Dante illustrato – Inferno, Canto VI

E 'l duca mio distese le sue spanne, / prese la terra, e con piene le pugna / la gittò dentro a le bramose canne. (vv. 25-27)
E ‘l duca mio distese le sue spanne, / prese la terra, e con piene le pugna / la gittò dentro a le bramose canne. (vv. 25-27)

Dopo essersi ridestato, Dante si ritrova nel terzo cerchio, dove una pioggia fetida, mista a neve e a grandine, cade incessantemente sulle anime dei golosi. Coloro che un tempo amarono troppo i piaceri e le delizie della tavola giacciono ora in un fango maleodorante, dove sono straziati da Cerbero, mostruoso cane infernale a tre teste che li graffia e li squarta, tormentandoli anche col suo orrendo latrato. Virgilio placa il guardiano che si fa incontro minaccioso con manciate di terra, gettandola dentro le gole fameliche.

Ed elli a me: «La tua città, ch'è piena / d'invidia sì che già trabocca il sacco, / seco mi tenne in la vita serena. / Voi cittadini mi chiamaste Ciacco [...] (vv. 49-52)
Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena / d’invidia sì che già trabocca il sacco, / seco mi tenne in la vita serena. / Voi cittadini mi chiamaste Ciacco […] (vv. 49-52)

Mentre Dante e Virgilio passano sopra i dannati, che hanno parvenza corporea e sentono dolore come se fossero di carne, un’anima si leva a sedere all’improvviso: ha riconosciuto Dante, che invece non riesce a ricordarsi di lui, tanto il suo aspetto è sfigurato dalla pena. Ciacco, come veniva chiamato dai fiorentini, profetizza la rapida degenerazione del conflitto tra guelfi bianchi e guelfi neri, con la futura vittoria di questi ultimi. Firenze è stracolma d’odio, irrimediabilmente divisa, ed è preda di invidia, superbia, avidità, le tre malvagie scintille che hanno ormai incendiato gli animi.

Le illustrazioni sono di Gustave Doré (1832-1883).

Inferno, Canto VI

[Canto sesto, nel quale mostra del terzo cerchio de l’inferno e tratta del punimento del vizio de la gola, e massimamente in persona d’un fiorentino chiamato Ciacco; in confusione di tutt’i buffoni tratta del dimonio Cerbero e narra in forma di predicere più cose a divenire a la città di Fiorenza.]

Al tornar de la mente, che si chiuse
dinanzi a la pietà d’i due cognati,
che di trestizia tutto mi confuse,

novi tormenti e novi tormentati
mi veggio intorno, come ch’io mi mova
e ch’io mi volga, e come che io guati.

Io sono al terzo cerchio, de la piova
etterna, maladetta, fredda e greve;
regola e qualità mai non l’è nova.

Grandine grossa, acqua tinta e neve
per l’aere tenebroso si riversa;
pute la terra che questo riceve.

Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa.

Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e ‘l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.

Urlar li fa la pioggia come cani;
de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
volgonsi spesso i miseri profani.

Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non avea membro che tenesse fermo.

E ‘l duca mio distese le sue spanne,
prese la terra, e con piene le pugna
la gittò dentro a le bramose canne.

Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
e si racqueta poi che ‘l pasto morde,
ché solo a divorarlo intende e pugna,

cotai si fecer quelle facce lorde
de lo demonio Cerbero, che ‘ntrona
l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.

Noi passavam su per l’ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona.

Elle giacean per terra tutte quante,
fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
ch’ella ci vide passarsi davante.

«O tu che se’ per questo ‘nferno tratto»,
mi disse, «riconoscimi, se sai:
tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto».

E io a lui: «L’angoscia che tu hai
forse ti tira fuor de la mia mente,
sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.

Ma dimmi chi tu se’ che ‘n sì dolente
loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente».

Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena
d’invidia sì che già trabocca il sacco,
seco mi tenne in la vita serena.

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.

E io anima trista non son sola,
ché tutte queste a simil pena stanno
per simil colpa». E più non fé parola.

Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno
mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ‘nvita;
ma dimmi, se tu sai, a che verranno

li cittadin de la città partita;
s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
per che l’ha tanta discordia assalita».

E quelli a me: «Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l’altra con molta offensione.

Poi appresso convien che questa caggia
infra tre soli, e che l’altra sormonti
con la forza di tal che testé piaggia.

