27 gennaio, Giorno della Memoria

Senza aggiungere altro, metto qui a disposizione il materiale che oggi ho proposto in classe: un video, una poesia e una canzone.

Si tratta del documentario sulla breve vita di Anna Frank.

Per approfondire ti consiglio di leggere la sua storia, a cura della Casa-museo di Anna Frank di Amsterdam.

Primo Levi, Shemà (“Ascolta”)

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

10 gennaio 1946

Auschwitz, testo e musica di Francesco Guccini

Son morto con altri cento
Son morto ch’ero bambino
Passato per il camino
E adesso sono nel vento,
E adesso sono nel vento.

Ad Auschwitz c’era la neve
Il fumo saliva lento
Nel freddo giorno d’inverno
E adesso sono nel vento,
E adesso sono nel vento.

Ad Auschwitz tante persone
Ma un solo grande silenzio
È strano, non riesco ancora
A sorridere qui nel vento,
A sorridere qui nel vento

Io chiedo, come può l’uomo
Uccidere un suo fratello
Eppure siamo a milioni
In polvere qui nel vento,
In polvere qui nel vento.

Ancora tuona il cannone,
Ancora non è contenta
Di sangue la bestia umana
E ancora ci porta il vento,
E ancora ci porta il vento.

Io chiedo quando sarà
Che l’uomo potrà imparare
A vivere senza ammazzare
E il vento si poserà,
E il vento si poserà.

Io chiedo quando sarà
Che l’uomo potrà imparare
A vivere senza ammazzare
E il vento si poserà,
E il vento si poserà.

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I complementi indiretti (primo gruppo)

I complementi indiretti del primo gruppo sono:

  • il complemento di specificazione
  • il complemento partitivo
  • il complemento di denominazione
  • il complemento di termine
  • il complemento d’agente e di causa efficiente

Il complemento di specificazione

Lorenzo è appassionato di videogiochi.

  • Definizione: il complemento di specificazione serve a precisare il concetto espresso dall’elemento cui si riferisce.
  • Risponde alle domande: di chi? di che cosa?
  • È introdotto dalla preposizione di, semplice o articolata.

Può dipendere:

  • da nomi  La luce del sole illumina il mattino.
  • da verbi  Fidati di me.
  • da aggettivi  Sono inesperto di calcio.

Può esprimere:

  • una specificazione possessiva, quando stabilisce un rapporto di possesso col nome da cui dipende  La quinta sinfonia di Beethoven.
  • una specificazione esplicativa, quando specifica il concetto generico del termine da cui dipende  L’esercizio di grammatica.
  • una specificazione attributiva, quando determina una qualità del nome da cui dipende e può essere trasformato in aggettivo  Le trasmissioni della sera = le trasmissioni serali.

Il complemento partitivo

Filippo è il primo della classe.

  • Definizione: il complemento partitivo indica il tutto o l’insieme di cui fa parte la persona, l’animale o la cosa di cui si parla.
  • Risponde alle domande: tra chi? tra che cosa?
  • È introdotto dalle preposizioni: di, tra, fra.

Può dipendere:

  • da un sostantivo indicante quantità  Il prof ci ha dato una sfilza di compiti.
  • da un numerale  Due di loro hanno scelto di andare al liceo classico.
  • da un aggettivo di grado superlativo relativo  La più brava fra le pallavoliste della scuola ha passato le selezioni provinciali.
  • da un pronome interrogativo  Chi di voi ha preso la sufficienza?
  • da un pronome indefinito  Eppure qualcuno di voi la sufficienza l’ha presa…
  • da un avverbio di quantità  Concedimi poco del tuo tempo.
  • da un verbo  Anche noi siamo state selezionate fra le tante pallavoliste.

Il complemento di denominazione

C’è un gran castello nella contea di Camelot

  • Definizione: il complemento di denominazione precisa con un nome specifico, di solito un nome proprio, il nome comune che lo precede.
  • Risponde alla domanda: di quale nome?
  • È introdotto dalla preposizione di.

In genere precisa:

  • un nome comune geografico (città, isola, contea, comune, ecc.) ⇒ L’isola di Alicudi; il comune di Stresa; la città di New York
  • un nome comune generico (nome, cognome, soprannome, titolo, pseudonimo, ecc.) ⇒ Charles Chaplin è noto a tutti con lo pseudonimo di Charlot;
  • i nomi mese e giorno ⇒ Il mese di agosto; il giorno di lunedì

Il complemento di termine

Woody telefona allo psicanalista.

  • Definizione: il complemento di termine indica la persona, l’animale o la cosa verso cui va a terminare l’azione espressa dal predicato.
  • Risponde alle domande: a chi? a che cosa?
  • È introdotto dalla preposizione a, semplice o articolata, tranne quando è costituito dai pronomi personali atoni:
    • mi ⇒ a me
    • ti ⇒ a te
    • gli ⇒ a lui
    • le ⇒ a lei
    • si ⇒ a sé
    • ci ⇒ a noi
    • vi ⇒ a voi
    • loro ⇒ a loro

Può dipendere:

  • da verbi transitivi come pensare, rivolgersi, scrivere… ⇒ Francesco pensa sempre alla sua Laura.
  • da verbi intransitivi, di cui costituisce il complemento necessario, come appartenere, aderire, nuocere, sorridere, badare… ⇒ La carta da parati deve aderire perfettamente alla parete.
  • da aggettivi come utile, inutile, nocivo, simile, identico, grato, ostile, comune, incline… ⇒ Il giaguaro è un felino molto simile al leopardo.
  • da nomi derivati da uno degli aggettivi elencati ⇒ Abbiamo mostrato la nostra gratitudine agli amici.

