Dante illustrato – Inferno, Canto XVII

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E quella sozza imagine di froda / sen venne, e arrivò la testa e ‘l busto (vv. 7-8)

Nel settimo cerchio si apre una voragine che non è possibile percorrere con i normali mezzi umani. Virgilio e Dante si dovranno servire dell’aiuto di un mostro simile a un drago, Gerione. Ha un volto umano, che ispira fiducia, ma il tronco di un serpente, le zampe da felino e soprattutto la coda di uno scorpione, sempre pronta a ferire: è una perfetta immagine della frode, il peccato che domina gli ultimi due cerchi dell’Inferno.

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Allor fu’ io più timido a lo stoscio (v. 121)

In groppa a Gerione, Dante compie un’esperienza totalmente nuova: il volo. Nuova è anche la paura che lo assale, ma Virgilio lo cinge e lo sostiene, e grazie alle sue raccomandazioni il mostro plana lentamente verso l’ottavo cerchio, avvicinandosi al quale Dante vede fiamme e sente gemiti che accrescono in lui la paura di cadere.

Le illustrazioni sono di Gustave Doré (1832-1883).

Inferno, Canto XVII

[Canto XVII, nel quale si tratta del discendimento nel luogo detto Malebolge, che è l’ottavo cerchio de l’inferno; ancora fa proemio alquanto di quelli che sono nel settimo circulo; e quivi si truova il demonio Gerione sopra ‘l quale passaro il fiume; e quivi parlò Dante ad alcuni prestatori e usurai del settimo cerchio.]

«Ecco la fiera con la coda aguzza,
che passa i monti e rompe i muri e l’armi!
Ecco colei che tutto ‘l mondo appuzza!».

Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
e accennolle che venisse a proda,
vicino al fin d’i passeggiati marmi.

E quella sozza imagine di froda
sen venne, e arrivò la testa e ‘l busto,
ma ‘n su la riva non trasse la coda.

La faccia sua era faccia d’uom giusto,
tanto benigna avea di fuor la pelle,
e d’un serpente tutto l’altro fusto;

due branche avea pilose insin l’ascelle;
lo dosso e ‘l petto e ambedue le coste
dipinti avea di nodi e di rotelle.

Con più color, sommesse e sovraposte
non fer mai drappi Tartari né Turchi,
né fuor tai tele per Aragne imposte.

Come talvolta stanno a riva i burchi,
che parte sono in acqua e parte in terra,
e come là tra li Tedeschi lurchi

lo bivero s’assetta a far sua guerra,
così la fiera pessima si stava
su l’orlo ch’è di pietra e ‘l sabbion serra.

Nel vano tutta sua coda guizzava,
torcendo in sù la venenosa forca
ch’a guisa di scorpion la punta armava.

Lo duca disse: «Or convien che si torca
la nostra via un poco insino a quella
bestia malvagia che colà si corca».

Però scendemmo a la destra mammella,
e diece passi femmo in su lo stremo,
per ben cessar la rena e la fiammella.

E quando noi a lei venuti semo,
poco più oltre veggio in su la rena
gente seder propinqua al loco scemo.

Quivi ‘l maestro «Acciò che tutta piena
esperïenza d’esto giron porti»,
mi disse, «va, e vedi la lor mena.

Li tuoi ragionamenti sian là corti;
mentre che torni, parlerò con questa,
che ne conceda i suoi omeri forti».

Così ancor su per la strema testa
di quel settimo cerchio tutto solo
andai, dove sedea la gente mesta.

Per li occhi fora scoppiava lor duolo;
di qua, di là soccorrien con le mani
quando a’ vapori, e quando al caldo suolo:

non altrimenti fan di state i cani
or col ceffo or col piè, quando son morsi
o da pulci o da mosche o da tafani.

Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
ne’ quali ‘l doloroso foco casca,
non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi

che dal collo a ciascun pendea una tasca
ch’avea certo colore e certo segno,
e quindi par che ‘l loro occhio si pasca.

E com’ io riguardando tra lor vegno,
in una borsa gialla vidi azzurro
che d’un leone avea faccia e contegno.

Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
vidine un’altra come sangue rossa,
mostrando un’oca bianca più che burro.

E un che d’una scrofa azzurra e grossa
segnato avea lo suo sacchetto bianco,
mi disse: «Che fai tu in questa fossa?

Or te ne va; e perché se’ vivo anco,
sappi che ‘l mio vicin Vitalïano
sederà qui dal mio sinistro fianco.

Con questi Fiorentin son padoano:
spesse fïate mi ‘ntronan li orecchi
gridando: “Vegna ‘l cavalier sovrano,

che recherà la tasca con tre becchi!”».
Qui distorse la bocca e di fuor trasse
la lingua, come bue che ‘l naso lecchi.

E io, temendo no ‘l più star crucciasse
lui che di poco star m’avea ‘mmonito,
torna’mi in dietro da l’anime lasse.

Trova’ il duca mio ch’era salito
già su la groppa del fiero animale,
e disse a me: «Or sie forte e ardito.

Omai si scende per sì fatte scale;
monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo,
sì che la coda non possa far male».

Qual è colui che sì presso ha ‘l riprezzo
de la quartana, c’ha già l’unghie smorte,
e triema tutto pur guardando ‘l rezzo,

tal divenn’ io a le parole porte;
ma vergogna mi fé le sue minacce,
che innanzi a buon segnor fa servo forte.

