì spesso vien chi vicenda consegue.

Quest’ è colei ch’è tanto posta in croce
pur da color che le dovrien dar lode,
dandole biasmo a torto e mala voce;

ma ella s’è beata e ciò non ode:
con l’altre prime creature lieta
volve sua spera e beata si gode.

Or discendiamo omai a maggior pieta;
già ogne stella cade che saliva
quand’ io mi mossi, e ‘l troppo star si vieta».

Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva
sovr’ una fonte che bolle e riversa
per un fossato che da lei deriva.

L’acqua era buia assai più che persa;
e noi, in compagnia de l’onde bige,
intrammo giù per una via diversa.

In la palude va c’ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand’ è disceso
al piè de le maligne piagge grige.

E io, che di mirare stava inteso,
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte, con sembiante offeso.

Queste si percotean non pur con mano,
ma con la testa e col petto e coi piedi,
troncandosi co’ denti a brano a brano.

Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi
l’anime di color cui vinse l’ira;
e anche vo’ che tu per certo credi

che sotto l’acqua è gente che sospira,
e fanno pullular quest’ acqua al summo,
come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.

Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo
ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
portando dentro accidïoso fummo:

or ci attristiam ne la belletta negra”.
Quest’ inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con parola integra».

Così girammo de la lorda pozza
grand’ arco, tra la ripa secca e ‘l mézzo,
con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.

Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.

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Seicento #2. Vecchi confini, nuovi orizzonti

Willem Bleau, Nova totius terrarum orbis geographica ac hydrographica tabula, Amsterdam 1635
Willem Bleau, Nova totius terrarum orbis geographica ac hydrographica tabula (Amsterdam, 1635)

Guerre, carestie, epidemie

Tra la fine del Quattrocento e il tardo Settecento i governi delle monarchie e delle repubbliche europee spesero sempre più denaro per avere armi più moderne e diventare più forti.

Si costruirono fortezze più solide, artiglierie più potenti, esplosivi più efficaci. Gli eserciti erano formati da un numero sempre più alto di soldati che venivano reclutati nelle campagne anche con la forza. Mentre nel Medioevo gli scontri avvenivano tra poche migliaia di soldati, nell’età moderna si scontravano eserciti con centinaia di migliaia di soldati. Alla fine di una battaglia c’erano moltissimi feriti che rimanevano invalidi.

Nell’Europa moderna c’erano continue guerre, carestie, epidemie. Le guerre provocavano carestie, perché molti contadini non lavoravano più la terra per andare a combattere, inoltre i soldati consumavano le scorte alimentari. Negli anni di cattivo raccolto il prezzo delle farine aumentava moltissimo e i poveri mendicavano un po’ di pane. La povertà, la fame e le guerre facevano scoppiare epidemie. La più terribile fu la peste.

Per approfondire…

  • Un elenco delle guerre del Seicento si trova qui
  • La peste

Incontri e scontri di civiltà

Le guerre di religione, che insanguinarono l’Europa dalla meta del Cinquecento alla metà del Seicento, crearono due generi di viaggiatori particolari: gli emigranti e i missionari. Gli emigranti lasciavano la loro terra per fuggire dalle guerre, ma anche per perché non avevano soldi o amavano l’avventura. I missionari partivano perché volevano convertire gli «infedeli», quelli cioè che avevano un’altra fede religiosa.

All’inizio del Seicento (1610) un gruppo di calvinisti inglesi, perseguitati per motivi religiosi, emigrarono in America del nord dove risiedevano i «pellirosse». Migliaia di missionari cattolici partivano verso le Americhe, l’Africa o l’Asia per portare la parola del Vangelo.

Per approfondire…

La rivoluzione scientifica

Nel Seicento si diffuse una nuova idea di scienza: non c’era più una divisione tra teoria e pratica; lo scienziato doveva fare ipotesi e poi sperimentare. Gli scienziati più importanti di questo secolo furono Galileo Galilei (1564-1642) ed Isaac Newton (1642-1727).