Alte terrà lungo tempo le fronti,
tenendo l’altra sotto gravi pesi,
come che di ciò pianga o che n’aonti.

Giusti son due, e non vi sono intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c’hanno i cuori accesi».

Qui puose fine al lagrimabil suono.
E io a lui: «Ancor vo’ che mi ‘nsegni
e che di più parlar mi facci dono.

Farinata e ‘l Tegghiaio, che fuor sì degni,
Iacopo Rusticucci, Arrigo e ‘l Mosca
e li altri ch’a ben far puoser li ‘ngegni,

dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;
ché gran disio mi stringe di savere
se ‘l ciel li addolcia o lo ‘nferno li attosca».

E quelli: «Ei son tra l’anime più nere;
diverse colpe giù li grava al fondo:
se tanto scendi, là i potrai vedere.

Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
più non ti dico e più non ti rispondo».

Li diritti occhi torse allora in biechi;
guardommi un poco e poi chinò la testa:
cadde con essa a par de li altri ciechi.

E ‘l duca disse a me: «Più non si desta
di qua dal suon de l’angelica tromba,
quando verrà la nimica podesta:

ciascun rivederà la trista tomba,
ripiglierà sua carne e sua figura,
udirà quel ch’in etterno rimbomba».

Sì trapassammo per sozza mistura
de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,
toccando un poco la vita futura;

per ch’io dissi: «Maestro, esti tormenti
crescerann’ ei dopo la gran sentenza,
o fier minori, o saran sì cocenti?».

Ed elli a me: «Ritorna a tua scïenza,
che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
più senta il bene, e così la doglienza.

Tutto che questa gente maladetta
in vera perfezion già mai non vada,
di là più che di qua essere aspetta».

Noi aggirammo a tondo quella strada,
parlando più assai ch’i’ non ridico;
venimmo al punto dove si digrada:

quivi trovammo Pluto, il gran nemico.

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Dante illustrato – Inferno, Canto V

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia (v. 4)
Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia (v. 4)

Con la discesa nel secondo cerchio, Dante e Virgilio entrano nell’Inferno vero e proprio. All’ingresso si trova Minosse, il re di Creta. Trasformato in un demone mostruoso, che ringhia orribilmente, è dotato di una lunga coda, con la quale emette le sue sentenze. il numero dei giri che la coda fa intorno al suo corpo stabilisce in quale cerchio viene precipitata l’anima di turno.

La bufera infernal, che mai non resta, / mena li spirti con la sua rapina (vv. 31-32)
La bufera infernal, che mai non resta, / mena li spirti con la sua rapina (vv. 31-32)

Nel cerchio infernale, totalmente privo di luce, Dante è colpito dal suono di un mare in tempesta: qui, trascinati da una bufera senza fine, sono puniti i lussuriosi, che in vita si lasciarono trascinare dall’istinto e dalle passioni.

I’ cominciai: «Poeta, volontieri / parlerei a quei due che ’nsieme vanno, / e paion sì al vento esser leggeri» (vv. 73-75)
I’ cominciai: «Poeta, volontieri / parlerei a quei due che ’nsieme vanno, / e paion sì al vento esser leggeri» (vv. 73-75)

Nella folta schiera dei lussuriosi, Dante è attratto da una coppia di anime, strette insieme anche dopo la morte, che sembrano più lievi delle altre, ed esprime a Virgilio il desiderio di parlare con loro.

Amor condusse noi ad una morte: / Caina attende chi a vita ci spense (vv. 106-107)
Amor condusse noi ad una morte: / Caina attende chi a vita ci spense (vv. 106-107)

Le due anime scendono verso Dante, nel punto in cui il vento cessa brevemente di soffiare. Sono Francesca da Polenta e Paolo Malatesta, cognati celebri per il loro tragico amore, che li unì anche nella morte. Il signore di Rimini, Gianciotto, marito dell’una e fratello dell’altro, li sorprese e li uccise, ma per questo – dice Francesca – finirà in fondo all’Inferno, con i traditori dei parenti.

Quel giorno più non vi leggemmo avante (v. 138)
Quel giorno più non vi leggemmo avante (v. 138)

Superando il dolore del ricordo, Francesca rievoca il momento fatale in cui lei e Paolo scoprirono il loro amore. Leggevano insieme il racconto dell’amore di Lancillotto per Ginevra, «soli» e «sanza alcun sospetto», finché, sempre più avvinti nella storia, vennero sopraffatti dalla scena del bacio tra il cavaliere e la regina: fu allora che Paolo la «baciò tutto tremante».