I’ m’assettai in su quelle spallacce;
sì volli dir, ma la voce non venne
com’ io credetti: ‘Fa che tu m’abbracce’.

Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne
ad altro forse, tosto ch’i’ montai
con le braccia m’avvinse e mi sostenne;

e disse: «Gerïon, moviti omai:
le rote larghe, e lo scender sia poco;
pensa la nova soma che tu hai».

Come la navicella esce di loco
in dietro in dietro, sì quindi si tolse;
e poi ch’al tutto si sentì a gioco,

là ‘v’ era ‘l petto, la coda rivolse,
e quella tesa, come anguilla, mosse,
e con le branche l’aere a sé raccolse.

Maggior paura non credo che fosse
quando Fetonte abbandonò li freni,
per che ‘l ciel, come pare ancor, si cosse;

né quando Icaro misero le reni
sentì spennar per la scaldata cera,
gridando il padre a lui «Mala via tieni!»,

che fu la mia, quando vidi ch’i’ era
ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta
ogne veduta fuor che de la fera.

Ella sen va notando lenta lenta;
rota e discende, ma non me n’accorgo
se non che al viso e di sotto mi venta.

Io sentia già da la man destra il gorgo
far sotto noi un orribile scroscio,
per che con li occhi ‘n giù la testa sporgo.

Allor fu’ io più timido a lo stoscio,
però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti;
ond’ io tremando tutto mi raccoscio.

E vidi poi, ché nol vedea davanti,
lo scendere e ‘l girar per li gran mali
che s’appressavan da diversi canti.

Come ‘l falcon ch’è stato assai su l’ali,
che sanza veder logoro o uccello
fa dire al falconiere «Omè, tu cali!»,

discende lasso onde si move isnello,
per cento rote, e da lunge si pone
dal suo maestro, disdegnoso e fello;

così ne puose al fondo Gerïone
al piè al piè de la stagliata rocca,
e, discarcate le nostre persone,

si dileguò come da corda cocca.

Settecento #2. L’impero britannico e la repubblica americana

Libertà e modernizzazione

Mentre nei grandi Stati europei c’erano ancora monarchie assolute, in Inghilterra già dalla fine del Seicento c’era una monarchia costituzionale. I poteri del re erano limitati e la Camera dei Comuni aveva la responsabilità di governare il Paese. L’Inghilterra del Settecento è considerata la culla della democrazia moderna, anche se in realtà solo i più ricchi avevano il diritto di eleggere i membri della Camera dei Comuni.

Dal Cinquecento in poi i possidenti della campagna inglese si erano dedicati all’agronomia, cioè alla scienza che studia le tecniche per migliorare l’agricoltura. I loro terreni producevano di più, il guadagno era maggiore, i soldi in più venivano usati per la fabbricazione di stoffe. Col passare del tempo, grazie all’invenzione di nuove macchine come il filatoio meccanico, la produzione dei panni di lana e cotone aumentava e i prezzi diminuivano: anche la gente comune poteva comperare le stoffe.

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Spinning Jenny, filatoio meccanico brevettato da James Hargraves nel 1770

La competizione coloniale

Durante il XVII secolo le colonie erano diventate luoghi di popolamento: vi si trasferivano contadini, artigiani, funzionari e persone perseguitate per le loro idee religiose.

Spagna e Portogallo continuavano a  sfruttare le miniere d’oro e d’argento. Le nuove potenze commerciali, Paesi Bassi, Francia, Inghilterra, invece, impiantavano coltivazioni di tabacco e zucchero, nuove fonti di ricchezza.

Verso la metà del XVIII secolo si scateno una guerra, la guerra dei Sette Anni, per il possesso delle colonie. Le due principali rivali furono Francia e Inghilterra; alla fine della guerra la Francia dovette dare agli Inglesi tutte le colonie nell’America settentrionale. Qui le colonie britanniche diventarono tredici.

Per saperne di più:

Le colonie nord-americane

Nel corso del Settecento nelle colonie nord-americane ci fu una massiccia immigrazione non più soltanto dall’Inghilterra, ma anche da Irlanda, Scozia e Germania. I coloni attraversavano l’Atlantico per trovare condizioni di vita migliori. Facevano lavori diversi: a nord erano per lo più artigiani e mercanti; a sud si svilupparono grandi piantagioni di tabacco, zucchero e cotone. I padroni delle piantagioni facevano lavorare gli schiavi neri deportati dall’Africa.

Ponti e sezione della nave inglese Brookes adibita al trasporto di schiavi (1788)
Ponti e sezione della nave inglese Brookes adibita al trasporto di schiavi (1788)

Per approfondire:

La rivoluzione americana e la formazione degli Stati Uniti d’America

Il governo britannico chiese ai coloni americani di pagare più tasse sui prodotti esportati verso l’Europa (soprattutto tè e zucchero). Essi si ribellarono contro la madrepatria perché ritenevano ingiusto l’aumento di tasse: si scatenò una vera e propria guerra tra Americani e Inglesi. L’esercito americano, guidato da George Washington, con l’aiuto delle maggiori potenze europee (soprattutto la Francia), riuscì a vincere; nel 1783 venne proclamata l’indipendenza delle colonie che si chiamarono Stati Uniti d’America. Nel 1788 fu approvata una costituzione, gli Stati Uniti d’America divennero una repubblica dove il diritto di voto era esteso a molte più persone che in Inghilterra.