Il ragionamento scientifico rispetta obbligatoriamente una serie di tappe per non inquinare l’indagine con giudizi personali o errori:

  1. Osservazione di un fenomeno
  2. Formulazione dell’ipotesi che lo possa spiegare
  3. Verifica dell’ipotesi attraverso la sperimentazione

Le ipotesi confermate diventano leggi; da un’insieme di leggi si costruisce una teoria.

Schema per il metodo deduttivo
Schema per il metodo deduttivo
Schema per il metodo induttivo
Schema per il metodo induttivo

L’applicazione del metodo sperimentale permise di compiere importanti scoperte nel campo della medicina, della biologia, della fisica e dell’astronomia. La scienza cominciò gradualmente ad affrancarsi dalla mentalità medievale e dall’influenza della Chiesa.

Per approfondire…

…e dopo aver ripassato, mettiti alla prova!

Rispondi alle seguenti domande:
  1. Dove venivano reclutati i soldati tra la fine del Quattrocento e il tardo Settecento?
  2. Che cosa provocavano le guerre?
  3. Quando i Padri pellegrini emigrarono in America del nord?
  4. Perché i missionari partivano?
Vero o falso?
  1. Tra la fine del Quattrocento e il tardo Settecento si costruirono fortezze più solide.
  2. Solo le guerre facevano scoppiare epidemie.
  3. Le guerre di religione avvennero alla fine del Seicento.
  4. I pellirosse vivevano nell’America del nord.
  5. Nella scienza del Seicento c’era una divisione tra teoria e pratica.
Sai spiegare il significato di questi termini?
  • Emigranti
  • Missionari
  • Infedeli
  • Padri pellegrini
  • Evangelizzare
  • Reclutare
  • Carestia
  • Epidemia
  • Accademia

Seicento #1. Le monarchie assolute

Spagna

Con Filippo II d’Asburgo (1556-1598), il più potente re d’Europa, la Spagna divenne un regno ben organizzato, grazie ad una burocrazia moderna ed efficiente. Fu però sconfitta più volte e nel 1588 la sua flotta fu distrutta dall’Inghilterra. I nobili spagnoli, abituati ad avere immense ricchezze dalle colonie, non erano interessati a migliorare l’agricoltura né altre attività: ebbe inizio per la Spagna un lungo periodo di decadenza.

Philippe-Jacques de Loutherbourg, La sconfitta dell'Invincibile Armada (1796)
Philippe-Jacques de Loutherbourg, La sconfitta dell’Invincibile Armada (1796)

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La situazione della penisola italiana nel Seicento

Ugualmente l’Italia, dominata dalla Spagna, ebbe nel Seicento un periodo di decadenza, anche perché la monarchia spagnola impose tributi pesantissimi. D’altra parte le repubbliche di Genova e di Venezia erano in decadenza da quando il traffico commerciale si era spostato dal Mediterraneo all’Atlantico. Ai confini con la Francia invece si rafforzava il ducato di Savoia che si era esteso fino al Piemonte.

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L’Italia nel XVII secolo

Paesi Bassi

Le Province Unite d’Olanda, l’unica repubblica fiorente nel secolo delle monarchie assolute, produssero la civiltà più avanzata del Seicento europeo. Conquistata con una lunga guerra l’indipendenza dalla Spagna, gli Olandesi diventarono i primi nel commercio internazionale con le Americhe e le Indie e crearono un grande impero coloniale. La società olandese fu la più democratica e tollerante dell’epoca.

Rembrandt, Sei sindaci dei drappieri di Amsterdam (1662)
Rembrandt, Sei sindaci dei drappieri di Amsterdam (1662)

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Francia

Nel Seicento in Francia i re raggiunsero tre obiettivi:

  1. la pacificazione religiosa
  2. il rilancio economico
  3. il rafforzamento della monarchia

La Francia diventò una monarchia assoluta (dal latino a legibus soluta = ‘sciolta dalle leggi’) perché il re era libero da ogni controllo, anche da parte dei nobili. Le province francesi erano amministrate dagli «intendenti», funzionari che obbedivano al re.