Il complemento d’agente e di causa efficiente

Lorella è la più amata dagli italiani.

  • Definizione: il complemento d’agente indica la persona o l’animale da cui è compiuta l’azione espressa dal verbo di forma passiva. Quando l’azione è compiuta da un essere inanimato, si ha il complemento di causa efficiente. Quindi,
  • il complemento d’agente risponde alla domanda: da chi?
  • il complemento di causa efficiente risponde alla domanda: da che cosa?
  • Entrambi sono introdotti dalla preposizione da, semplice o articolata.

Complemento d’agente e complemento di causa efficiente dipendono:

  • da verbi di forma passiva ⇒ Federico è stato invitato da Tiziana; la quercia fu colpita da un filmine; Polifemo fu accecato da Ulisse.
  • da verbi al participio passato ⇒ musica scritta da Mozartstregati dalla luna; compresa da tutti; vinto dall’ira; elaborato dal computer

Dante illustrato – Inferno, Canto XII

e 'n su la punta de la rotta lacca / l'infamïa di Creti era distesa (vv. 11-12)
e ‘n su la punta de la rotta lacca / l’infamïa di Creti era distesa (vv. 11-12)

Per accedere al settimo cerchio occorre discendere un ripido pendio franoso, in cima al quale è disteso il Minotauro, il feroce mostro di Creta nato dal connubio tra una donna e un toro, incarnazione della “matta bestialità” della violenza. Virgilio lo fa infuriare ricordandogli la morte per mano di Teseo, e lui e Dante approfittano dell’accesso d’ira che coglie il mostro per precipitarsi verso la discesa.

e l'un gridò da lungi: «A qual martiro / venite voi che scendete la costa? / Ditel costinci; se non, l'arco tiro» (vv. 61-63)
e l’un gridò da lungi: «A qual martiro / venite voi che scendete la costa? / Ditel costinci; se non, l’arco tiro» (vv. 61-63)

Dall’alto Dante vede un fiume di sangue bollente: è il Flegetonte, il primo dei tre gironi di cui si compone il settimo cerchio. Vi si trovano immersi coloro che commisero violenza contro il prossimo, uccidendo o devastando le cose altrui. A guardia del girone sono altri esseri di duplice natura, i Centauri, metà uomini e metà cavalli, noti soprattutto per la rissosità, ma anche per la saggezza del loro più insigne rappresentante, Chirone, il mitico precettore di Achille. Da lontano i Centauri chiedono a Dante e Virgilio di identificarsi, minacciando di colpirli con arco e frecce, ma sarà poi uno di loro, Nesso, a portarli al di là del fiume infuocato.

Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle (v. 76)
Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle (v. 76)

I dannati sono immersi nel Flegetonte più o meno profondamente a seconda della gravità delle loro violenze. Il castigo più duro colpisce i tiranni, che si accanirono contro i sudditi e i loro averi con straordinaria ferocia e ora sono quasi interamente coperti dal sangue di cui si macchiarono in vita, mentre la condanna più lieve tocca a pirati e predoni che infierirono solo contro le cose altrui: devono tenere solo i piedi nel fiume. Abilissimi arcieri, i Centauri sono pronti a colpire i dannati non appena questi cercano di uscire dal sangue bollente, nel tentativo di alleviare le proprie sofferenze.

Le illustrazioni sono di Gustave Doré (1832-1883).

Inferno, Canto XII

[Canto XII, ove tratta del discendimento nel settimo cerchio d’inferno, e de le pene di quelli che fecero forza in persona de’ tiranni, e qui tratta di Minotauro e del fiume del sangue, e come per uno centauro furono scorti e guidati sicuri oltre il fiume.]

Era lo loco ov’ a scender la riva
venimmo, alpestro e, per quel che v’er’ anco,
tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva.

Qual è quella ruina che nel fianco
di qua da Trento l’Adice percosse,
o per tremoto o per sostegno manco,

che da cima del monte, onde si mosse,
al piano è sì la roccia discoscesa,
ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse:

cotal di quel burrato era la scesa;
e ‘n su la punta de la rotta lacca
l’infamïa di Creti era distesa

che fu concetta ne la falsa vacca;
e quando vide noi, sé stesso morse,
sì come quei cui l’ira dentro fiacca.

Lo savio mio inver’ lui gridò: «Forse
tu credi che qui sia ‘l duca d’Atene,
che sù nel mondo la morte ti porse?

Pàrtiti, bestia, ché questi non vene
ammaestrato da la tua sorella,
ma vassi per veder le vostre pene».

Qual è quel toro che si slaccia in quella
c’ha ricevuto già ‘l colpo mortale,
che gir non sa, ma qua e là saltella,

vid’ io lo Minotauro far cotale;
e quello accorto gridò: «Corri al varco;
mentre ch’e’ ‘nfuria, è buon che tu ti cale».

Così prendemmo via giù per lo scarco
di quelle pietre, che spesso moviensi
sotto i miei piedi per lo novo carco.

Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensi
forse a questa ruina, ch’è guardata
da quell’ ira bestial ch’i’ ora spensi.

Or vo’ che sappi che l’altra fïata
ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,
questa roccia non era ancor cascata.

Ma certo poco pria, se ben discerno,
che venisse colui che la gran preda
levò a Dite del cerchio superno,

da tutte parti l’alta valle feda
tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo
sentisse amor, per lo qual è chi creda

più volte il mondo in caòsso converso;
e in quel punto questa vecchia roccia,
qui e altrove, tal fece riverso.

Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia
la riviera del sangue in la qual bolle
qual che per vïolenza in altrui noccia».

Oh cieca cupidigia e ira folle,
che sì ci sproni ne la vita corta,
e ne l’etterna poi sì mal c’immolle!

Io vidi un’ampia fossa in arco torta,
come quella che tutto ‘l piano abbraccia,
secondo ch’avea detto la mia scorta;

e tra ‘l piè de la ripa ed essa, in traccia
corrien centauri, armati di saette,
come solien nel mondo andare a caccia.

Veggendoci calar, ciascun ristette,
e de la schiera tre si dipartiro
con archi e asticciuole prima elette;

e l’un gridò da lungi: «A qual martiro
venite voi che scendete la costa?
Ditel costinci; se non, l’arco tiro».

Lo mio maestro disse: «La risposta
farem noi a Chirón costà di presso:
mal fu la voglia tua sempre sì tosta».

Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso,
che morì per la bella Deianira,
e fé di sé la vendetta elli stesso.

E quel di mezzo, ch’al petto si mira,
è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;
quell’ altro è Folo, che fu sì pien d’ira.

Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
saettando qual anima si svelle
del sangue più che sua colpa sortille».

Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
Chirón prese uno strale, e con la cocca
fece la barba in dietro a le mascelle.

Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,
disse a’ compagni: «Siete voi accorti
che quel di retro move ciò ch’el tocca?

Così non soglion far li piè d’i morti».
E ‘l mio buon duca, che già li er’ al petto,
dove le due nature son consorti,

rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto
mostrar li mi convien la valle buia;
necessità ‘l ci ‘nduce, e non diletto.

Tal si partì da cantare alleluia
che mi commise quest’ officio novo:
non è ladron, né io anima fuia.

Ma per quella virtù per cu’ io movo
li passi miei per sì selvaggia strada,
danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo,

e che ne mostri là dove si guada,
e che porti costui in su la groppa,
ché non è spirto che per l’aere vada».

Chirón si volse in su la destra poppa,
e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,
e fa cansar s’altra schiera v’intoppa».

Or ci movemmo con la scorta fida
lungo la proda del bollor vermiglio,
dove i bolliti facieno alte strida.

Io vidi gente sotto infino al ciglio;
e ‘l gran centauro disse: «E’ son tiranni
che dier nel sangue e ne l’aver di piglio.

Quivi si piangon li spietati danni;
quivi è Alessandro, e Dïonisio fero
che fé Cicilia aver dolorosi anni.

E quella fronte c’ha ‘l pel così nero,
è Azzolino; e quell’ altro ch’è biondo,
è Opizzo da Esti, il qual per vero

fu spento dal figliastro sù nel mondo».
Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
«Questi ti sia or primo, e io secondo».

Poco più oltre il centauro s’affisse
sovr’ una gente che ‘nfino a la gola
parea che di quel bulicame uscisse.

Mostrocci un’ombra da l’un canto sola,
dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio
lo cor che ‘n su Tamisi ancor si cola».

Poi vidi gente che di fuor del rio
tenean la testa e ancor tutto ‘l casso;
e di costoro assai riconobb’ io.

Così a più a più si facea basso
quel sangue, sì che cocea pur li piedi;
e quindi fu del fosso il nostro passo.

«Sì come tu da questa parte vedi
lo bulicame che sempre si scema»,
disse ‘l centauro, «voglio che tu credi

che da quest’ altra a più a più giù prema
lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge
ove la tirannia convien che gema.

La divina giustizia di qua punge
quell’ Attila che fu flagello in terra,
e Pirro e Sesto; e in etterno munge

le lagrime, che col bollor diserra,
a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
che fecero a le strade tanta guerra».

Poi si rivolse e ripassossi ‘l guazzo.

Dante illustrato – Inferno, Canto XI

ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio / d'un grand' avello ... (vv. 6-7)
ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio / d’un grand’ avello … (vv. 6-7)

Dante e Virgilio sostano accanto all’avello di papa Anastasio, per abituarsi ai fetidi miasmi che salgono dai cerchi sottostanti. La guida ne approfitta per illustrare la struttura dell’Inferno, basta sulla gravità progressiva dei peccati: dopo lussuriosi, golosi, avari, prodighi, iracondi, che non seppero frenare i loro istinti, e dopo gli eretici, incontreranno i colpevoli di violenza e coloro che commettendo le più varie specie di frode hanno pervertito il bene supremo ricevuto da Dio: la ragione.

L’illustrazione è di Gustave Doré (1832-1883).

Inferno, Canto XI

[Canto undecimo, nel quale tratta de’ tre cerchi disotto d’inferno, e distingue de le genti che dentro vi sono punite, e che quivi più che altrove; e solve una questione.]