Emanuel Leutze, George Washington attraversa il fiume Delaware (1776)
Emanuel Leutze, George Washington attraversa il fiume Delaware nel 1778 (dipinto del 1851)

Per approfondire:

…e dopo il ripasso, mettiti alla prova!

Rispondi alle seguenti domande
  1. Che tipo di monarchia c’era in Inghilterra già dalla fine del Seicento?
  2. Che cos’è l’agronomia?
  3. Quali coltivazioni impiantarono nelle colonie le nuove potenze commerciali?
  4. Quante erano le colonie britanniche dell’America settentrionale?
  5. Chi lavorava nelle piantagioni di tabacco, zucchero e cotone?
  6. Quando venne ufficialmente proclamata l’indipendenza delle colonie americane?
Vero o falso?
  1. Nell’Inghilterra del Settecento tutti avevano il diritto di votare.
  2. In Inghilterra anche la gente comune poteva comprare le stoffe.
  3. Verso la metà del XVIII secolo si scatenò la guerra dei Sette Anni.
  4. I coloni americani si ribellarono contro la madrepatria.
  5. L’esercito americano venne sconfitto dagli Inglesi.
  6. Gli Stati Uniti d’America divennero una monarchia.
Sai spiegare perché…
  • in Inghilterra la produzione dei panni di lana e cotone aumentava?
  • si scatenò la guerra dei Sette Anni?
  • i coloni attraversavano l’Atlantico?
  • nelle grandi piantagioni facevano lavorare gli schiavi neri?
  • i coloni americani si ribellarono alla madrepatria?

Settecento #1. La civiltà dei Lumi

L’Illuminismo

Nella metà del Settecento si sviluppò in Europa l’Illuminismo, un movimento culturale così chiamato perché voleva spiegare ogni cosa per mezzo dei «lumi» della ragione. I letterati e gli scienziati illuministi si definivano filosofi che volevano combattere l’ignoranza diffondendo la cultura; parlavano di «Repubblica delle Lettere» per dire che le idee dovevano circolare liberamente senza obbedire agli ordini di un re.

Denis Diderot, by Louis Michel Van Loo
Louis Michel Van Loo, Ritratto di Denis Diderot, 1767

In questo periodo nacquero la biologia e la chimica. Basti pensare a Lazzaro Spallanzani, importantissimo biologo italiano, o a Antoine-Laurent Lavoisier, uno dei massimi geni del Settecento, fondatore della chimica moderna. Gli scienziati illuministi, utilizzando il metodo sperimentale, furono in contrasto con i dogmi della Chiesa.

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Maurice Quentin De La Tour, Ritratto di Voltaire, 1740 circa

 

Nel Seicento una metà dei libri pubblicati in Europa erano scritti da ecclesiastici; nel corso del Settecento, invece, solo un 20%. La Chiesa quindi non dominava più la cultura. Nasceva l’intellettuale moderno che si interessava di arte, scienza, storia, politica e diffondeva scoperte e idee nuove. Il più famoso intellettuale dell’Europa settecentesca fu Voltaire.

Le nuove esplorazioni

I navigatori del Settecento erano soprattutto esploratori scientifici: volevano disegnare precise carte geografiche, scoprire nuove sementi, piante particolari animali sconosciuti. Un grande naturalista tedesco, Alexander von Humboldt, riportò dall’America latina oltre sessantamila piante ed un erbario di 6200 specie diverse. Volevano anche scoprire nuove terre; tra il 1768 e il 1775 il capitano inglese James Cook scoprì ed esplorò la Nuova Zelanda e le coste orientali dell’Australia. In un terzo viaggio esplorò lo stretto di Bering e scoprì le isole Hawaii.

Mappa di Terranova disegnata da James Cook nel 1775
Mappa di Terranova disegnata da James Cook nel 1775

Le riforme illuministe

Nella prima metà de XVIII secolo vi furono in Europa diverse guerre fra dinastie; si giunse però, con la pace di Aquisgrana del 1748, a una situazione di equilibrio. I sovrani europei, spinti dalle nuove idee illuministe, fecero una serie di riforme soprattutto nei settori della sanità e dell’istruzione. Nel 1778 il re francese Luigi XVI istituì la Società di Medicina che aveva il compito di prevenire le epidemie. Il re di Prussia Federico II organizzò il primo sistema europeo di istruzione elementare obbligatoria. In Toscana fu approvato un codice penale che aboliva la tortura e la pena di morte.

Gli illuministi davano più importanza alla ragione, di conseguenza la religione non era più il centro della vita. Queste idee aggravarono la crisi delle monarchie assolute perché perdeva valore la convinzione che il potere del re avesse un’origine divina. Da pare loro le monarchie assolute erano in crisi anche perché c’erano ancora molte ingiustizie sociali: solo borghesi e contadini pagavano le tasse; i più ricchi, cioè nobiltà e clero, godevano del privilegio di non pagarle.

Adolph von Menzel, Die Tafelrunde: accanto al re Federico II siede Voltaire ed attorno al tavolo membri dell'Accademia delle Scienze di Prussia
Adolph von Menzel, Die Tafelrunde: Voltaire, insieme ai membri dell’Accademia delle Scienze di Prussia, è l’ospite d’onore alla tavola del sovrano Federico II, nella residenza di Sanssouci a Potsdam

…e dopo il ripasso, mettiti alla prova!