E caddi come corpo morto cade (v. 142)
E caddi come corpo morto cade (v. 142)

Dante è vinto dal profondo turbamento per la storia di Paolo e Francesca e perde i sensi, cadendo come un corpo inanimato.

Le illustrazioni sono di Gustave Doré (1832-1883).

Inferno, Canto V

[Canto quinto, nel quale mostra del secondo cerchio de l’inferno, e tratta de la pena del vizio de la lussuria ne la persona di più famosi gentili uomini.]

Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia,
e tanto più dolor, che punge a guaio.

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.

Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata

vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;
vanno a vicenda ciascuna al giudizio;
dicono e odono, e poi son giù volte.

«O tu che vieni al doloroso ospizio»,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio,

«guarda com’entri e di cui tu ti fide;
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».
E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride?

Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».

Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.

Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.

La bufera infernal, che mai non resta, 
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.

Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.

Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.

E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali;

di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.

E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’io venir, traendo guai,

ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?».

«La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.

Ell’è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ’l Soldan corregge.

L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussuriosa.

Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.

Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.

Poscia ch’io ebbi il mio dottore udito
nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.

I’ cominciai: «Poeta, volontieri 
parlerei a quei due che ’nsieme vanno, 
e paion sì al vento esser leggeri».

Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno».

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!».

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettuoso grido.

«O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende 
prese costui de la bella persona 
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona, 
mi prese del costui piacer sì forte, 
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte: 
Caina attende chi a vita ci spense». 
Queste parole da lor ci fuor porte.

Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?».

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette Amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».

E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangea; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.

E caddi come corpo morto cade.

 

Dante illustrato – Inferno, Canto IV

"...e sol di tanto offesi / che sanza speme vivemo in disio". vv. 41-42
“…e sol di tanto offesi / che sanza speme vivemo in disio” (vv. 41-42)

Il primo cerchio dell’Inferno ospita il limbo. Qui si trovano coloro i quali, pur comportandosi rettamente, sono morti senza ricevere il battesimo o, se vissuti prima di Cristo, non hanno creduto nell’unico vero Dio. Queste anime sono tormentate dal desiderio senza speranza della luce divina. La loro sofferenza è tutta intellettuale, non fisica. Questa condizione è la stessa di Virgilio.

Così vid’i’ adunar la bella scola / di quel segnor de l’altissimo canto / che sovra li altri com’aquila vola. vv. 94-96
Così vid’i’ adunar la bella scola / di quel segnor de l’altissimo canto / che sovra li altri com’aquila vola. (vv. 94-96)

In una zona separata del limbo, dove una tenue luce riesce a vincere le tenebre, Dante vede le anime di personaggi che si distinsero per sapienza e virtù. Tra loro un gruppo ristretto, formato dai grandi poeti classici, Omero, Orazio, Ovidio e Lucano, saluta il ritorno di Virgilio e accoglie Dante, sesto tra cotanto senno.

Le illustrazioni sono di Gustave Doré (1832-1883).

Inferno, Canto IV

[Canto quarto, nel quale mostra del primo cerchio de l’inferno, luogo detto Limbo, e quivi tratta de la pena de’ non battezzati e de’ valenti uomini, li quali moriron innanzi l’avvenimento di Gesù Cristo e non conobbero debitamente Idio; e come Iesù Cristo trasse di questo luogo molte anime.]

Ruppemi l’alto sonno ne la testa
un greve truono, sì ch’io mi riscossi
come persona ch’è per forza desta;

e l’occhio riposato intorno mossi,
dritto levato, e fiso riguardai
per conoscer lo loco dov’ io fossi.

Vero è che ‘n su la proda mi trovai
de la valle d’abisso dolorosa
che ‘ntrono accoglie d’infiniti guai.

Oscura e profonda era e nebulosa
tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
io non vi discernea alcuna cosa.

«Or discendiam qua giù nel cieco mondo»,
cominciò il poeta tutto smorto.
«Io sarò primo, e tu sarai secondo».

E io, che del color mi fui accorto,
dissi: «Come verrò, se tu paventi
che suoli al mio dubbiare esser conforto?».

Ed elli a me: «L’angoscia de le genti
che son qua giù, nel viso mi dipigne
quella pietà che tu per tema senti.