In su l’estremità d’un’alta ripa
che facevan gran pietre rotte in cerchio,
venimmo sopra più crudele stipa;

e quivi, per l’orribile soperchio
del puzzo che ‘l profondo abisso gitta,
ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio

d’un grand’ avello, ov’ io vidi una scritta
che dicea: ‘Anastasio papa guardo,
lo qual trasse Fotin de la via dritta’.

«Lo nostro scender conviene esser tardo,
sì che s’ausi un poco in prima il senso
al tristo fiato; e poi no i fia riguardo».

Così ‘l maestro; e io «Alcun compenso»,
dissi lui, «trova che ‘l tempo non passi
perduto». Ed elli: «Vedi ch’a ciò penso».

«Figliuol mio, dentro da cotesti sassi»,
cominciò poi a dir, «son tre cerchietti
di grado in grado, come que’ che lassi.

Tutti son pien di spirti maladetti;
ma perché poi ti basti pur la vista,
intendi come e perché son costretti.

D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista,
ingiuria è ‘l fine, ed ogne fin cotale
o con forza o con frode altrui contrista.

Ma perché frode è de l’uom proprio male,
più spiace a Dio; e però stan di sotto
li frodolenti, e più dolor li assale.

Di vïolenti il primo cerchio è tutto;
ma perché si fa forza a tre persone,
in tre gironi è distinto e costrutto.

A Dio, a sé, al prossimo si pòne
far forza, dico in loro e in lor cose,
come udirai con aperta ragione.

Morte per forza e ferute dogliose
nel prossimo si danno, e nel suo avere
ruine, incendi e tollette dannose;

onde omicide e ciascun che mal fiere,
guastatori e predon, tutti tormenta
lo giron primo per diverse schiere.

Puote omo avere in sé man vïolenta
e ne’ suoi beni; e però nel secondo
giron convien che sanza pro si penta

qualunque priva sé del vostro mondo,
biscazza e fonde la sua facultade,
e piange là dov’ esser de’ giocondo.

Puossi far forza ne la deïtade,
col cor negando e bestemmiando quella,
e spregiando natura e sua bontade;

e però lo minor giron suggella
del segno suo e Soddoma e Caorsa
e chi, spregiando Dio col cor, favella.

La frode, ond’ ogne coscïenza è morsa,
può l’omo usare in colui che ‘n lui fida
e in quel che fidanza non imborsa.

Questo modo di retro par ch’incida
pur lo vinco d’amor che fa natura;
onde nel cerchio secondo s’annida

ipocresia, lusinghe e chi affattura,
falsità, ladroneccio e simonia,
ruffian, baratti e simile lordura.

Per l’altro modo quell’ amor s’oblia
che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,
di che la fede spezïal si cria;

onde nel cerchio minore, ov’ è ‘l punto
de l’universo in su che Dite siede,
qualunque trade in etterno è consunto».

E io: «Maestro, assai chiara procede
la tua ragione, e assai ben distingue
questo baràtro e ‘l popol ch’e’ possiede.

Ma dimmi: quei de la palude pingue,
che mena il vento, e che batte la pioggia,
e che s’incontran con sì aspre lingue,

perché non dentro da la città roggia
sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
e se non li ha, perché sono a tal foggia?».

Ed elli a me «Perché tanto delira»,
disse, «lo ‘ngegno tuo da quel che sòle?
o ver la mente dove altrove mira?

Non ti rimembra di quelle parole
con le quai la tua Etica pertratta
le tre disposizion che ‘l ciel non vole,

incontenenza, malizia e la matta
bestialitade? e come incontenenza
men Dio offende e men biasimo accatta?

Se tu riguardi ben questa sentenza,
e rechiti a la mente chi son quelli
che sù di fuor sostegnon penitenza,

tu vedrai ben perché da questi felli
sien dipartiti, e perché men crucciata
la divina vendetta li martelli».

«O sol che sani ogne vista turbata,
tu mi contenti sì quando tu solvi,
che, non men che saver, dubbiar m’aggrata.

Ancora in dietro un poco ti rivolvi»,
diss’ io, «là dove di’ ch’usura offende
la divina bontade, e ‘l groppo solvi».

«Filosofia», mi disse, «a chi la ‘ntende,
nota, non pure in una sola parte,
come natura lo suo corso prende

dal divino ‘ntelletto e da sua arte;
e se tu ben la tua Fisica note,
tu troverai, non dopo molte carte,

che l’arte vostra quella, quanto pote,
segue, come ‘l maestro fa ‘l discente;
sì che vostr’ arte a Dio quasi è nepote.

Da queste due, se tu ti rechi a mente
lo Genesì dal principio, convene
prender sua vita e avanzar la gente;

e perché l’usuriere altra via tene,
per sé natura e per la sua seguace
dispregia, poi ch’in altro pon la spene.

Ma seguimi oramai che ‘l gir mi piace;
ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta,
e ‘l Carro tutto sovra ‘l Coro giace,

e ‘l balzo via là oltra si dismonta».