Rispondi alle seguenti domande
  1. Quando si sviluppò l’Illuminismo?
  2. Nel Seicento da chi erano scritti principalmente i libri?
  3. Chi fu il più famoso intellettuale dell’Europa settecentesca?
  4. Che cosa volevano i navigatori del Settecento?
  5. In quali settori soprattutto i sovrani europei fecero riforme?
  6. Che cosa aboliva il codice penale approvato in Toscana?
Vero o falso?
  1. Gli illuministi volevano combattere l’ignoranza diffondendo la cultura.
  2. Gli scienziati illuministi non vennero in contrasto con i dogmi della Chiesa.
  3. Nel corso del Settecento tutti i libri erano scritti da ecclesiastici.
  4. I navigatori del Settecento erano soprattutto esploratori scientifici.
  5. Il capitano inglese James Cook scoprì ed esplorò la Nuova Zelanda.
Sai spiegare perché…
  • il movimento culturale che si sviluppo in Europa si chiama Illuminismo?
  • i letterati e gli scienziati illuministi parlavano di «Repubblica delle Lettere»?
  • nel Settecento i sovrani europei fecero una serie di riforme?
  • l’Illuminismo peggiorò la crisi delle monarchie assolute dell’Europa?
  • le monarchie assolute erano in crisi anche da parte loro?

Dante illustrato – Inferno, Canti XV-XVI

inferno xv
rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?» (v. 30)

Dante viene fermato da un’anima della schiera dei sodomiti. Le fiamme ne hanno quasi cotto il viso, ma il pellegrino, aguzzando la vista, lo riconosce: è Brunetto Latini, una delle figure più importanti della cultura e della politica fiorentina della generazione precedente a Dante, che in lui vide un autentico maestro e a lui fu legato da un profondo affetto. Brunetto prevede un glorioso futuro per Dante, ma lo avverte anche che sarà vittima dell’ingratitudine dei fiorentini, gente «avara, invidiosa e superba».

L’illustrazione è di Gustave Doré (1832-1883). Al canto XV segue il XVI, per il quale Doré non ha prodotto alcuna incisione.

Inferno, Canto XV

[Canto XV, ove tratta di quello medesimo girone e di quello medesimo cerchio; e qui sono puniti coloro che fanno forza ne la deitade, spregiando natura e sua bontade, sì come sono li soddomiti.]

Ora cen porta l’un de’ duri margini;
e ‘l fummo del ruscel di sopra aduggia,
sì che dal foco salva l’acqua e li argini.

Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
temendo ‘l fiotto che ‘nver’ lor s’avventa,
fanno lo schermo perché ‘l mar si fuggia;

e quali Padoan lungo la Brenta,
per difender lor ville e lor castelli,
anzi che Carentana il caldo senta:

a tale imagine eran fatti quelli,
tutto che né sì alti né sì grossi,
qual che si fosse, lo maestro félli.

Già eravam da la selva rimossi
tanto, ch’i’ non avrei visto dov’ era,
perch’ io in dietro rivolto mi fossi,

quando incontrammo d’anime una schiera
che venian lungo l’argine, e ciascuna
ci riguardava come suol da sera

guardare uno altro sotto nuova luna;
e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia
come ‘l vecchio sartor fa ne la cruna.

Così adocchiato da cotal famiglia,
fui conosciuto da un, che mi prese
per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!».

E io, quando ‘l suo braccio a me distese,
ficcaï li occhi per lo cotto aspetto,
sì che ‘l viso abbrusciato non difese

la conoscenza süa al mio ‘ntelletto;
e chinando la mano a la sua faccia,
rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?».

E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia
se Brunetto Latino un poco teco
ritorna ‘n dietro e lascia andar la traccia».

I’ dissi lui: «Quanto posso, ven preco;
e se volete che con voi m’asseggia,
faròl, se piace a costui che vo seco».

«O figliuol», disse, «qual di questa greggia
s’arresta punto, giace poi cent’ anni
sanz’ arrostarsi quando ‘l foco il feggia.

Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni;
e poi rigiugnerò la mia masnada,
che va piangendo i suoi etterni danni».

Io non osava scender de la strada
per andar par di lui; ma ‘l capo chino
tenea com’ uom che reverente vada.

El cominciò: «Qual fortuna o destino
anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?
e chi è questi che mostra ‘l cammino?».

«Là sù di sopra, in la vita serena»,
rispuos’ io lui, «mi smarri’ in una valle,
avanti che l’età mia fosse piena.

Pur ier mattina le volsi le spalle:
questi m’apparve, tornand’ ïo in quella,
e reducemi a ca per questo calle».

Ed elli a me: «Se tu segui tua stella,
non puoi fallire a glorïoso porto,
se ben m’accorsi ne la vita bella;

e s’io non fossi sì per tempo morto,
veggendo il cielo a te così benigno,
dato t’avrei a l’opera conforto.

Ma quello ingrato popolo maligno
che discese di Fiesole ab antico,
e tiene ancor del monte e del macigno,

ti si farà, per tuo ben far, nimico;
ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al dolce fico.

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
gent’ è avara, invidiosa e superba:
dai lor costumi fa che tu ti forbi.

La tua fortuna tanto onor ti serba,
che l’una parte e l’altra avranno fame
di te; ma lungi fia dal becco l’erba.

