Intorno a Gozzano (Alle soglie)

Guido-Gozzano

Alle soglie

I.

Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto,
mio cuore, bambino che è tanto felice d’esistere al mondo,

pur chiuso nella tua nicchia, ti pare sentire di fuori
sovente qualcuno che picchia, che picchia… Sono i dottori.

Mi picchiano in vario lor metro spiando non so quali segni,
m’auscultano con gli ordegni il petto davanti e di dietro.

E sentono chi sa quali tarli i vecchi saputi… A che scopo?
Sorriderei quasi, se dopo non bisognasse pagarli..

«Appena un lieve sussulto all’apice… qui… la clavicola…»
E con la matita ridicola disegnano un circolo azzurro.

«Nutrirsi… non fare più versi… nessuna notte più insonne…
non più sigarette… non donne… tentare bei cieli più tersi:

Nervi… Rapallo… San Remo… cacciare la malinconia;
e se permette faremo qualche radioscopia…»

II.

O cuore non forse che avvisi solcarti, con grande paura,
la casa ben chiusa ed oscura, di gelidi raggi improvvisi?

Un fluido investe il torace, frugando il men peggio e il peggiore,
trascorre, e senza dolore disegna su sfondo di brace

e l’ossa e gli organi grami, al modo che un lampo nel fosco
disegna il profilo d’un bosco, coi minimi intrichi dei rami.

E vedon chi sa quali tarli i vecchi saputi… A che scopo?
Sorriderei quasi, se dopo non fosse mestiere pagarli.

III.

Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto,
mio cuore, bambino che è tanto felice d’esistere al mondo,

mio cuore dubito forte – ma per te solo m’accora –
che venga quella Signora dall’uomo detta la Morte.

(Dall’uomo: ché l’acqua la pietra l’erba l’insetto l’aedo
le danno un nome, che, credo, esprima un cosa non tetra.)

È una Signora vestita di nulla e che non ha forma.
Protende su tutto le dita, e tutto che tocca trasforma.

Tu senti un benessere come un incubo senza dolori;
ti svegli mutato di fuori, nel volto nel pelo nel nome.

Ti svegli dagl’incubi innocui, diverso ti senti, lontano;
né più ti ricordi i colloqui tenuti con guidogozzano.

Or taci nel petto corroso, mio cuore! Io resto al supplizio,
sereno come uno sposo e placido come un novizio.

Schema metrico: distici di versi doppi (perlopiù novenario + novenario, ma sono presenti anche settenari o ottonari) con rime interne ed esterne aBbA, oppure aBaB.

Secondo E. Gioanola, il buon Guido Gozzano (1883-1916), di famiglia benestante, iscritto a Giurisprudenza, ma frequentante i corsi e le lezioni di Arturo Graf alla facoltà di Lettere di Torino è irrimediabilmente un esteta, per quanto antidannunziano: il suo estetismo è l’equivalente esatto della sua impossibilità di aderire alla vita. Nel 1907, all’età di ventiquattro anni, pubblica il suo primo libro di poesie, La via del rifugio (mentre I colloqui, da cui questa poesia è tratta, è del 1911), si innamora di una poetessa, Amalia Guglielminetti, ed ha la prima grave crisi di tubercolosi. La malattia spinge il poeta a cercare in climi più caldi e mediterranei cure e panacee. La malattia, d’altra parte, allontana Gozzano dall’idea di dedicarsi ad una qualsiasi professione e gli apre il mondo della letteratura come il solo veramente praticabile: insomma, l’esteta Gozzano è uno che nel rapporto fra vita e arte sacrifica un termine rispetto a un altro (se D’Annunzio porta l’arte nella vita, il nostro, minuscolo, ‘guidogozzano’ riduce la vita a letteratura).

Ὁ δαίμων, il demone. Nella prima versione a stampa la poesia reca in epigrafe questa parola, con riferimento al demone socratico, cioè quella vocina che Socrate affermava di sentire dentro di sé e che si manifestava in lui fin dall’infanzia. Secondo la cultura religiosa e filosofica dei greci il  dáimōn è un essere che si pone a metà strada fra ciò che è divino e ciò che è umano, con la funzione di intermediare tra queste due dimensioni. Costui per Gozzano è rappresentato dal cuore monello e giocondo, spensierato e fanciullo, che ride pur anco nel pianto, suo interlocutore e intermediario alle soglie, al confine tra i due stadi.

E così Gozzano può declinare in chiave ironica il tema della morte: mio cuore dubito forte – ma per te solo m’accora – / che venga quella Signora dall’uomo detta la Morte. / […] / È una Signora vestita di nulla e che non ha forma. / Protende su tutto le dita, e tutto che tocca trasforma.

Il cuore fanciullo, rinnovata versione del gozzano bambino (leggi L’altro) è fonte della poesia e, insieme, radice della divisione fra io e mondo che presiede alla musa ironica. Davanti a Guido ora c’è veramente la Signora vestita di nulla, e la sua innata ironia deve cercarsi una via d’uscita, razionalizzare il non razionalizzabile, a costo di rielaborare, riattualizzandola, la propria poetica.

La poesia appartiene alla seconda sezione dei Colloqui, come già detto. La raccolta consta di 24 componimenti, scritti tra il 1907 e il ’10 ripartiti in tre sezioni: Il giovenile errore (che comprende «episodi di vagabondaggio sentimentale»), Alle soglie ( che adombra «qualche colloquio con la morte», e non a caso ha per titolo quello della poesia d’esordio: essa, infatti, ha valore proemiale), Il reduce (che riflette l’animo di chi, «reduce dall’Amore e dalla Morte», superato ogni guaio fisico e morale, si rassegna alla vita, sorridendo).

L’influenza di Gozzano sulla poesia contemporanea è stata vastissima e Gozzano appare oggi come una figura decisiva per tutta la lirica del Novecento, in quanto anticipatore di inquietudini e crisi proprie dei nostri giorni.

Per chi volesse approfondire allego un saggio di Niva Lorenzini tratto dalla Letteratura Italiana Einaudi a cura di Alberto Asor Rosa: “I colloqui” di Guido Gozzano.

Mi congedo suggerendo l’ascolto di due canzoni di Guccini, Incontro e L’isola non trovata: sta a voi trovare i rimandi letterari e i debiti con il nostro poeta. (I miei debiti con quanto scritto vanno invece al già citato Elio Gioanola, Letterattura italiana – Storia e testi, volume III, tomo primo, Colonna, Milano, 1998; C. Segre, C. Martignoni, Leggere il mondo, volume VII, Bruno Mondadori, Milano, 2001; Luca Lenzini, Con le mani in tasca, saggio introduttivo a Guido Gozzano, Poesie e prose, Feltrinelli, Milano, 1995 e sicuramente qualcos’altro, che ora mi sfugge).

 

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