Andiam, ché la via lunga ne sospigne».
Così si mise e così mi fé intrare
nel primo cerchio che l’abisso cigne.

Quivi, secondo che per ascoltare,
non avea pianto mai che di sospiri
che l’aura etterna facevan tremare;

ciò avvenia di duol sanza martìri,
ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,
d’infanti e di femmine e di viri.

Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi
che spiriti son questi che tu vedi?
Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,

ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,
non basta, perché non ebber battesmo,
ch’è porta de la fede che tu credi;

e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,
non adorar debitamente a Dio:
e di questi cotai son io medesmo.

Per tai difetti, non per altro rio,
semo perduti, e sol di tanto offesi
che sanza speme vivemo in disio».

Gran duol mi prese al cor quando lo ‘ntesi,
però che gente di molto valore
conobbi che ‘n quel limbo eran sospesi.

«Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore»,
comincia’ io per volere esser certo
di quella fede che vince ogne errore:

«uscicci mai alcuno, o per suo merto
o per altrui, che poi fosse beato?».
E quei che ‘ntese il mio parlar coverto,

rispuose: «Io era nuovo in questo stato,
quando ci vidi venire un possente,
con segno di vittoria coronato.

Trasseci l’ombra del primo parente,
d’Abèl suo figlio e quella di Noè,
di Moïsè legista e ubidente;

Abraàm patrïarca e Davìd re,
Israèl con lo padre e co’ suoi nati
e con Rachele, per cui tanto fé,

e altri molti, e feceli beati.
E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,
spiriti umani non eran salvati».

Non lasciavam l’andar perch’ ei dicessi,
ma passavam la selva tuttavia,
la selva, dico, di spiriti spessi.

Non era lunga ancor la nostra via
di qua dal sonno, quand’ io vidi un foco
ch’emisperio di tenebre vincia.

Di lungi n’eravamo ancora un poco,
ma non sì ch’io non discernessi in parte
ch’orrevol gente possedea quel loco.

«O tu ch’onori scïenzïa e arte,
questi chi son c’hanno cotanta onranza,
che dal modo de li altri li diparte?».

E quelli a me: «L’onrata nominanza
che di lor suona sù ne la tua vita,
grazïa acquista in ciel che sì li avanza».

Intanto voce fu per me udita:
«Onorate l’altissimo poeta;
l’ombra sua torna, ch’era dipartita».

Poi che la voce fu restata e queta,
vidi quattro grand’ ombre a noi venire:
sembianz’ avevan né trista né lieta.

Lo buon maestro cominciò a dire:
«Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre sì come sire:

quelli è Omero poeta sovrano;
l’altro è Orazio satiro che vene;
Ovidio è ‘l terzo, e l’ultimo Lucano.

Però che ciascun meco si convene
nel nome che sonò la voce sola,
fannomi onore, e di ciò fanno bene».

Così vid’ i’ adunar la bella scola
di quel segnor de l’altissimo canto
che sovra li altri com’ aquila vola.

Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,
e ‘l mio maestro sorrise di tanto;

e più d’onore ancora assai mi fenno,
ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.

Così andammo infino a la lumera,
parlando cose che ‘l tacere è bello,
sì com’ era ‘l parlar colà dov’ era.

Venimmo al piè d’un nobile castello,
sette volte cerchiato d’alte mura,
difeso intorno d’un bel fiumicello.

Questo passammo come terra dura;
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca verdura.

Genti v’eran con occhi tardi e gravi,
di grande autorità ne’ lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi.

Traemmoci così da l’un de’ canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
sì che veder si potien tutti quanti.

Colà diritto, sovra ‘l verde smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m’essalto.

I’ vidi Eletra con molti compagni,
tra ‘ quai conobbi Ettòr ed Enea,
Cesare armato con li occhi grifagni.

Vidi Cammilla e la Pantasilea;
da l’altra parte vidi ‘l re Latino
che con Lavina sua figlia sedea.

Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;
e solo, in parte, vidi ‘l Saladino.

Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
vidi ‘l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.

Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid’ ïo Socrate e Platone,
che ‘nnanzi a li altri più presso li stanno;

Democrito che ‘l mondo a caso pone,
Dïogenès, Anassagora e Tale,
Empedoclès, Eraclito e Zenone;

e vidi il buono accoglitor del quale,
Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulïo e Lino e Seneca morale;

Euclide geomètra e Tolomeo,
Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
Averoìs, che ‘l gran comento feo.