Faccian le bestie fiesolane strame
di lor medesme, e non tocchin la pianta,
s’alcuna surge ancora in lor letame,

in cui riviva la sementa santa
di que’ Roman che vi rimaser quando
fu fatto il nido di malizia tanta».

«Se fosse tutto pieno il mio dimando»,
rispuos’ io lui, «voi non sareste ancora
de l’umana natura posto in bando;

ché ‘n la mente m’è fitta, e or m’accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora

m’insegnavate come l’uom s’etterna:
e quant’ io l’abbia in grado, mentr’ io vivo
convien che ne la mia lingua si scerna.

Ciò che narrate di mio corso scrivo,
e serbolo a chiosar con altro testo
a donna che saprà, s’a lei arrivo.

Tanto vogl’ io che vi sia manifesto,
pur che mia coscïenza non mi garra,
ch’a la Fortuna, come vuol, son presto.

Non è nuova a li orecchi miei tal arra:
però giri Fortuna la sua rota
come le piace, e ‘l villan la sua marra».

Lo mio maestro allora in su la gota
destra si volse in dietro e riguardommi;
poi disse: «Bene ascolta chi la nota».

Né per tanto di men parlando vommi
con ser Brunetto, e dimando chi sono
li suoi compagni più noti e più sommi.

Ed elli a me: «Saper d’alcuno è buono;
de li altri fia laudabile tacerci,
ché ‘l tempo saria corto a tanto suono.

In somma sappi che tutti fur cherci
e litterati grandi e di gran fama,
d’un peccato medesmo al mondo lerci.

Priscian sen va con quella turba grama,
e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,
s’avessi avuto di tal tigna brama,

colui potei che dal servo de’ servi
fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,
dove lasciò li mal protesi nervi.

Di più direi; ma ‘l venire e ‘l sermone
più lungo esser non può, però ch’i’ veggio
là surger nuovo fummo del sabbione.

Gente vien con la quale esser non deggio.
Sieti raccomandato il mio Tesoro,
nel qual io vivo ancora, e più non cheggio».

Poi si rivolse, e parve di coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoro

quelli che vince, non colui che perde.

Inferno, Canto XVI

[Canto XVI, ove tratta di quello medesimo girone e di quello medesimo cerchio e di quello medesimo peccato.]

Già era in loco onde s’udia ‘l rimbombo
de l’acqua che cadea ne l’altro giro,
simile a quel che l’arnie fanno rombo,

quando tre ombre insieme si partiro,
correndo, d’una torma che passava
sotto la pioggia de l’aspro martiro.

Venian ver’ noi, e ciascuna gridava:
«Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri
essere alcun di nostra terra prava».

Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri,
ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri.

A le lor grida il mio dottor s’attese;
volse ‘l viso ver’ me, e «Or aspetta»,
disse, «a costor si vuole esser cortese.

E se non fosse il foco che saetta
la natura del loco, i’ dicerei
che meglio stesse a te che a lor la fretta».

Ricominciar, come noi restammo, ei
l’antico verso; e quando a noi fuor giunti,
fenno una rota di sé tutti e trei.

Qual sogliono i campion far nudi e unti,
avvisando lor presa e lor vantaggio,
prima che sien tra lor battuti e punti,

così rotando, ciascuno il visaggio
drizzava a me, sì che ‘n contraro il collo
faceva ai piè continüo vïaggio.

E «Se miseria d’esto loco sollo
rende in dispetto noi e nostri prieghi»,
cominciò l’uno, «e ‘l tinto aspetto e brollo,

la fama nostra il tuo animo pieghi
a dirne chi tu se’, che i vivi piedi
così sicuro per lo ‘nferno freghi.

Questi, l’orme di cui pestar mi vedi,
tutto che nudo e dipelato vada,
fu di grado maggior che tu non credi:

nepote fu de la buona Gualdrada;
Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
fece col senno assai e con la spada.

L’altro, ch’appresso me la rena trita,
è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
nel mondo sù dovria esser gradita.

E io, che posto son con loro in croce,
Iacopo Rusticucci fui, e certo
la fiera moglie più ch’altro mi nuoce».

S’i’ fossi stato dal foco coperto,
gittato mi sarei tra lor di sotto,
e credo che ‘l dottor l’avria sofferto;

ma perch’ io mi sarei brusciato e cotto,
vinse paura la mia buona voglia
che di loro abbracciar mi facea ghiotto.

Poi cominciai: «Non dispetto, ma doglia
la vostra condizion dentro mi fisse,
tanta che tardi tutta si dispoglia,

tosto che questo mio segnor mi disse
parole per le quali i’ mi pensai
che qual voi siete, tal gente venisse.

Di vostra terra sono, e sempre mai
l’ovra di voi e li onorati nomi
con affezion ritrassi e ascoltai.

Lascio lo fele e vo per dolci pomi
promessi a me per lo verace duca;
ma ‘nfino al centro pria convien ch’i’ tomi».

«Se lungamente l’anima conduca
le membra tue», rispuose quelli ancora,
«e se la fama tua dopo te luca,

cortesia e valor dì se dimora
ne la nostra città sì come suole,
o se del tutto se n’è gita fora;

ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole
con noi per poco e va là coi compagni,
assai ne cruccia con le sue parole».

«La gente nuova e i sùbiti guadagni
orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni».