Luigi XIV, il Re Sole (1643-1715) fu il simbolo dell’assolutismo e durante il suo regno la Francia divenne lo Stato politicamente più importante.

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Charles Le Brun, Ritratto di Luigi XIV, re di Francia (1661)

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Inghilterra

Durante il regno di Elisabetta I (1558-1603) si svilupparono l’agricoltura, la produzione dei panni di lana, il commercio. Dopo la vittoria sulla Spagna le navi inglesi dominarono l’Atlantico e cominciò l’esplorazione delle coste americane e asiatiche.

In Inghilterra il re governava insieme al Parlamento, formato da due Camere, la Camera dei Lords e quella dei Comuni. I membri della Camera dei Lords erano scelti dal re, quelli della Camera dei Comuni erano eletti dai sudditi benestanti.

Morta Elisabetta I seguì un periodo di rivoluzioni: aristocratici, borghesi e contadini si unirono per impedire che i re trasformassero l’Inghilterra in una monarchia assoluta. Alla fine, nel 1689, il re Guglielmo III firmo la «Dichiarazione dei diritti del Parlamento», impegnandosi a riconoscere le leggi approvate dal Parlamento. Nacque quindi la prima monarchia costituzionale.

George Gower, Elisabetta I (1588) Il ritratto di Elisabetta fu dipinto intorno al 1588 per commemorare la disfatta dell'Invincibile Armata. Elisabetta tiene la mano sul globo, simbolo di autorità, mentre sullo sfondo è raffigurato l'evento
George Gower, Elisabetta I (1588)
Il ritratto di Elisabetta fu dipinto intorno al 1588 per commemorare la disfatta dell’Invincibile Armata. Elisabetta tiene la mano sul globo, simbolo di autorità, mentre sullo sfondo è raffigurato l’evento

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La Guerra dei trent’anni

Dal 1618 al 1648 la Germania, divisa in tante parti, fu insanguinata da una guerra lunghissima. Nata da motivi religiosi, principi cattolici contro principi protestanti, la guerra coinvolse tutte le principali monarchie europee. La pace di Westfalia portò in Europa un nuovo equilibrio.

L'Europa dopo la pace di Westfalia (1648)
L’Europa dopo la pace di Westfalia (1648)

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…e dopo il ripasso, mettiti alla prova!

Rispondi alle seguenti domande
  1. Da chi fu distrutta nel 1588 la flotta spagnola?
  2. Quale Stato si rafforzava in Italia?
  3. Nel secolo delle monarchie assolute quale fu l’unica repubblica fiorente?
  4. Da chi erano amministrate le province francesi?
  5. Cosa avvenne dopo la morte della regina Elisabetta?
  6. Quale paese fu insanguinato dalla Guerra dei trent’anni?
Vero o falso?
  1. I nobili spagnoli migliorarono l’agricoltura e le altre attività.
  2. L’Italia nel Seicento ebbe un periodo di decadenza.
  3. Gli Olandesi crearono un grande impero coloniale.
  4. Quella francese diventò una monarchia costituzionale.
  5. In Inghilterra il re governava da solo.
  6. I membri della Camera dei Lords erano eletti dai sudditi.
Sai spiegare il significato dei seguenti termini?
  • monarchia assoluta
  • monarchia costituzionale
  • repubblica
  • burocrazia

Cinquecento #2. Le guerre di religione e la Controriforma cattolica

Altre Chiese protestanti

La Riforma protestante di Lutero si diffuse dalla Danimarca alla Svezia, spesso con l’appoggio dei re. In Inghilterra il re Enrico VIII si distaccò dalla Chiesa cattolica (1543) e si dichiarò capo di una nuova Chiesa, la Chiesa Anglicana.

Grandi predicatori diffusero in altre parti d’Europa la religione protestante: il più importante fu Giovanni Calvino. Egli a Ginevra, in Svizzera, organizzò una repubblica severamente basata sui principi della nuova religione.