Io non posso ritrar di tutti a pieno,
però che sì mi caccia il lungo tema,
che molte volte al fatto il dir vien meno.

La sesta compagnia in due si scema:
per altra via mi mena il savio duca,
fuor de la queta, ne l’aura che trema.

E vegno in parte ove non è che luca.

Vive la France

Ho avuto la fortuna di visitare la Francia diverse volte, la prima nel 1990 (me lo ricordo bene perché era l’anno dei Mondiali di Italia ’90), l’ultima nel 2011. A Parigi sono stato tre volte, nell’estate del 1997 (l’anno del mio esame di maturità), nel 2003 e nel 2011. Sono passato per queste città: Aix-en-Provence, Amboise, Arachon, Bordeaux, Carcassonne, Chambord, Chartres, Chenonceau, Cognac, Digione, La Rochelle, Le Mans, Lione, Marsiglia, Mentone, Montecarlo, Nizza, Parigi, Poitiers, Saintes, Saint-Tropez, Strasburgo, Tolosa, Tours, Vienne… Qui di seguito trovi alcune fotografie che ho scattato negli ultimi viaggi.

Geografia si fa anche con le immagini, giusto?

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Dalle rive della Saona si osserva la Cattedrale di Saint-Jean Baptiste e, più in alto, la Basilica di Notre-Dame de Fourvière. Lione, 2006
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Facciata del Teatro dell’Opera. Lione, 2006
Monumento ad Antoine de Saint-Exupery e al suo Piccolo Principe. Lione, 2006
Monumento ad Antoine de Saint-Exupery e al suo Piccolo Principe. Lione, 2006
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Digione, 2006
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Maison Kammerzell. Strasburgo, 2006
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Cathédrale de Notre-Dame (particolare). Strasburgo, 2006
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Museo d’arte moderna e contemporanea. Dipinto di Gustave Doré. Strasburgo, 2006
Basilica del Sacro Cuore, Montmartre. Parigi, 2011
Basilica del Sacro Cuore, Montmartre. Parigi, 2011
Basilica del Sacro Cuore (particolare), Montmartre. Parigi, 2011
Basilica del Sacro Cuore (particolare), Montmartre. Parigi, 2011
Il Pont Neuf, che attraversa la Senna e taglia la punta dell'Île de la Cité. Parigi, 2011
Il Pont Neuf, che attraversa la Senna e taglia la punta dell’Île de la Cité. Parigi, 2011
Cattedrale di Notre-Dame. Parigi, 2011
Cattedrale di Notre-Dame. Parigi, 2011
Il pendolo di Foucault al Pantheon. Parigi, 2011
Il pendolo di Foucault al Pantheon. Parigi, 2011
Pantheon, particolare di un gruppo scultoreo. Parigi, 2011
Pantheon, particolare di un gruppo scultoreo. Parigi, 2011
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La Grande Arche de la Défence. Parigi, 2011
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La Grande Arche de la Défence. Parigi, 2011
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Place Igor Stravinsky. Parigi, 2007
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Nike di Samotracia, Louvre. Parigi, 2011
La Nike di Samotracia nella sua totale e impressionante bellezza, Louvre. Parigi, 2011
La Nike di Samotracia nella sua totale e impressionante bellezza, Louvre. Parigi, 2011
Turisti in estasi mistica attorno alla Nike di Samotracia, Louvre. Parigi, 2011
Turisti in estasi mistica attorno alla Nike di Samotracia, Louvre. Parigi, 2011
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La Colonna di Luglio in Place de la Bastille. Parigi, 2011
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Quartiere Latino. Parigi, 2011
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Place du Trocadero. Parigi, 2011
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Ritratto di Francesco I di Valois. Castello di Chambord, 2011
Vista dal castello di Chenonceau, 2011
Vista dal castello di Chambord, 2011
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Castello di Chenonceau, 2011.
Busto di Voltaire, Cantine Baron Otard. Cognac, 2011
Busto di Voltaire, Cantine Baron Otard. Cognac, 2011
La Rochelle, 2011
La Rochelle, 2011
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La Rochelle, 2011
La Rochelle, 2011
La Rochelle, 2011
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Piazza della Borsa, Bordeaux, 2011
Gli alberi di Place des Quincones, la piazza più grande della Francia. Bordeaux, 2011
Gli alberi di Place des Quinconces, la piazza più grande di Francia (e questa foto non le rende giustizia…). Bordeaux, 2011
Self Portrait nell'Église des Jacobins. Tolosa, 2011
Self-portrait nell’Église des Jacobins. Tolosa, 2011

 

 

Ordine: tempo della storia e tempo del racconto

Copertina dell'edizione tascabile degli Exercises de style di Raymond Queneau (Èditions Gallimard, Paris)
Copertina dell’edizione tascabile degli Exercises de style di Raymond Queneau (Èditions Gallimard, Paris)

Premessa terminologica: la forma che assume un testo narrativo verrà chiamata RACCONTO, mentre il contenuto verrà chiamato STORIA.