Così gridai con la faccia levata;
e i tre, che ciò inteser per risposta,
guardar l’un l’altro com’ al ver si guata.

«Se l’altre volte sì poco ti costa»,
rispuoser tutti, «il satisfare altrui,
felice te se sì parli a tua posta!

Però, se campi d’esti luoghi bui
e torni a riveder le belle stelle,
quando ti gioverà dicere “I’ fui”,

fa che di noi a la gente favelle».
Indi rupper la rota, e a fuggirsi
ali sembiar le gambe loro isnelle.

Un amen non saria possuto dirsi
tosto così com’ e’ fuoro spariti;
per ch’al maestro parve di partirsi.

Io lo seguiva, e poco eravam iti,
che ‘l suon de l’acqua n’era sì vicino,
che per parlar saremmo a pena uditi.

Come quel fiume c’ha proprio cammino
prima dal Monte Viso ‘nver’ levante,
da la sinistra costa d’Apennino,

che si chiama Acquacheta suso, avante
che si divalli giù nel basso letto,
e a Forlì di quel nome è vacante,

rimbomba là sovra San Benedetto
de l’Alpe per cadere ad una scesa
ove dovea per mille esser recetto;

così, giù d’una ripa discoscesa,
trovammo risonar quell’ acqua tinta,
sì che ‘n poc’ ora avria l’orecchia offesa.

Io avea una corda intorno cinta,
e con essa pensai alcuna volta
prender la lonza a la pelle dipinta.

Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta,
sì come ‘l duca m’avea comandato,
porsila a lui aggroppata e ravvolta.

Ond’ ei si volse inver’ lo destro lato,
e alquanto di lunge da la sponda
la gittò giuso in quell’ alto burrato.

«E’ pur convien che novità risponda»,
dicea fra me medesmo, «al novo cenno
che ‘l maestro con l’occhio sì seconda».

Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
presso a color che non veggion pur l’ovra,
ma per entro i pensier miran col senno!

El disse a me: «Tosto verrà di sovra
ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna;
tosto convien ch’al tuo viso si scovra».

Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna
de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,
però che sanza colpa fa vergogna;

ma qui tacer nol posso; e per le note
di questa comedìa, lettor, ti giuro,
s’elle non sien di lunga grazia vòte,

ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro
venir notando una figura in suso,
maravigliosa ad ogne cor sicuro,

sì come torna colui che va giuso
talora a solver l’àncora ch’aggrappa
o scoglio o altro che nel mare è chiuso,

che ‘n sù si stende e da piè si rattrappa.

Dante illustrato – Inferno, Canto XIV

inferno xiv
Sanza riposo mai era la tresca / de le misere mani, or quindi or quinci / escotendo da sé l’arsura fresca (vv. 40-42)

Oltre la selva dei suicidi si stende la terza zona del settimo cerchio, un sabbione ardente, su cui cadono ampie falde di fuoco. Qui pagano le loro colpe i violenti contro Dio e contro la natura e l’arte (il lavoro), che di Dio sono emanazione. Coloro che spregiarono la divinità, oltraggiandola e sfidandola, come Capaneo, fulminato da Giove sulle mura di Tebe, sono obbligati a restare supini sul sabbione. I sodomiti sono invece costretti a muoversi continuamente, mentre gli usurai, che in vita non hanno esercitato un mestiere ma hanno lucrato sui debiti altrui, sono seduti in posizione rannicchiata. Tutti provano, inutilmente, ad alleviare la propria sofferenza scuotendo con le mani le fiamme che cadono su di loro.

L’illustrazione è di Gustave Doré (1832-1883).

Inferno, Canto XIV

[Canto XIV, ove tratta de la qualità del terzo girone, contento nel settimo circulo; e quivi si puniscono coloro che fanno forza ne la deitade, negando e bestemmiando quella; e nomina qui spezialmente il re Capaneo scelleratissimo in questo preditto peccato.]

Poi che la carità del natio loco
mi strinse, raunai le fronde sparte
e rende’le a colui, ch’era già fioco.

Indi venimmo al fine ove si parte
lo secondo giron dal terzo, e dove
si vede di giustizia orribil arte.

A ben manifestar le cose nove,
dico che arrivammo ad una landa
che dal suo letto ogne pianta rimove.

La dolorosa selva l’è ghirlanda
intorno, come ‘l fosso tristo ad essa;
quivi fermammo i passi a randa a randa.

Lo spazzo era una rena arida e spessa,
non d’altra foggia fatta che colei
che fu da’ piè di Caton già soppressa.

O vendetta di Dio, quanto tu dei
esser temuta da ciascun che legge
ciò che fu manifesto a li occhi mei!

D’anime nude vidi molte gregge
che piangean tutte assai miseramente,
e parea posta lor diversa legge.

Supin giacea in terra alcuna gente,
alcuna si sedea tutta raccolta,
e altra andava continüamente.

Quella che giva ‘ntorno era più molta,
e quella men che giacëa al tormento,
ma più al duolo avea la lingua sciolta.

Sovra tutto ‘l sabbion, d’un cader lento,
piovean di foco dilatate falde,
come di neve in alpe sanza vento.

Quali Alessandro in quelle parti calde
d’Indïa vide sopra ‘l süo stuolo
fiamme cadere infino a terra salde,

per ch’ei provide a scalpitar lo suolo
con le sue schiere, acciò che lo vapore
mei si stingueva mentre ch’era solo:

tale scendeva l’etternale ardore;
onde la rena s’accendea, com’ esca
sotto focile, a doppiar lo dolore.