Hans Holbein il Giovane, Ritratto di Enrico VIII (1539-41)
Hans Holbein il Giovane, Ritratto di Enrico VIII (1539-41)

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Da Carlo V a Filippo II

Carlo V, svanito il sogno di regnare su un’Europa unita nella religione, nel 1555 rinunciò al trono. Suo fratello Ferdinando I ereditò titolo imperiale e territori austriaci, suo figlio Filippo II ereditò Spagna, Fiandre, territori italiani e colonie americane. Seguendo l’esempio del padre, Filippo II si impegnò nella lotta contro i Turchi e nel 1571 li sconfisse nella battaglia navale di Lepanto. I Turchi da allora dominarono solo la parte orientale del Mediterraneo.

Paolo Veronese, Allegoria della battaglia di Lepanto (1571)
Paolo Veronese, Allegoria della battaglia di Lepanto (1571)

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Guerre di religione in Europa

Il calvinismo si diffuse in Francia e nelle Fiandre. In Francia ci fu una vera e propria guerra civile tra cattolici e ugonotti (così erano chiamati i calvinisti francesi) che furono sterminati. Nelle Fiandre gli abitanti del nord si ribellarono a Filippo II con lo scopo di creare una repubblica calvinista. Dopo una lunga guerra conquistarono l’indipendenza e crearono la Repubblica delle Province Unite, oggi Olanda. Le regioni del sud, oggi Belgio, rimasero cattoliche e fedeli al re.

Tiziano, Ritratto di Filippo II, (1555 ca.)
Tiziano, Ritratto di Filippo II (1555 ca.)

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La Controriforma cattolica

Solo l’Italia e la Spagna avevano evitato guerre di religione; da qui partì un movimento di rinnovamento della religione cattolica che gli storici hanno chiamato Controriforma. Con il Concilio di Trento (1545-1563) si riaffermarono i principi della religione cattolica e si stabilì che solo la Chiesa può interpretare le Sacre Scritture. I vescovi tornarono a vivere nelle loro sedi; i preti furono preparati in scuole speciali, i seminari; la cura delle anime e l’insegnamento del Vangelo divennero nuovamente il compito centrale della Chiesa.

Della Controriforma fece parte anche la repressione. Il Sant’Uffizio o tribunale dell’inquisizione romana, chiamato allora Congregazione della sacra romana e universale Inquisizione, giudicava le persone sospette di eresia. Molti protestanti italiani, per salvarsi, furono costretti a scappare. Fu creato l’Indice dei libri proibiti che vietava la lettura dei testi considerati eretici. Migliaia di donne, anche nei paesi protestanti, furono condannate al rogo o impiccate perché considerate streghe.

Veronese, Cena a casa di Levi (1573) Dipinto inquisito dal Tribunale del Sant'Uffizio (originariamente il titolo dell'opera era L'ultima cena...)
Paolo Veronese, Cena a casa di Levi (1573)
Dipinto inquisito dal Sant’Uffizio: il tribunale non gradì il punto di vista innovativo dell’autore il quale, all’alternativa di modificare l’opera stessa, preferì adattarle un nuovo titolo (originariamente il titolo dell’opera era L’ultima cena!)

Per approfondire…

…e dopo aver ripassato, mettiti alla prova!

Rispondi alle seguenti domande
  1. Contro chi si allearono molti principi tedeschi?
  2. Chi sconfisse i Turchi nella battaglia di Lepanto?
  3. Che cosa fece il re d’Inghilterra Enrico VIII?
  4. Che cosa organizzò Calvino a Ginevra?
  5. Quali territori si ribellarono a Filippo II?
  6. Che cosa fece il Concilio di Trento?
Vero o falso?
  1. Nel 1555 Carlo V rinunciò al trono.
  2. Calvino diffuse la religione protestante in Svizzera.
  3. Le regioni del sud delle Fiandre, oggi Belgio, divennero calviniste.
  4. La Controriforma partì da Italia e Spagna.
  5. Migliaia di donne, solo nei paesi cattolici, furono condannate al rogo.
Sai spiegare il significato dei seguenti termini?
  • Chiesa Anglicana
  • Calvinismo
  • Ugonotti
  • Inquisizione
  • Controriforma
  • Seminari
  • Repubblica
  • Guerra civile
  • Concilio