Il tempo della STORIA è determinato da una struttura cronologico-causale; lo possiamo immaginare come una retta nella quale si collocano le azioni narrate.

=== 1. === 2. === 3. ============= 4. === 5. ==⇒

Il tempo del RACCONTO rappresenta il modo in cui la STORIA viene raccontata, con salti, rallentamenti, anticipazioni, flash back. È quello che alcuni chiamano intreccio (mentre la STORIA viene intesa come fabula).

Nulla vieta che i due ordini, nei casi più semplici, coincidano:

tS = tR

(ovvero, per i logico-matematici: tS / tR = k)

Avremo così un testo narrativo con un RACCONTO CRONOLOGICO, superlineare, come l’esempio della retta di cui sopra.

Talvolta, invece, il RACCONTO è più complesso e più ricco della STORIA e rispetto ad essa è modificato da spostamenti in avanti, inversioni, salti, ecc. Quindi tempo della STORIA e tempo del RACCONTO non coincidono:

tS ≠ tR

(ovverosia, sempre per i logico-matematici: tS / tR ≠ k).

Avremo così un testo narrativo con un RACCONTO ANACRONICO, nel quale compaiono due figure particolarmente importanti. Si tratta di quei salti o sguardi all’indietro (ricordi, spiegazioni, flash back) chiamati analessi o in avanti (previsioni, anticipazioni) chiamati prolessi.

Sembra qualcosa di molto complicato, ma in realtà noi stessi, raccontando un qualsiasi avvenimento che ci è capitato, possiamo fare uso di analessi e di prolessi. Ce lo ricorda Umberto Eco in un suo famoso saggio:

Accade anche quando qualcuno ci racconta un fatto qualsiasi: “Senti questa, ieri ho incontrato Piero, forse ti ricordi, è quello che due anni fa andava a correre tutte le mattine (analessi). Bene, era pallido, e ti dirò che ho capito solo dopo il perché (prolessi), e mi dice – ah, avevo scordato di dirti che quando l’ho visto stava uscendo da un bar, ed erano solo le dieci di mattina, capisci (analessi) – dunque Piero mi dice che – mio Dio, ti sfido a indovinare che cosa mi ha detto (prolessi) –  dunque mi dice che…” (Umberto Eco, Sei passeggiate nei boschi narrativi, Bompiani, Milano, 1994).

Non c’è due senza tre, così, accanto a RACCONTO CRONOLOGICO e RACCONTO ANACRONICO possiamo trovare, eccezionalmente, il RACCONTO ANTICRONOLOGICO dove tR (ormai dovresti afferrare al volo ciò che intendo) non solo non coincide, ma è del tutto ribaltato rispetto a tS. In questo caso gli esempi in letteratura sono pochi e si tratta quasi sempre di sperimentazioni di scrittura creativa. Te ne propongo uno classico: si trova negli Esercizi di stile di Raymond Queneau (la stessa STORIA è raccontata seguendo un ordine superlineare – in Notazioni – e ribaltato – in Retrogrado)

Notazioni

Sulla S, in un’ora di traffico. Un tipo di circa ventisei anni, cappello floscio con una cordicella al posto del nastro, collo troppo lungo, come se glielo avessero tirato. La gente scende. Il tizio in questione si arrabbia con un vicino. Gli rimprovera di spingerlo ogni volta che passa qualcuno. Tono lamentoso, con pretese di cattiveria. Non appena vede un posto libero, vi si butta. Due ore più tardi lo incontro alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint-Lazare. È con un amico che gli dice: «Dovresti far mettere un bottone in più al soprabito». Gli fa vedere dove (alla sciancratura) e perché.