Sanza riposo mai era la tresca
de le misere mani, or quindi or quinci
escotendo da sé l’arsura fresca.

I’ cominciai: «Maestro, tu che vinci
tutte le cose, fuor che ‘ demon duri
ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci,

chi è quel grande che non par che curi
lo ‘ncendio e giace dispettoso e torto,
sì che la pioggia non par che ‘l marturi?».

E quel medesmo, che si fu accorto
ch’io domandava il mio duca di lui,
gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto.

Se Giove stanchi ‘l suo fabbro da cui
crucciato prese la folgore aguta
onde l’ultimo dì percosso fui;

o s’elli stanchi li altri a muta a muta
in Mongibello a la focina negra,
chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”,

sì com’ el fece a la pugna di Flegra,
e me saetti con tutta sua forza:
non ne potrebbe aver vendetta allegra».

Allora il duca mio parlò di forza
tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito:
«O Capaneo, in ciò che non s’ammorza

la tua superbia, se’ tu più punito;
nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
sarebbe al tuo furor dolor compito».

Poi si rivolse a me con miglior labbia,
dicendo: «Quei fu l’un d’i sette regi
ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia

Dio in disdegno, e poco par che ‘l pregi;
ma, com’ io dissi lui, li suoi dispetti
sono al suo petto assai debiti fregi.

Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
ma sempre al bosco tien li piedi stretti».

Tacendo divenimmo là ‘ve spiccia
fuor de la selva un picciol fiumicello,
lo cui rossore ancor mi raccapriccia.

Quale del Bulicame esce ruscello
che parton poi tra lor le peccatrici,
tal per la rena giù sen giva quello.

Lo fondo suo e ambo le pendici
fatt’ era ‘n pietra, e ‘ margini da lato;
per ch’io m’accorsi che ‘l passo era lici.

«Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato,
poscia che noi intrammo per la porta
lo cui sogliare a nessuno è negato,

cosa non fu da li tuoi occhi scorta
notabile com’ è ‘l presente rio,
che sovra sé tutte fiammelle ammorta».

Queste parole fuor del duca mio;
per ch’io ‘l pregai che mi largisse ‘l pasto
di cui largito m’avëa il disio.

«In mezzo mar siede un paese guasto»,
diss’ elli allora, «che s’appella Creta,
sotto ‘l cui rege fu già ‘l mondo casto.

Una montagna v’è che già fu lieta
d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida;
or è diserta come cosa vieta.

Rëa la scelse già per cuna fida
del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
quando piangea, vi facea far le grida.

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
che tien volte le spalle inver’ Dammiata
e Roma guarda come süo speglio.

La sua testa è di fin oro formata,
e puro argento son le braccia e ‘l petto,
poi è di rame infino a la forcata;

da indi in giuso è tutto ferro eletto,
salvo che ‘l destro piede è terra cotta;
e sta ‘n su quel, più che ‘n su l’altro, eretto.

Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta
d’una fessura che lagrime goccia,
le quali, accolte, fóran quella grotta.

Lor corso in questa valle si diroccia;
fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
poi sen van giù per questa stretta doccia,

infin, là dove più non si dismonta,
fanno Cocito; e qual sia quello stagno
tu lo vedrai, però qui non si conta».

E io a lui: «Se ‘l presente rigagno
si diriva così dal nostro mondo,
perché ci appar pur a questo vivagno?».

Ed elli a me: «Tu sai che ‘l loco è tondo;
e tutto che tu sie venuto molto,
pur a sinistra, giù calando al fondo,

non se’ ancor per tutto ‘l cerchio vòlto;
per che, se cosa n’apparisce nova,
non de’ addur maraviglia al tuo volto».

E io ancor: «Maestro, ove si trova
Flegetonta e Letè? ché de l’un taci,
e l’altro di’ che si fa d’esta piova».

«In tutte tue question certo mi piaci»,
rispuose, «ma ‘l bollor de l’acqua rossa
dovea ben solver l’una che tu faci.

Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,
là dove vanno l’anime a lavarsi
quando la colpa pentuta è rimossa».

Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi
dal bosco; fa che di retro a me vegne:
li margini fan via, che non son arsi,

e sopra loro ogne vapor si spegne».

Dante illustrato – Inferno, Canto XIII

inferno xiii 1
Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno (v. 10)

Guadato il fiume, Dante e Virgilio si trovano in tutt’altro luogo: un bosco intricato e privo di sentieri, dove gli alberi non producono foglie verdi o frutti, ma protendono rami nodosi e contorti, da cui spuntano foglie lugubri e spine avvelenate. Qui fanno il loro nido le Arpie, sudici uccelli dal volto di donna, che tormentarono Enea e i suoi compagni e lanciarono su di loro presagi di sventura.

inferno xiii 2
e ‘l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?» (v. 33)

Dante sente dei gemiti, ma non riesce a capire da dove provengano. Virgilio lo invita a spezzare un ramo. Non appena Dante stacca un ramoscello di un grande pruno, dal tronco si leva una voce accorata: le piante contengono le anime di esseri umani, che si suicidarono strappando sé a se stessi. Chi parla è Pier delle Vigne, il più potente dei ministri dell’imperatore Federico II: accusato di tradimento, si uccise per protestare la propria innocenza, provando l’amaro piacere di ferire gli altri attraverso se stesso.

inferno xiii 3
Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!» (v. 118)

Dante è ancora intento ad ascoltare le parole di Pier delle Vigne quando sulla scena irrompono le anime di due dannati, inseguiti da nere cagne. Sono il senese Lano e il padovano Iacopo di Sant’Andrea, due celebri scialacquatori, che dissiparono le loro sostanze quasi con perverso compiacimento per la loro rovina. Ora sono destinati a essere lacerati e sbranati dalle cagne. Nella loro disperata e vana corsa i due invocano la morte, che ora può coincidere solo con l’annientamento definitivo.