Cinquecento #1. L’età di Carlo V e la Riforma protestante

L’impero di Carlo V

Nel 1519 il giovane Carlo d’Asburgo fu eletto imperatore del Sacro Romano Impero col nome di Carlo V. Aveva già ereditato dai nonni molti regni: Spagna, Italia meridionale, Franca Contea (oggi in Francia), Fiandre (oggi Belgio e Olanda), Austria, Boemia (oggi Repubblica ceca), le colonie spagnole in America. Profondamente cattolico, sognava di governare in pace; dovette invece combattere in un’Europa divisa da guerre di religione.

Antoon van Dyck, Ritratto equestre di Carlo V
Antoon van Dyck, Ritratto equestre di Carlo V (1620 circa)

Le guerre d’Italia

L’Italia viveva un periodo molto difficile. Nel 1494 i Francesi l’invasero; da allora, per sessant’anni, la penisola italiana fu terreno di battaglia di Francesi e di Spagnoli. Gli Stati italiani si divisero e si allearono ora con i Francesi, ora con gli Spagnoli. Ricordiamo in particolare il «sacco» (saccheggio) di Roma: nel 1527 i mercenari tedeschi di Carlo V la saccheggiarono perché l’Imperatore volle punire il Papa che si era alleato con i Francesi.

Sessant’anni di guerre ebbero gravi conseguenze. Gli Spagnoli ottennero, oltre al Regno di Napoli, lo Stato di Milano, non più indipendente; per tutti gli Stati, comprese le Repubbliche di Genova e di Venezia, iniziava una lunga decadenza sotto l’egemonia della Spagna.

La crisi della Chiesa

Nel Cinquecento entrò in crisi il rapporto tra la Chiesa e i fedeli. I papi del Rinascimento, grandi mecenati, erano accusati di pensare solo ad abbellire Roma. Cardinali e vescovi (l’alto clero) vivevano a Roma in palazzi sempre più belli e non nelle sedi a loro assegnate. I preti (basso clero), spesso ignoranti e senza la sorveglianza dei vescovi, trascuravano i fedeli che si sentivano abbandonati.

La cosa che fece più rumore, però, fu la «vendita delle indulgenze»: per denaro venivano promessi il perdono dei peccati e la diminuzione del castigo in Purgatorio. Il denaro da tutta Europa arrivava a Roma, dove era in costruzione la nuova basilica di San Pietro.

Martin Lutero e la riforma protestante

Alla vendita delle indulgenze si ribellò in Germania il frate Martin Lutero. Era convinto che la Chiesa non potesse liberare le anime del Purgatorio; per salvare la propria anima bisognava credere in Dio e obbedire alle Sacre Scritture, non ai vescovi e ai preti.

Per Lutero ogni credente poteva leggere e spiegare da solo le Sacre Scritture. Illustrò il suo pensiero in 95 tesi, cioè affermazioni, che nel 1517 attaccò al portale della chiesa di Wittenberg. Il papa Leone X lo scomunicò, l’imperatore Carlo V pubblicò un editto che lo allontanava dall’impero.

Alcuni prìncipi tedeschi presero le difese di Lutero e protestarono (da qui l’aggettivo protestante dato alla Riforma della religione cristiana fatta da Lutero).

Lutero tradusse la Bibbia dal latino in tedesco e utilizzò, per comunicare le sue idee libri brevi, illustrati, poco costosi che anche le persone poco istruite potevano capire. L’invenzione della stampa fu di grande aiuto.

La Riforma protestante si diffuse in Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Svezia e Inghilterra.

Lucas Cranach, Ritratto di Martin Lutero (1529)
Lucas Cranach, Ritratto di Martin Lutero (1529)

Per approfondire…

Conseguenze della Riforma

In Germania molti prìncipi, per difendere la Riforma di Lutero, si allearono contro Carlo V. Avevano certo dei motivi religiosi, ma volevano anche più indipendenza dall’imperatore.