Retrogrado

Dovresti aggiungere un bottone al soprabito, gli disse l’amico. L’incontrai in mezzo alla Cour de Rome, dopo averlo lasciato mentre si precipitava avidamente su di un posto a sedere. Aveva appena finito di protestare per la spinta di un altro viaggiatore che, secondo lui, lo urtava ogni qualvolta scendeva qualcuno. Questo scarnificato giovanotto era latore di un cappello ridicolo. Avveniva sulla piattaforma di un S sovraffollato, di mezzogiorno. (Raymond Queneau, Esercizi di stile, Einaudi, Torino, 1983).

Un altro esempio anticronologico, filmico questa volta:

Dante illustrato – Inferno, Canto III

Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate (v. 9)
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate (v. 9)

Dante e Virgilio si trovano di fronte alla porta dell’Inferno. Qui leggono una scritta, cupa e perentoria, che invita chi entra nella città dolente ad abbandonare qualunque speranza di uscire: la dannazione è eterna.

Ed ecco verso noi venir per nave / un vecchio, bianco per antico pelo, / gridando: "Guai a voi, anime prave!" (vv. 82-84)
Ed ecco verso noi venir per nave / un vecchio, bianco per antico pelo, / gridando: “Guai a voi, anime prave!” (vv. 82-84)

Dopo aver oltrepassato con sdegnosa indifferenza la schiera degli ignavi, Dante e Virgilio giungono sulla riva dell’Acheronte, dove si accalcano le anime destinate al castigo eterno. Apostrofando con dure parole i dannati, arriva Caronte, il truce traghettatore infernale, dai lunghi capelli bianchi e dagli occhi cerchiati di rosso, che sembrano di brace. Intima a Dante, che è vivo, di allontanarsi, ma Virgilio lo placa immediatamente.

similemente il mal seme d’Adamo / gittansi di quel lito ad una ad una (vv. 115-116)
Similemente il mal seme d’Adamo / gittansi di quel lito ad una ad una (vv. 115-116)

In preda alla disperazione i dannati arrivano a maledire il loro stesso concepimento. Caronte li raccoglie e li spinge sulla barca, colpendo con il remo quelli che indugiano. Le anime si staccano da una sponda a una a una, come foglie che in autunno cadono dai rami, trascinate dal vento.

Le illustrazioni sono di Gustave Doré (1832-1883).

Inferno, Canto III

[Canto terzo, nel quale tratta de la porta e de l’entrata de l’inferno e del fiume d’Acheronte, de la pena di coloro che vissero sanza opere di fama degne, e come il demonio Caron li trae in sua nave e come elli parlò a l’auttore; e tocca qui questo vizio ne la persona di papa Cilestino.]

Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ’l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterna duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’.

Queste parole di colore oscuro
vid’ïo scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: “Maestro, il senso lor m’è duro”.

Ed elli a me, come persona accorta:
“Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta.

Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c’ hanno perduto il ben de l’intelletto”.

E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond’io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.

Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai.

Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle

facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.

E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: “Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?”.

Ed elli a me: “Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.

Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”.

E io: “Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?”.
Rispuose: “Dicerolti molto breve.

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa“.

E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna;

e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.

Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui.

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.

Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.

E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d’un gran fiume;
per ch’io dissi: “Maestro, or mi concedi

ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
com’i’ discerno per lo fioco lume”.

Ed elli a me: “Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d’Acheronte”.

Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no ’l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi.

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave!

Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.

E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti”.
Ma poi che vide ch’io non mi partiva,

disse: “Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti”.

E ’l duca lui: “Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare
“.

Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.

Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che ’nteser le parole crude.

Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
di lor semenza e di lor nascimenti.

Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch’attende ciascun uom che Dio non teme.

Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia.

Come d’autunno si levan le foglie
l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie,

similemente il mal seme d’Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo.

Così sen vanno su per l’onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s’auna.

“Figliuol mio”, disse ‘l maestro cortese,
“quelli che muoion ne l’ira di Dio
tutti convegnon qui d’ogne paese;

e pronti sono a trapassar lo rio,
ché la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio.

Quinci non passa mai anima buona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona”.

Finito questo, la buia campagna
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna.

La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;

e caddi come l’uom cui sonno piglia.

Dante illustrato – Inferno, Canto II

Lo giorno se n'andava, e l'aere bruno / toglieva li animai che sono in terra / da le fatiche loro... (vv. 1-3)
Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno / toglieva li animai che sono in terra / da le fatiche loro… (vv. 1-3)

Il viaggio verso l’Inferno comincia nell’ora del crepuscolo. Mentre tutti gli animali che sono sulla terra si avviano al riposo, Dante si prepara ad affrontare un viaggio faticoso e pieno d’angoscia.

