Settecento #3. La rivoluzione francese

La crisi della società francese

Nel Settecento la Francia era ancora una monarchia assoluta; la società francese era divisa in tre ordini (o stati): il clero, la nobiltà e il Terzo stato. Del Terzo stato facevano parte la massa dei contadini e la borghesia (artigiani, mercanti, avvocati ecc.)

Gli ecclesiastici e i nobili avevano molti privilegi: potevano fare carriera, erano giudicati da tribunali a parte e non pagavano le tasse. Il Terzo stato pagava le tasse; i contadini, la maggioranza della popolazione, dovevano anche dare la decima parte del raccolto alla Chiesa e, su ordine dei signori, lavorare gratis (corvées).

A causa delle spese per le guerre e per i divertimenti della corte, il re Luigi XVI aveva bisogno di soldi e voleva far pagare le tasse ai nobili e al clero. Questi si rifiutarono e costrinsero il re a convocare (maggio 1789) a Versailles gli Stati Generali, un’antica assemblea che i re di Francia non avevano più convocato da un secolo e mezzo. I rappresentanti dei tre stati presentarono una serie di «quaderni di lamentele» (cahiers de doléances) per denunciare le cose che non andavano bene.

Joseph Duplessis, Luigi XVI a vent’anni, 1774
Joseph Ducreux, Maria Antonietta a quattordici anni, 1769

Per approfondire:

L’Assemblea nazionale costituente e la fine dell’antico regime

I rappresentanti del Terzo stato, molto più numerosi, riuscirono a trasformare gli Stati generali in Assemblea nazionale costituente, con il compito di scrivere una costituzione. Il re tentò in tutti i modi di impedirlo: fece radunare migliaia di soldati con l’intenzione di sciogliere l’Assemblea, ma per protesta, a Parigi, un gruppo di artigiani armati di picche e fucili attaccò il carcere della Bastiglia (14 luglio 1789). La presa della Bastiglia rappresentò l’inizio della rivoluzione contro il potere assoluto del re.

Quando arrivò nelle campagne la notizia della Bastiglia, i contadini già da tempo inferociti dall’aumento del prezzo del pane, assalirono i castelli dei nobili, saccheggiandoli e incendiandoli. I nobili, riuniti a Versailles per i lavori dell’Assemblea costituente, si spaventarono e nella notte del 4 agosto 1789 si impegnarono a pagare le tasse; il mondo del privilegio stava finendo. Il 5 ottobre 1789 le donne di Parigi marciarono su Versailles costringendo il re e la regina a ritornare a Parigi.

Jacques-Louis David, Giuramento della Pallacorda, 1791
Jacques-Louis David, Giuramento della Pallacorda, 1791

L’Assemblea legislativa

L’Assemblea costituente approvò la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che proclamava tutti i cittadini uguali per nascita e davanti alla legge. Inoltre fu approvata una costituzione che dava al re il potere di governare (potere esecutivo), ad un’assemblea legislativa eletta dalla parte più ricca della popolazione il potere di fare le leggi (potere legislativo), a giudici liberamente eletti quello di punire (potere giudiziario).

Le parole più care ai rivoluzionari francesi furono: libertà, uguaglianza, fraternità.

L’Assemblea legislativa stabilì di sequestrare e terre della Chiesa e dei nobili che si erano rifugiati all’estero. Il re cercò di fuggire insieme alla moglie e ai figli, ma venne preso e riportato a Parigi.

Per approfondire:

La fine della monarchia

I sovrani d’Europa, molti dei quali imparentati con il re, decisero di scatenare una guerra contro la Rivoluzione; anche il papa Pio VI era favorevole. L’Austria e la Prussia invasero la Francia, ma furono respinte. Intanto a Parigi dominavano gruppi di popolani, chiamati sanculotti, perché portavano pantaloni larghi e lunghi. Essi nell’agosto del 1792 assalirono il palazzo reale, catturarono Luigi XVI, la moglie e i due figli e li rinchiusero in prigione. Tutti i francesi elessero (suffragio universale) la Convenzione nazionale, un’assemblea incaricata di scrivere una nuova costituzione; fu abolita la monarchia e nacque la Repubblica. Il 21 gennaio 1793 il re di Francia venne ghigliottinato.