Dopo trenta anni di guerra l’imperatore, con la pace di Augusta (1555), diede a ogni principe il diritto di scegliere la religione per il proprio territorio. La Germania settentrionale divenne protestante, quella meridionale cattolica.

Per approfondire…

… e dopo il ripasso, mettiti alla prova!

Rispondi alle seguenti domande
  1. Chi fu eletto imperatore del Sacro Romano Impero nel 1519?
  2. Come vengono chiamate oggi le Fiandre?
  3. Che cosa successe nel 1527 a Roma?
  4. Che cosa ottennero gli Spagnoli?
  5. Di che cosa erano accusati i papi del Rinascimento?
  6. Chi si ribellò alla vendita delle indulgenze?
  7. Da chi fu protetto Martin Lutero?
Vero o falso?
  1. I numerosi Stati italiani si unirono contro Francesi e Spagnoli.
  2. Per tutti gli Stati italiani iniziò un periodo di decadenza.
  3. Nel Cinquecento entrò in crisi il rapporto tra la Chiesa e i fedeli.
  4. Lutero pensava che la Chiesa potesse liberare le anime del Purgatorio.
  5. Il papa Leone X scomunicò Lutero.
  6. Dopo la pace di Augusta la Germania settentrionale rimase cattolica.
Sai spiegare perché…
  • i mercenari di Carlo V saccheggiarono Roma?
  • nel Cinquecento entrò in crisi il rapporto tra la Chiesa e i fedeli?
  • la riforma religiosa di Lutero prese il nome di Riforma protestante?
  • l’invenzione della stampa aiutò la diffusione delle idee di Lutero?

Dante illustrato – Inferno, Canto VI

E 'l duca mio distese le sue spanne, / prese la terra, e con piene le pugna / la gittò dentro a le bramose canne. (vv. 25-27)
E ‘l duca mio distese le sue spanne, / prese la terra, e con piene le pugna / la gittò dentro a le bramose canne. (vv. 25-27)

Dopo essersi ridestato, Dante si ritrova nel terzo cerchio, dove una pioggia fetida, mista a neve e a grandine, cade incessantemente sulle anime dei golosi. Coloro che un tempo amarono troppo i piaceri e le delizie della tavola giacciono ora in un fango maleodorante, dove sono straziati da Cerbero, mostruoso cane infernale a tre teste che li graffia e li squarta, tormentandoli anche col suo orrendo latrato. Virgilio placa il guardiano che si fa incontro minaccioso con manciate di terra, gettandola dentro le gole fameliche.

Ed elli a me: «La tua città, ch'è piena / d'invidia sì che già trabocca il sacco, / seco mi tenne in la vita serena. / Voi cittadini mi chiamaste Ciacco [...] (vv. 49-52)
Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena / d’invidia sì che già trabocca il sacco, / seco mi tenne in la vita serena. / Voi cittadini mi chiamaste Ciacco […] (vv. 49-52)

Mentre Dante e Virgilio passano sopra i dannati, che hanno parvenza corporea e sentono dolore come se fossero di carne, un’anima si leva a sedere all’improvviso: ha riconosciuto Dante, che invece non riesce a ricordarsi di lui, tanto il suo aspetto è sfigurato dalla pena. Ciacco, come veniva chiamato dai fiorentini, profetizza la rapida degenerazione del conflitto tra guelfi bianchi e guelfi neri, con la futura vittoria di questi ultimi. Firenze è stracolma d’odio, irrimediabilmente divisa, ed è preda di invidia, superbia, avidità, le tre malvagie scintille che hanno ormai incendiato gli animi.

Le illustrazioni sono di Gustave Doré (1832-1883).

Inferno, Canto VI

[Canto sesto, nel quale mostra del terzo cerchio de l’inferno e tratta del punimento del vizio de la gola, e massimamente in persona d’un fiorentino chiamato Ciacco; in confusione di tutt’i buffoni tratta del dimonio Cerbero e narra in forma di predicere più cose a divenire a la città di Fiorenza.]