Dante illustrato – Inferno, Canto X

guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso, / mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?» (vv. 41-42)
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso, / mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?» (vv. 41-42)

Tra gli epicurei Dante incontra Farinata degli Uberti, grande capo ghibellino che, levatosi in piedi, sembra quasi ostentare il proprio disprezzo per l’Inferno stesso. Tra i due, di opposte fazioni, nasce un confronto sulla storia di Firenze che, dopo una breve interruzione da parte di Cavalcante de’ Cavalcanti, padre del poeta Guido Cavalcanti, si conclude con una profezia di Farinata: nel giro di quattro anni Dante scoprirà a proprie spese quanto sia difficile l’arte di tornare in patria dall’esilio.

L’illustrazione è di Gustave Doré (1832-1883).

Inferno, Canto X

[Canto decimo, ove tratta del sesto cerchio de l’inferno e de la pena de li eretici, e in forma d’indovinare in persona di messer Farinata predice molte cose e di quelle che avvennero a Dante, e solve una questione.]

Ora sen va per un secreto calle,
tra ‘l muro de la terra e li martìri,
lo mio maestro, e io dopo le spalle.

«O virtù somma, che per li empi giri
mi volvi», cominciai, «com’ a te piace,
parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.

La gente che per li sepolcri giace
potrebbesi veder? già son levati
tutt’ i coperchi, e nessun guardia face».

E quelli a me: «Tutti saran serrati
quando di Iosafàt qui torneranno
coi corpi che là sù hanno lasciati.

Suo cimitero da questa parte hanno
con Epicuro tutti suoi seguaci,
che l’anima col corpo morta fanno.

Però a la dimanda che mi faci
quinc’ entro satisfatto sarà tosto,
e al disio ancor che tu mi taci».

E io: «Buon duca, non tegno riposto
a te mio cuor se non per dicer poco,
e tu m’hai non pur mo a ciò disposto».

«O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.

La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patrïa natio,
a la qual forse fui troppo molesto».

Subitamente questo suono uscìo
d’una de l’arche; però m’accostai,
temendo, un poco più al duca mio.

Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?
Vedi là Farinata che s’è dritto:
da la cintola in sù tutto ‘l vedrai».

Io avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s’ergea col petto e con la fronte
com’ avesse l’inferno a gran dispitto.

E l’animose man del duca e pronte
mi pinser tra le sepulture a lui,
dicendo: «Le parole tue sien conte».

Com’ io al piè de la sua tomba fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».

Io ch’era d’ubidir disideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel’ apersi;
ond’ ei levò le ciglia un poco in suso;

poi disse: «Fieramente furo avversi
a me e a miei primi e a mia parte,
sì che per due fïate li dispersi».

«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,
rispuos’ io lui, «l’una e l’altra fïata;
ma i vostri non appreser ben quell’ arte».

Allor surse a la vista scoperchiata
un’ombra, lungo questa, infino al mento:
credo che s’era in ginocchie levata.

Dintorno mi guardò, come talento
avesse di veder s’altri era meco;
e poi che ‘l sospecciar fu tutto spento,

piangendo disse: «Se per questo cieco
carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’ è? e perché non è teco?».

E io a lui: «Da me stesso non vegno:
colui ch’attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».

Le sue parole e ‘l modo de la pena
m’avean di costui già letto il nome;
però fu la risposta così piena.

Di sùbito drizzato gridò: «Come?
dicesti “elli ebbe”? non viv’ elli ancora?
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».

Quando s’accorse d’alcuna dimora
ch’io facëa dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve fora.

Ma quell’ altro magnanimo, a cui posta
restato m’era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua costa;

e sé continüando al primo detto,
«S’elli han quell’ arte», disse, «male appresa,
ciò mi tormenta più che questo letto.

Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell’ arte pesa.

E se tu mai nel dolce mondo regge,
dimmi: perché quel popolo è sì empio
incontr’ a’ miei in ciascuna sua legge?».

Ond’ io a lui: «Lo strazio e ‘l grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio».

Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,
«A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo
sanza cagion con li altri sarei mosso.

Ma fu’ io solo, là dove sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto».

«Deh, se riposi mai vostra semenza»,
prega’ io lui, «solvetemi quel nodo
che qui ha ‘nviluppata mia sentenza.

El par che voi veggiate, se ben odo,
dinanzi quel che ‘l tempo seco adduce,
e nel presente tenete altro modo».

«Noi veggiam, come quei c’ha mala luce,
le cose», disse, «che ne son lontano;
cotanto ancor ne splende il sommo duce.

Quando s’appressano o son, tutto è vano
nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,
nulla sapem di vostro stato umano.

Però comprender puoi che tutta morta
fia nostra conoscenza da quel punto
che del futuro fia chiusa la porta».

Allor, come di mia colpa compunto,
dissi: «Or direte dunque a quel caduto
che ‘l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;

e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,
fate i saper che ‘l fei perché pensava
già ne l’error che m’avete soluto».

E già ‘l maestro mio mi richiamava;
per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio
che mi dicesse chi con lu’ istava.

Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:
qua dentro è ‘l secondo Federico
e ‘l Cardinale; e de li altri mi taccio».

Indi s’ascose; e io inver’ l’antico
poeta volsi i passi, ripensando
a quel parlar che mi parea nemico.

Elli si mosse; e poi, così andando,
mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?».
E io li sodisfeci al suo dimando.

«La mente tua conservi quel ch’udito
hai contra te», mi comandò quel saggio;
«e ora attendi qui», e drizzò ‘l dito:

«quando sarai dinanzi al dolce raggio
di quella il cui bell’ occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita il vïaggio».