Jacques Bertaux, La presa del palazzo delle Tuileries, 1793
Jacques Bertaux, Presa del palazzo delle Tuileries, 1793

I valori della Repubblica

Fino al 1789 i contadini più poveri, i malati, i vagabondi, avevano contato sulla beneficenza della Chiesa e dei fedeli (fratellanza cristiana). Successivamente si decise che i soldi sequestrati alla Chiesa e ai nobili servissero per pagare una pensione ai più bisognosi. Nacque, quindi, una nuova idea di fratellanza tra cittadini dello stesso Stato. I rivoluzionari francesi erano inoltre convinti che lo Stato dovesse essere laico, cioè governato non dai sacramenti della Chiesa, ma dalle leggi.

La patria in pericolo

Ritratto di Robespierre (anonimo), 1790
Jacques-Louis David, La morte di Marat, 1793

Dalla primavera del 1792 la Francia era in guerra. Molti figli dei borghesi si nascondevano per non andarvi; molti contadini nascondevano il raccolto perché i prezzi aumentassero; molti soldati scappavano di fronte al nemico. La Convenzione nazionale allora diede massimi poteri ad una commissione parlamentare: il Comitato di salute pubblica. Il più autorevole fra i membri di questo organismo fu Maximilien Robespierre. Venne approvato un calmiere generale che controllava l’aumento dei prezzi; fu istituito un Tribunale rivoluzionario per punire i traditori della Rivoluzione e fu organizzata la leva di massa, cioè tutti gli adulti in grado di combattere venivano reclutati.

La ghigliottina era presente in ogni piazza: i «traditori della patria» venivano puniti con la morte. Durante il 1793 e il 1794 i Francesi vissero nell’angoscia: chiunque poteva essere ucciso anche se solo sospettato di tramare contro la Rivoluzione. Intanto la Vandea, una regione dell’ovest della Francia, insorse contro il governo di Parigi che soffocò la rivolta nel sangue.

Per approfondire:

Il Termidoro e la vittoria della borghesia

La maggioranza dei Francesi era stanca di tanta violenza; alla fine di luglio del 1794 (durante la Rivoluzione il mese di luglio si chiamava Termidoro) Robespierre e i suoi colleghi più sanguinari furono arrestati e poi ghigliottinati.

A Parigi il popolo faceva la fame, per questo motivo un gruppo di sanculotti invase l’aula della Convenzione. Molti furono imprigionati e nel 1795 si votò una nuova costituzione; si abolì il suffragio universale e si diede il diritto di voto solo alla borghesia, la vincitrice della Rivoluzione.

Per approfondire:

coverSe la storia della Rivoluzione francese ti interessa, ti consiglio di leggere un saggio molto avvincente scritto da uno storico appositamente per giovanissimi studenti:

  • Lucio Villari, La rivoluzione francese raccontata da Lucio Villari, Laterza, 1997

…e dopo il ripasso, mettiti alla prova!

Rispondi alle seguenti domande.
  1. Come era divisa nel Settecento la società francese?
  2. Chi pagava le tasse?
  3. Quando il re Luigi XVI convocò gli Stati generali?
  4. Che cosa rappresentò la presa della Bastiglia?
  5. Chi costrinse il re e la regina a tornare a Parigi?
  6. Che cosa approvò l’Assemblea costituente?
  7. Quali furono le parole più care ai rivoluzionari francesi?
  8. Che cosa era la Convenzione nazionale?
  9. Quali provvedimenti prese il Comitato di salute pubblica?
  10. Chi era Maximilien Robespierre?
  11. Che cosa fece la Vandea?
Vero o falso?
  1. All’inizio del Settecento la Francia era già una monarchia costituzionale.
  2. Del Terzo stato faceva parte solo la massa dei contadini.
  3. I contadini su ordine dei signori dovevano lavorare gratis.
  4. La presa della Bastiglia rappresentò l’inizio della Rivoluzione francese.
  5. Il 5 ottobre 1789 il re e la regina riuscirono a fuggire dal Paese.
  6. L’Austria e la Prussia invasero e sconfissero la Francia rivoluzionaria.
  7. Nel 1792 fu abolita la monarchia e nacque la repubblica.
  8. Per i rivoluzionari francesi lo Stato doveva essere governato dalla Chiesa.
  9. La Vandea era una regione del sud della Francia.
  10. La nuova costituzione del 1795 abolì il suffragio universale.
Sai spiegare perché…
  • i sanculotti si chiamavano così?
  • molti figli dei borghesi si nascondevano?
  • i contadini nascondevano il raccolto?
  • Robespierre fu arrestato e ghigliottinato?
  • la borghesia fu considerata la vincitrice della Rivoluzione?

Velocità: tempo della storia e tempo del racconto

Ernest Hemingway Collection. John F. Kennedy Presidential Library and Museum, Boston.
Ernest Hemingway Collection. John F. Kennedy Presidential Library and Museum, Boston

Sotto l’egida di Papa Hemingway cercherò di spiegare il concetto di velocità in un testo narrativo.