Al tornar de la mente, che si chiuse
dinanzi a la pietà d’i due cognati,
che di trestizia tutto mi confuse,

novi tormenti e novi tormentati
mi veggio intorno, come ch’io mi mova
e ch’io mi volga, e come che io guati.

Io sono al terzo cerchio, de la piova
etterna, maladetta, fredda e greve;
regola e qualità mai non l’è nova.

Grandine grossa, acqua tinta e neve
per l’aere tenebroso si riversa;
pute la terra che questo riceve.

Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa.

Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e ‘l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.

Urlar li fa la pioggia come cani;
de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
volgonsi spesso i miseri profani.

Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non avea membro che tenesse fermo.

E ‘l duca mio distese le sue spanne,
prese la terra, e con piene le pugna
la gittò dentro a le bramose canne.

Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
e si racqueta poi che ‘l pasto morde,
ché solo a divorarlo intende e pugna,

cotai si fecer quelle facce lorde
de lo demonio Cerbero, che ‘ntrona
l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.

Noi passavam su per l’ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona.

Elle giacean per terra tutte quante,
fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
ch’ella ci vide passarsi davante.

«O tu che se’ per questo ‘nferno tratto»,
mi disse, «riconoscimi, se sai:
tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto».

E io a lui: «L’angoscia che tu hai
forse ti tira fuor de la mia mente,
sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.

Ma dimmi chi tu se’ che ‘n sì dolente
loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente».

Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena
d’invidia sì che già trabocca il sacco,
seco mi tenne in la vita serena.

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.

E io anima trista non son sola,
ché tutte queste a simil pena stanno
per simil colpa». E più non fé parola.

Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno
mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ‘nvita;
ma dimmi, se tu sai, a che verranno

li cittadin de la città partita;
s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
per che l’ha tanta discordia assalita».

E quelli a me: «Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l’altra con molta offensione.

Poi appresso convien che questa caggia
infra tre soli, e che l’altra sormonti
con la forza di tal che testé piaggia.

Alte terrà lungo tempo le fronti,
tenendo l’altra sotto gravi pesi,
come che di ciò pianga o che n’aonti.

Giusti son due, e non vi sono intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c’hanno i cuori accesi».

Qui puose fine al lagrimabil suono.
E io a lui: «Ancor vo’ che mi ‘nsegni
e che di più parlar mi facci dono.

Farinata e ‘l Tegghiaio, che fuor sì degni,
Iacopo Rusticucci, Arrigo e ‘l Mosca
e li altri ch’a ben far puoser li ‘ngegni,

dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;
ché gran disio mi stringe di savere
se ‘l ciel li addolcia o lo ‘nferno li attosca».

E quelli: «Ei son tra l’anime più nere;
diverse colpe giù li grava al fondo:
se tanto scendi, là i potrai vedere.

Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
più non ti dico e più non ti rispondo».

Li diritti occhi torse allora in biechi;
guardommi un poco e poi chinò la testa:
cadde con essa a par de li altri ciechi.

E ‘l duca disse a me: «Più non si desta
di qua dal suon de l’angelica tromba,
quando verrà la nimica podesta:

ciascun rivederà la trista tomba,
ripiglierà sua carne e sua figura,
udirà quel ch’in etterno rimbomba».

Sì trapassammo per sozza mistura
de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,
toccando un poco la vita futura;

per ch’io dissi: «Maestro, esti tormenti
crescerann’ ei dopo la gran sentenza,
o fier minori, o saran sì cocenti?».

Ed elli a me: «Ritorna a tua scïenza,
che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
più senta il bene, e così la doglienza.

Tutto che questa gente maladetta
in vera perfezion già mai non vada,
di là più che di qua essere aspetta».

Noi aggirammo a tondo quella strada,
parlando più assai ch’i’ non ridico;
venimmo al punto dove si digrada:

quivi trovammo Pluto, il gran nemico.