Appresso mosse a man sinistra il piede:
lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo
per un sentier ch’a una valle fiede,

che ‘nfin là sù facea spiacer suo lezzo.

Dante illustrato – Inferno, Canto IX

«Guarda», mi disse, «le feroci Erine» (v. 45)
«Guarda», mi disse, «le feroci Erine» (v. 45)

Mentre i due attendono un soccorso dal cielo che a detta di Virgilio non potrà mancare, ma su cui Dante comincia a nutrire qualche dubbio, sopra le torri della città di Dite compare la malvagia trinità delle Furie infernali, che invocano l’intervento di Medusa, perché con il suo sguardo pietrifichi Dante. Per questo Virgilio lo invita subito a girarsi e a chiudere gli occhi.

Venne a la porta e con una verghetta / l'aperse, che non v'ebbe alcun ritegno (vv. 89-90)
Venne a la porta e con una verghetta / l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno (vv. 89-90)

Annunciato da un frastuono, giunge un messo dal cielo, al cui passaggio sulla superficie dello Stige le anime dei dannati si ritirano come rane di fronte a una biscia. Basta un tocco della verghetta che l’angelo porta con sé perché la porta si apra e la resistenza sia vinta. Ora il pellegrino può continuare il proprio viaggio, che tanto spiaceva agli angeli ribelli, e scendere nelle parti più profonde dell’Inferno, negli abissi del peccato.

E quelli a me: «Qui son li eresïarche / con lor seguaci, d'ogne setta ... » (vv. 127-128)
E quelli a me: «Qui son li eresïarche / con lor seguaci, d’ogne setta … » (vv. 127-128)

Giunti finalmente dentro le mura, Dante e Virgilio si trovano di fronte una distesa di sepolcri infuocati, da cui escono atroci lamenti. Qui, nel sesto cerchio, come spiega la guida, sono puniti i capi delle sette eretiche, insieme ai loro seguaci: nella zona in cui tra poco si fermeranno si trovano per esempio coloro i quali, come Epicuro, non credettero nell’immortalità dell’anima.

Le illustrazioni sono di Gustave Doré (1832-1883).

Inferno, Canto IX

[Canto nono, ove tratta e dimostra de la cittade c’ha nome Dite, la qual si è nel sesto cerchio de l’inferno e vedesi messa la qualità de le pene de li eretici; e dichiara in questo canto Virgilio a Dante una questione, e rendelo sicuro dicendo sé esservi stato dentro altra fiata.]

Quel color che viltà di fuor mi pinse
veggendo il duca mio tornare in volta,
più tosto dentro il suo novo ristrinse.

Attento si fermò com’ uom ch’ascolta;
ché l’occhio nol potea menare a lunga
per l’aere nero e per la nebbia folta.

«Pur a noi converrà vincer la punga»,
cominciò el, «se non… Tal ne s’offerse.
Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!».

I’ vidi ben sì com’ ei ricoperse
lo cominciar con l’altro che poi venne,
che fur parole a le prime diverse;

ma nondimen paura il suo dir dienne,
perch’ io traeva la parola tronca
forse a peggior sentenzia che non tenne.

«In questo fondo de la trista conca
discende mai alcun del primo grado,
che sol per pena ha la speranza cionca?».

Questa question fec’ io; e quei «Di rado
incontra», mi rispuose, «che di noi
faccia il cammino alcun per qual io vado.

Ver è ch’altra fïata qua giù fui,
congiurato da quella Eritón cruda
che richiamava l’ombre a’ corpi sui.

Di poco era di me la carne nuda,
ch’ella mi fece intrar dentr’ a quel muro,
per trarne un spirto del cerchio di Giuda.

Quell’ è ‘l più basso loco e ‘l più oscuro,
e ‘l più lontan dal ciel che tutto gira:
ben so ‘l cammin; però ti fa sicuro.

Questa palude che ‘l gran puzzo spira
cigne dintorno la città dolente,
u’ non potemo intrare omai sanz’ ira».

E altro disse, ma non l’ho a mente;
però che l’occhio m’avea tutto tratto
ver’ l’alta torre a la cima rovente,

dove in un punto furon dritte ratto
tre furïe infernal di sangue tinte,
che membra feminine avieno e atto,

e con idre verdissime eran cinte;
serpentelli e ceraste avien per crine,
onde le fiere tempie erano avvinte.

E quei, che ben conobbe le meschine
de la regina de l’etterno pianto,
«Guarda», mi disse, «le feroci Erine.

Quest’ è Megera dal sinistro canto;
quella che piange dal destro è Aletto;
Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto.

Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;
battiensi a palme e gridavan sì alto,
ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.

«Vegna Medusa: sì ‘l farem di smalto»,
dicevan tutte riguardando in giuso;
«mal non vengiammo in Tesëo l’assalto».

«Volgiti ‘n dietro e tien lo viso chiuso;
ché se ‘l Gorgón si mostra e tu ‘l vedessi,
nulla sarebbe di tornar mai suso».

Così disse ‘l maestro; ed elli stessi
mi volse, e non si tenne a le mie mani,
che con le sue ancor non mi chiudessi.

O voi ch’avete li ‘ntelletti sani,
mirate la dottrina che s’asconde
sotto ‘l velame de li versi strani.