"I' son Beatrice che ti faccio andare; amor mi mosse, che mi fa parlare (vv. 70-71)
“I’ son Beatrice che ti faccio andare; / vegno del loco ove tornar disio; / amor mi mosse, che mi fa parlare” (vv. 70-72)

Dante ha paura di non essere all’altezza del cammino che sta per intraprendere, ma Virgilio gli spiega che quel viaggio straordinario è voluto dalla Vergine Maria. Beatrice in persona, sollecitata da Santa Lucia, è discesa nel Limbo per inviarlo a soccorrere Dante. Il nome della donna amata spazza via ogni dubbio.

Le illustrazioni sono di Gustave Doré (1832-1883).

Inferno, Canto II

[Canto secondo de la prima parte ne la quale fa proemio a la prima cantica cioè a la prima parte di questo libro solamente, e in questo canto tratta l’auttore come trovò Virgilio, il quale il fece sicuro del cammino per le tre donne che di lui aveano cura ne la corte del cielo.]

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno

m’apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra.

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate.

Io cominciai: “Poeta che mi guidi,
guarda la mia virtù s’ell’è possente,
prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.

Tu dici che di Silvïo il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente.

Però, se l’avversario d’ogne male
cortese i fu, pensando l’alto effetto
ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale

non pare indegno ad omo d’intelletto;
ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
ne l’empireo ciel per padre eletto:

la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
u’ siede il successor del maggior Piero.

Per quest’andata onde li dai tu vanto,
intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale ammanto.

Andovvi poi lo Vas d’elezïone,
per recarne conforto a quella fede
ch’è principio a la via di salvazione.

Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede?
Io non Enëa, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri ’l crede.

Per che, se del venire io m’abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono”.

E qual è quei che disvuol ciò che volle
e per novi pensier cangia proposta,
sì che dal cominciar tutto si tolle,

tal mi fec’ïo ’n quella oscura costa,
perché, pensando, consumai la ’mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta.

“S’i’ ho ben la parola tua intesa”,
rispuose del magnanimo quell’ombra,
“l’anima tua è da viltade offesa;

la qual molte fïate l’omo ingombra
sì che d’onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand’ombra.

Da questa tema acciò che tu ti solve,
dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesi
nel primo punto che di te mi dolve.

Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi.

Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella:

“O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto ’l mondo lontana,

l’amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che vòlt’è per paura;

e temo che non sia già sì smarrito,
ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.

Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c’ ha mestieri al suo campare,
l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.

I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare.

Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui”.
Tacette allora, e poi comincia’ io:

“O donna di virtù sola per cui
l’umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c’ ha minor li cerchi sui,

tanto m’aggrada il tuo comandamento,
che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.

Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l’ampio loco ove tornar tu ardi”.

“Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,
dirotti brievemente”, mi rispuose,
“perch’i’ non temo di venir qua entro.

Temer si dee di sole quelle cose
c’ hanno potenza di fare altrui male;
de l’altre no, ché non son paurose.

I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
che la vostra miseria non mi tange,
né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale.

Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo ‘mpedimento ov’io ti mando,
sì che duro giudicio là sù frange.

Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: – Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando –.

Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov’i’ era,
che mi sedea con l’antica Rachele.

Disse: – Beatrice, loda di Dio vera,
ché non soccorri quei che t’amò tanto,
ch’uscì per te de la volgare schiera?

Non odi tu la pieta del suo pianto,
non vedi tu la morte che ’l combatte
su la fiumana ove ’l mar non ha vanto? –.

Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com’io, dopo cotai parole fatte,

venni qua giù del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch’onora te e quei ch’udito l’ hanno”.

Poscia che m’ebbe ragionato questo,
li occhi lucenti lagrimando volse,
per che mi fece del venir più presto.

E venni a te così com’ella volse:
d’inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse.

Dunque: che è perché, perché restai,
perché tanta viltà nel core allette,
perché ardire e franchezza non hai,

poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e ’l mio parlar tanto ben ti promette?”.

Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo,

tal mi fec’io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch’i’ cominciai come persona franca:

“Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch’ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse!

Tu m’ hai con disiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
ch’i’ son tornato nel primo proposto.

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro”.
Così li dissi; e poi che mosso fue,

intrai per lo cammino alto e silvestro.