Le illustrazioni sono di Gustave Doré (1832-1883).

Inferno, Canto XIII

[Canto XIII, ove tratta de l’esenzia del secondo girone ch’è nel settimo circulo, dove punisce coloro ch’ebbero contra sé medesimi violenta mano, ovvero non uccidendo sé ma guastando i loro beni.]

Non era ancor di là Nesso arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da neun sentiero era segnato.

Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti;
non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.

Non han sì aspri sterpi né sì folti
quelle fiere selvagge che ‘n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.

Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno.

Ali hanno late, e colli e visi umani,
piè con artigli, e pennuto ‘l gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani.

E ‘l buon maestro «Prima che più entre,
sappi che se’ nel secondo girone»,
mi cominciò a dire, «e sarai mentre

che tu verrai ne l’orribil sabbione.
Però riguarda ben; sì vederai
cose che torrien fede al mio sermone».

Io sentia d’ogne parte trarre guai
e non vedea persona che ‘l facesse;
per ch’io tutto smarrito m’arrestai.

Cred’ ïo ch’ei credette ch’io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
da gente che per noi si nascondesse.

Però disse ‘l maestro: «Se tu tronchi
qualche fraschetta d’una d’este piante,
li pensier c’hai si faran tutti monchi».

Allor porsi la mano un poco avante
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e ‘l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».

Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb’ esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi».

Come d’un stizzo verde ch’arso sia
da l’un de’ capi, che da l’altro geme
e cigola per vento che va via,

sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond’ io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme.

«S’elli avesse potuto creder prima»,
rispuose ‘l savio mio, «anima lesa,
ciò c’ha veduto pur con la mia rima,

non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.

Ma dilli chi tu fosti, sì che ‘n vece
d’alcun’ ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo sù, dove tornar li lece».

E ‘l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi,
ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi
perch’ ïo un poco a ragionar m’inveschi.

Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì soavi,

che dal secreto suo quasi ogn’ uom tolsi;
fede portai al glorïoso offizio,
tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ‘ polsi.

La meretrice che mai da l’ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio,

infiammò contra me li animi tutti;
e li ‘nfiammati infiammar sì Augusto,
che ‘ lieti onor tornaro in tristi lutti.

L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.

Per le nove radici d’esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d’onor sì degno.

E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che ‘nvidia le diede».

Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace»,
disse ‘l poeta a me, «non perder l’ora;
ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».

Ond’ ïo a lui: «Domandal tu ancora
di quel che credi ch’a me satisfaccia;
ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora».

Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia
liberamente ciò che ‘l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor ti piaccia

di dirne come l’anima si lega
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s’alcuna mai di tai membra si spiega».

Allor soffiò il tronco forte, e poi
si convertì quel vento in cotal voce:
«Brievemente sarà risposto a voi.

Quando si parte l’anima feroce
dal corpo ond’ ella stessa s’è disvelta,
Minòs la manda a la settima foce.

Cade in la selva, e non l’è parte scelta;
ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta.

Surge in vermena e in pianta silvestra:
l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al dolor fenestra.

Come l’altre verrem per nostre spoglie,
ma non però ch’alcuna sen rivesta,
ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.

Qui le strascineremo, e per la mesta
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l’ombra sua molesta».

Noi eravamo ancora al tronco attesi,
credendo ch’altro ne volesse dire,
quando noi fummo d’un romor sorpresi,

similemente a colui che venire
sente ‘l porco e la caccia a la sua posta,
ch’ode le bestie, e le frasche stormire.

Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogne rosta.

Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».
E l’altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: «Lano, sì non furo accorte

le gambe tue a le giostre dal Toppo!».
E poi che forse li fallia la lena,
di sé e d’un cespuglio fece un groppo.

Di rietro a loro era la selva piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch’uscisser di catena.

In quel che s’appiattò miser li denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti.

Presemi allor la mia scorta per mano,
e menommi al cespuglio che piangea
per le rotture sanguinenti in vano.

«O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,
che t’è giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita rea?».

Quando ‘l maestro fu sovr’ esso fermo,
disse: «Chi fosti, che per tante punte
soffi con sangue doloroso sermo?».

Ed elli a noi: «O anime che giunte
siete a veder lo strazio disonesto
c’ha le mie fronde sì da me disgiunte,

raccoglietele al piè del tristo cesto.
I’ fui de la città che nel Batista
mutò ‘l primo padrone; ond’ ei per questo

sempre con l’arte sua la farà trista;
e se non fosse che ‘n sul passo d’Arno
rimane ancor di lui alcuna vista,

que’ cittadin che poi la rifondarno
sovra ‘l cener che d’Attila rimase,
avrebber fatto lavorare indarno.

Io fei gibetto a me de le mie case».