Perpetua (e don Abbondio)

La figura di Perpetua appare, attraverso una descrizione di poche righe, nelle ultime pagine del primo capitolo:

Era Perpetua […] la serva di don Abbondio: serva affezionata e fedele, che sapeva ubbidire e comandare, secondo l’occasione, tollerare a tempo il brontolio e le fantasticaggini del padrone, e fargli a tempo tollerare le proprie, che divenivan di giorno in giorno più frequenti, da che aveva passata l’età sinodale dei quaranta, rimanendo celibe, per aver rifiutato tutti i partiti che le si erano offerti, come diceva lei, o per non avere mai trovato un cane che la volesse, come dicevan le sue amiche.

perpetuaCome gran parte dei personaggi minori nei riguardi dei maggiori, la figura di Perpetua, rappresentata con la solita acutezza manzoniana, ha anche la funzione di apportare nuove note di comicità al personaggio di don Abbondio, al quale è messa accanto nella sua mansione di serva fedele. Perpetua è talmente legata alla figura del curato che è impossibile pensare a un don Abbondio senza Perpetua: pronta, impudente, petulante, sfacciata, è proprio quello che il suo padrone non avrebbe voluto, eppure al tempo stesso rappresenta il necessario pendant di don Abbondio, un suo «complemento inseparabile» [1]. Il curato, del resto, ha bisogno di lei per sfogarsi, soprattutto nella terribile circostanza in cui si trova dopo l’incontro con i bravi.

Nella scena dialogata tra don Abbondio e Perpetua del primo capitolo (la seconda dopo quella di don Abbondio e i bravi) siamo in presenza di un capolavoro dell’umorismo manzoniano, che qui si cimenta in un crescendo di teatrale gestualità (dal lasciarsi andare di don Abbondio tutto ansante sul suo seggiolone al conclusivo, scongiurante dito sulla bocca), mentre al centro della rappresentazione è Perpetua con la rude concretezza del suo linguaggio e con il famoso “parere”, tanto semplice quanto impensabile per il terrorizzato padrone.

A prima vista questo personaggio femminile potrebbe apparire come un’ennesima variante di una tipica figura della commedia dell’arte, la serva padrona, e un motivo convenzionale può essere quello della zitella risentita del fatto di non essersi sposata (e sulle maldicenze delle “amiche” farà leva Agnese nel colloquio notturno del cap. VIII); ma il personaggio trascende il tipo per la vivacità delle movenze e del linguaggio, per la verve comaresca e il sano realismo che ne caratterizzano l’indole genuinamente popolare.

Perpetua è sicura nei giudizi e fa da contraltare, con la sua forza e il suo spirito ardimentoso, all’estrema debolezza del padrone. Tuttavia il suo coraggio si ferma al solo proposito: sebbene in ogni suo atto o parola la serva sia animata dalle migliori intenzioni, le sue iniziative sono destinate a fallire per colpa del suo temperamento, non sempre così fermo alla prova, come i consigli sicuri che impartisce potrebbero lasciar credere. È una donna di paese, e come tale è in possesso di tutti i difetti che caratterizzano le comari di villaggio: in particolare la curiosità pettegola e la tendenza alla chiacchiera, difetti che la tradiranno, pur nelle sue buone intenzioni.

Così nell’episodio in analisi estorce a don Abbondio, che ha del resto altrettanta voglia di parlare quanto lei di ascoltare, il segreto delle sue paure per potergli essere di conforto; poi, sempre nell’intento di difendere il suo padrone, lascia trapelare a Renzo qualcosa di segreto, che le è stato gelosamente confidato.

Se messa a paragone con un’altra donna di villaggio, Agnese, vediamo che a quest’ultima un’esperienza più completa di vita le ha insegnato maggiore prudenza e accortezza. Agnese – diversamente dalla serva di don Abbondio – non perde mai di vista lo scopo che si prefigge, cioè il bene dei suoi cari, la figlia Lucia e il futuro genero Renzo, e per far ciò mette in atto tutta l’astuzia di cui è capace. Sfrutta abilmente il punto debole di Perpetua – la tendenza alla chiacchiera e una certa suscettibilità di zitella – dimostrando di saper conoscere le debolezze dell’animo umano.