E già venìa su per le torbide onde
un fracasso d’un suon, pien di spavento,
per cui tremavano amendue le sponde,

non altrimenti fatto che d’un vento
impetüoso per li avversi ardori,
che fier la selva e sanz’ alcun rattento

li rami schianta, abbatte e porta fori;
dinanzi polveroso va superbo,
e fa fuggir le fiere e li pastori.

Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo
del viso su per quella schiuma antica
per indi ove quel fummo è più acerbo».

Come le rane innanzi a la nimica
biscia per l’acqua si dileguan tutte,
fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,

vid’ io più di mille anime distrutte
fuggir così dinanzi ad un ch’al passo
passava Stige con le piante asciutte.

Dal volto rimovea quell’ aere grasso,
menando la sinistra innanzi spesso;
e sol di quell’ angoscia parea lasso.

Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,
e volsimi al maestro; e quei fé segno
ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.

Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
Venne a la porta e con una verghetta
l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.

«O cacciati del ciel, gente dispetta»,
cominciò elli in su l’orribil soglia,
«ond’ esta oltracotanza in voi s’alletta?

Perché recalcitrate a quella voglia
a cui non puote il fin mai esser mozzo,
e che più volte v’ha cresciuta doglia?

Che giova ne le fata dar di cozzo?
Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
ne porta ancor pelato il mento e ‘l gozzo».

Poi si rivolse per la strada lorda,
e non fé motto a noi, ma fé sembiante
d’omo cui altra cura stringa e morda

che quella di colui che li è davante;
e noi movemmo i piedi inver’ la terra,
sicuri appresso le parole sante.

Dentro li ‘ntrammo sanz’ alcuna guerra;
e io, ch’avea di riguardar disio
la condizion che tal fortezza serra,

com’ io fui dentro, l’occhio intorno invio:
e veggio ad ogne man grande campagna,
piena di duolo e di tormento rio.

Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,
sì com’ a Pola, presso del Carnaro
ch’Italia chiude e suoi termini bagna,

fanno i sepulcri tutt’ il loco varo,
così facevan quivi d’ogne parte,
salvo che ‘l modo v’era più amaro;

ché tra li avelli fiamme erano sparte,
per le quali eran sì del tutto accesi,
che ferro più non chiede verun’ arte.

Tutti li lor coperchi eran sospesi,
e fuor n’uscivan sì duri lamenti,
che ben parean di miseri e d’offesi.

E io: «Maestro, quai son quelle genti
che, seppellite dentro da quell’ arche,
si fan sentir coi sospiri dolenti?».

E quelli a me: «Qui son li eresïarche
con lor seguaci, d’ogne setta, e molto
più che non credi son le tombe carche.

Simile qui con simile è sepolto,
e i monimenti son più e men caldi».
E poi ch’a la man destra si fu vòlto,

passammo tra i martìri e li alti spaldi.

Dante illustrato – Inferno, Canto VIII

segando se ne va l'antica prora / de l'acqua più che non suol con altrui (vv. 29-30)
segando se ne va l’antica prora / de l’acqua più che non suol con altrui (vv. 29-30)

Per attraversare la palude stigia, Dante e Virgilio si servono della barca di Flegiàs, personaggio del mito che nella radice del nome porta il fuoco, l’infiammabilità dell’ira. Il traghettatore sopraggiunge rapidissimo, con la convinzione di avere una nuova anima da destinare al castigo eterno, ma le parole di Virgilio spengono il suo entusiasmo costringendolo a reprimere anche l’ira per la delusione: Dante è vivo, ed è lì solo di passaggio. Quando l’insolito viaggiatore sale sulla barca, questa affonda leggermente sotto il peso del suo corpo, rendendo più lenta del consueto la traversata.

per che 'l maestro accorto lo sospinse, / dicendo: «Via costà con li altri cani!» (vv. 41-42)
per che ‘l maestro accorto lo sospinse, / dicendo: «Via costà con li altri cani!» (vv. 41-42)

All’improvviso un dannato si fa incontro alla barca che solca la palude, chiedendo chi sia quell’uomo che attraversa l’inferno ancora vivo. Nonostante sia coperto di fango, Dante lo riconosce e lo tratta con sommo disprezzo, spalleggiato da Virgilio: si tratta di Filippo Argenti, che come tanti altri si è dato arie da re in vita e ora sembra un maiale in una pozza lurida: giusto castigo per chi ha lasciato dietro di sé solo gli orrendi ricordi della propria arroganza.

Udir non potti quello ch'a lor porse (v. 112)
Udir non potti quello ch’a lor porse (v. 112)

Durante il tragitto Dante e Virgilio vedono farsi sempre più vicine le mura infuocate della città di Dite, che racchiude la parte più bassa dell’Inferno. Giunti a riva trovano ad aspettarli più di mille diavoli, che vogliono sbarrare il cammino a Dante: se ne torni solo, dicono, per la «folle strada» che ha avuto l’ardire di percorrere. Virgilio si reca a parlamentare con i demoni. Dante non può sentire le sue parole, ma il risultato è chiaro: i diavoli si ritirano precipitosamente dentro le mura, chiudendo la porta ai viandanti.

Le illustrazioni sono di Gustave Doré (1832-1883).