Come in un articolo precedente (vedi), chiarisco subito l’uso che faccio di due termini basilari: la forma che assume un testo narrativo verrà chiamata d’ora in poi RACCONTO, mentre il contenuto verrà chiamato STORIA.

«Ci sono romanzi» dice Umberto Eco «che respirano come gazzelle e altri che respirano come balene, o elefanti»: questo respiro dipende dalla complessa organizzazione della “macchina” del tempo del RACCONTO, ed in particolare della velocità (o durata, sottocategoria del tempo secondo lo strutturalista Genette), che condiziona il ritmo della lettura.

Soffermiamoci dunque ad analizzare la velocità nel RACCONTO. È come se il narratore disponesse del telecomando di un lettore dvd e stabilisse quando usare il tasto play o quando mettere l’immagine in pausa (magari per soffermarsi sulla descrizione di un volto o per giudicare o commentare qualcosa),  quando andare veloce o quando saltare in avanti (magari per risparmiarci una parte noiosa). Immaginiamolo proprio questo telecomando. In particolare visualizziamo questi quattro tasti che ci saranno utili relativamente a quanto dirò fra poco.

Play
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FFWD
Pause
Pause
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Skip

Un evento ‘vissuto’, di solito, comporta un’estensione temporale diversa rispetto a quella dei fatti quando questi sono raccontati: l’arco di tempo reale degli avvenimenti, voglio dire, non corrisponde quasi mai al tempo che tali avvenimenti hanno nella narrazione (o viceversa, se vuoi).

Il narratore opera sempre una selezione degli avvenimenti, tacendo o sintetizzando quelli scarsamente significativi, descrivendo o ampliando in altro modo quelli più importanti. Gli eventi narrati, generalmente, non hanno la stessa durata nella vicenda: nella narrazione il trascorrere di anni può essere condensato in poche righe o, per assurdo, lo spazio di qualche minuto può essere dilatato tanto da occupare molte pagine.

Pragmaticamente, noi misuriamo il tempo in minuti, ore, giorni, mesi, anni; mentre la durata del tempo della narrazione corrisponde alla lunghezza (in righe, paragrafi, capitoli) del testo narrativo, che determina poi la durata del tempo della lettura… Con questi due parametri possiamo dire che il tempo della STORIA, dunque, è in relazione con la durata reale dei fatti narrati, mentre il tempo del RACCONTO si collega alla durata che gli avvenimenti occupano sulla pagina.

Se si incontra una concordanza tra il tempo impiegato a narrare gli eventi e il tempo in cui tali eventi accadono possiamo parlare di isocronia:

tS/tR = 1

se invece il tempo impiegato a narrare gli eventi non coincide con il tempo in cui essi accadono possiamo parlare di anisocronia:

tS/tR ≠ 1

L’effetto dell’isocronia è evidente nei dialoghi: tale situazione si chiama scena (tS = tR). Il tempo della STORIA è approssimativamente uguale al tempo del RACCONTO, cioè al periodo che sarebbe stato richiesto nel mondo reale per un’azione analoga.

L’effetto dell’anisocronia prevede invece tre diverse tipologie:

  • il sommario: il tempo della STORIA è più veloce della durata del RACCONTO (tS > tR); il narratore cioè accelera il ritmo del racconto sintetizzando certi avvenimenti sui quali non ritiene necessario soffermarsi, ma la cui conoscenza giudica utile per il lettore ai fini della comprensione globale del discorso;
  • la pausa: il tempo della STORIA si ferma (tS <∞ tR); una parte del testo non trova corrispondenza nel tempo della STORIA (di solito questa parte è occupata da descrizioni o digressioni narratoriali che determinano stasi o rallentamento nell’azione);
  • l’ellissi: il tempo della STORIA è velocissimo, mentre la durata del RACCONTO tende a zero (tS ∞> tR); il narratore omette completamente uno o più eventi perché non necessari ai fini della comprensione del testo.

NB: il simbolo <∞ e il suo opposto ∞> designano, rispettivamente, ‘infinitamente più piccolo‘ e ‘infinitamente più grande‘.

Per approfondire fornisco una bibliografia più che essenziale:

  • Umberto Eco, Sei passeggiate nei boschi narrativi, Bompiani, 1994.
  • Gérard Genette, Figure III. Discorso del racconto, Einaudi, 1976, pp. 135-161.
  • Ugo Volli, Narrazione, in Il nuovo libro della comunicazione, il Saggiatore, 2007, pp. 158-178.