Dante illustrato – Inferno, Canto V

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia (v. 4)
Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia (v. 4)

Con la discesa nel secondo cerchio, Dante e Virgilio entrano nell’Inferno vero e proprio. All’ingresso si trova Minosse, il re di Creta. Trasformato in un demone mostruoso, che ringhia orribilmente, è dotato di una lunga coda, con la quale emette le sue sentenze. il numero dei giri che la coda fa intorno al suo corpo stabilisce in quale cerchio viene precipitata l’anima di turno.

La bufera infernal, che mai non resta, / mena li spirti con la sua rapina (vv. 31-32)
La bufera infernal, che mai non resta, / mena li spirti con la sua rapina (vv. 31-32)

Nel cerchio infernale, totalmente privo di luce, Dante è colpito dal suono di un mare in tempesta: qui, trascinati da una bufera senza fine, sono puniti i lussuriosi, che in vita si lasciarono trascinare dall’istinto e dalle passioni.

I’ cominciai: «Poeta, volontieri / parlerei a quei due che ’nsieme vanno, / e paion sì al vento esser leggeri» (vv. 73-75)
I’ cominciai: «Poeta, volontieri / parlerei a quei due che ’nsieme vanno, / e paion sì al vento esser leggeri» (vv. 73-75)

Nella folta schiera dei lussuriosi, Dante è attratto da una coppia di anime, strette insieme anche dopo la morte, che sembrano più lievi delle altre, ed esprime a Virgilio il desiderio di parlare con loro.

Amor condusse noi ad una morte: / Caina attende chi a vita ci spense (vv. 106-107)
Amor condusse noi ad una morte: / Caina attende chi a vita ci spense (vv. 106-107)

Le due anime scendono verso Dante, nel punto in cui il vento cessa brevemente di soffiare. Sono Francesca da Polenta e Paolo Malatesta, cognati celebri per il loro tragico amore, che li unì anche nella morte. Il signore di Rimini, Gianciotto, marito dell’una e fratello dell’altro, li sorprese e li uccise, ma per questo – dice Francesca – finirà in fondo all’Inferno, con i traditori dei parenti.

Quel giorno più non vi leggemmo avante (v. 138)
Quel giorno più non vi leggemmo avante (v. 138)

Superando il dolore del ricordo, Francesca rievoca il momento fatale in cui lei e Paolo scoprirono il loro amore. Leggevano insieme il racconto dell’amore di Lancillotto per Ginevra, «soli» e «sanza alcun sospetto», finché, sempre più avvinti nella storia, vennero sopraffatti dalla scena del bacio tra il cavaliere e la regina: fu allora che Paolo la «baciò tutto tremante».

E caddi come corpo morto cade (v. 142)
E caddi come corpo morto cade (v. 142)

Dante è vinto dal profondo turbamento per la storia di Paolo e Francesca e perde i sensi, cadendo come un corpo inanimato.

Le illustrazioni sono di Gustave Doré (1832-1883).

Inferno, Canto V

[Canto quinto, nel quale mostra del secondo cerchio de l’inferno, e tratta de la pena del vizio de la lussuria ne la persona di più famosi gentili uomini.]

Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia,
e tanto più dolor, che punge a guaio.

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.

Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata

vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;
vanno a vicenda ciascuna al giudizio;
dicono e odono, e poi son giù volte.

«O tu che vieni al doloroso ospizio»,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio,

«guarda com’entri e di cui tu ti fide;
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».
E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride?

Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».

Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.

Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.

La bufera infernal, che mai non resta, 
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.

Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.

Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.

E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali;

di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.

E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’io venir, traendo guai,

ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?».

«La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.

Ell’è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ’l Soldan corregge.

L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussuriosa.

Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.

Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.

Poscia ch’io ebbi il mio dottore udito
nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.

I’ cominciai: «Poeta, volontieri 
parlerei a quei due che ’nsieme vanno, 
e paion sì al vento esser leggeri».

Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno».

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!».

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettuoso grido.

«O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende 
prese costui de la bella persona 
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona, 
mi prese del costui piacer sì forte, 
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte: 
Caina attende chi a vita ci spense». 
Queste parole da lor ci fuor porte.

Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?».

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette Amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».

E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangea; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.

E caddi come corpo morto cade.