Inferno, Canto VIII

[Canto ottavo, ove tratta del quinto cerchio de l’inferno e alquanto del sesto, e de la pena del peccato de l’ira, massimamente in persona d’uno cavaliere fiorentino chiamato messer Filippo Argenti, e del dimonio Flegias e de la palude di Stige e del pervenire a la città d’inferno detta Dite.]

Io dico, seguitando, ch’assai prima
che noi fossimo al piè de l’alta torre,
li occhi nostri n’andar suso a la cima

per due fiammette che i vedemmo porre,
e un’altra da lungi render cenno,
tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.

E io mi volsi al mar di tutto ‘l senno;
dissi: «Questo che dice? e che risponde
quell’ altro foco? e chi son quei che ‘l fenno?».

Ed elli a me: «Su per le sucide onde
già scorgere puoi quello che s’aspetta,
se ‘l fummo del pantan nol ti nasconde».

Corda non pinse mai da sé saetta
che sì corresse via per l’aere snella,
com’ io vidi una nave piccioletta

venir per l’acqua verso noi in quella,
sotto ‘l governo d’un sol galeoto,
che gridava: «Or se’ giunta, anima fella!».

«Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto»,
disse lo mio segnore, «a questa volta:
più non ci avrai che sol passando il loto».

Qual è colui che grande inganno ascolta
che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.

Lo duca mio discese ne la barca,
e poi mi fece intrare appresso lui;
e sol quand’ io fui dentro parve carca.

Tosto che ‘l duca e io nel legno fui,
segando se ne va l’antica prora
de l’acqua più che non suol con altrui.

Mentre noi corravam la morta gora,
dinanzi mi si fece un pien di fango,
e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?».

E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango;
ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?».
Rispuose: «Vedi che son un che piango».

E io a lui: «Con piangere e con lutto,
spirito maladetto, ti rimani;
ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto».

Allor distese al legno ambo le mani;
per che ‘l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: «Via costà con li altri cani!».

Lo collo poi con le braccia mi cinse;
basciommi ‘l volto e disse: «Alma sdegnosa,
benedetta colei che ‘n te s’incinse!

Quei fu al mondo persona orgogliosa;
bontà non è che sua memoria fregi:
così s’è l’ombra sua qui furïosa.

Quanti si tegnon or là sù gran regi
che qui staranno come porci in brago,
di sé lasciando orribili dispregi!».

E io: «Maestro, molto sarei vago
di vederlo attuffare in questa broda
prima che noi uscissimo del lago».

Ed elli a me: «Avante che la proda
ti si lasci veder, tu sarai sazio:
di tal disïo convien che tu goda».

Dopo ciò poco vid’ io quello strazio
far di costui a le fangose genti,
che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.

Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»;
e ‘l fiorentino spirito bizzarro
in sé medesmo si volvea co’ denti.

Quivi il lasciammo, che più non ne narro;
ma ne l’orecchie mi percosse un duolo,
per ch’io avante l’occhio intento sbarro.

Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo,
s’appressa la città c’ha nome Dite,
coi gravi cittadin, col grande stuolo».

E io: «Maestro, già le sue meschite
là entro certe ne la valle cerno,
vermiglie come se di foco uscite

fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno
ch’entro l’affoca le dimostra rosse,
come tu vedi in questo basso inferno».

Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse
che vallan quella terra sconsolata:
le mura mi parean che ferro fosse.

Non sanza prima far grande aggirata,
venimmo in parte dove il nocchier forte
«Usciteci», gridò: «qui è l’intrata».

Io vidi più di mille in su le porte
da ciel piovuti, che stizzosamente
dicean: «Chi è costui che sanza morte

va per lo regno de la morta gente?».
E ‘l savio mio maestro fece segno
di voler lor parlar segretamente.

Allor chiusero un poco il gran disdegno
e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada
che sì ardito intrò per questo regno.

Sol si ritorni per la folle strada:
pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,
che li ha’ iscorta sì buia contrada».

Pensa, lettor, se io mi sconfortai
nel suon de le parole maladette,
ché non credetti ritornarci mai.

«O caro duca mio, che più di sette
volte m’hai sicurtà renduta e tratto
d’alto periglio che ‘ncontra mi stette,

non mi lasciar», diss’ io, «così disfatto;
e se ‘l passar più oltre ci è negato,
ritroviam l’orme nostre insieme ratto».

E quel segnor che lì m’avea menato,
mi disse: «Non temer; ché ‘l nostro passo
non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.

Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso
conforta e ciba di speranza buona,
ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso».

Così sen va, e quivi m’abbandona
lo dolce padre, e io rimagno in forse,
che sì e no nel capo mi tenciona.

Udir non potti quello ch’a lor porse;
ma ei non stette là con essi guari,
che ciascun dentro a pruova si ricorse.

Chiuser le porte que’ nostri avversari
nel petto al mio segnor, che fuor rimase
e rivolsesi a me con passi rari.

Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:
«Chi m’ha negate le dolenti case!».

E a me disse: «Tu, perch’ io m’adiri,
non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
qual ch’a la difension dentro s’aggiri.

Questa lor tracotanza non è nova;
ché già l’usaro a men segreta porta,
la qual sanza serrame ancor si trova.

Sovr’ essa vedestù la scritta morta:
e già di qua da lei discende l’erta,
passando per li cerchi sanza scorta,

tal che per lui ne fia la terra aperta».