Persino don Abbondio conta sulla loquacità di Perpetua, quando desidera far sapere al paese, e nel modo meno compromettente, che in tutta la faccenda della liberazione di Lucia lui non c’entrava affatto. Il curato sa bene che nessun avvenimento, di cui la serva fosse stata messa al corrente, poteva rimanere segreto, ma sarebbe sicuramente trapelato come il vino molto giovane in una botte troppo vecchia, che «se non manda il tappo per aria, gli geme all’intorno, e vien fuori in ischiuma, e trapela tra doga e doga, e gocciola di qua e di là, tanto che uno può assaggiarlo, e dire a un di presso che vino è» (cap. XI).

Don Abbondio, tuttavia, inizia a conoscere bene Perpetua solo quando l’evidenza dei fatti lo pone di fronte alla constatazione che la sua serva non gli dava consigli di poco conto: il curato deve pentirsi del tono di sufficienza che usa con lei, quando, durante il colloquio con Federigo Borromeo, si accorge che il parere datogli da Perpetua coincide con quello del cardinale (cap. XXV).

Torniamo all’analisi della scena dialogata tra don Abbondio e Perpetua nel primo capitolo. Don Abbondio, giunto alla porta di casa sua, apre, entra, richiude diligentemente la porta. Le tre mosse sono marionettistiche ed esplodono nel grido iterato di “Perpetua! Perpetua!”, come la scarica di una tensione arrivata al suo punto estremo. Perpetua rappresenta per il curato il suo rifugio. Notiamo che nella descrizione della serva è il suo carattere a prevalere tra le caratteristiche – non abbiamo informazioni relative al suo aspetto, possiamo solo accontentarci di sapere che ha passato l’età dei quarant’anni. Questo carattere presenta significative ambivalenze: Perpetua è una serva affezionata e fedele che sa sia ubbidire, sia comandare, sa tollerare il caratteraccio di don Abbondio e sa anche far tollerare il suo. Il ritratto, destinato ad arricchirsi di tratti coloriti nel corso del romanzo, mette in luce soprattutto il rapporto di interdipendenza che lega reciprocamente la serva al curato. (De Sanctis definiva la serva il due di don Abbondio, nel senso che l’uomo pauroso ha sempre bisogno del suo due, di qualcuno cioè che l’incoraggi). Notiamo, infine, che gli occhi di Perpetua hanno un attributo qualitativo (occhi esperti) che denota da un lato la familiare conoscenza che lei ha del padrone, dall’altro la bramosia di carpire il segreto di tanto sgomento (guardandolo fisso, quasi volesse succhiargli dagli occhi il segreto).

Nella prima parte del dialogo, così stretto, a battute incalzanti si assiste a una lotta tra i due, Perpetua che vuole sapere e don Abbondio che muore dalla voglia di dire se non lo trattenesse la paura. Alla calma quasi aggressiva e comunque dominatrice di lei fa contrasto l’agitazione di don Abbondio che giunge quasi alla massima esasperazione con quel “Ne va la vita” che rimbalza dalla bocca del curato a quella di Perpetua come un’eco amplificante. Perpetua ha il vizio di spettegolare e rendere la notizia più riservata di dominio pubblico. Don Abbondio lo sa bene e inizia a ricordarle precedenti episodi, sicuramente meno gravi di questo. Di fronte a queste parole la serva cambia tattica e tono di voce: sceglie la via della persuasione e vi insiste con crescente astuzia, mista a dolcezza dopo aver schivato il rimprovero del padrone.

Il dialogo ha un’interruzione: in realtà i due continuano a discutere ma il narratore adotta una diversa tecnica. Attraverso un riassunto di dialogo (sommario) che sarebbe stato superfluo ripetere nell’articolazione diretta delle sue battute, perché noi lettori ne possiamo bene comprendere il contenuto, il curato confida finalmente ciò che è accaduto. Pronunciato quel nome (don Rodrigo!) sembra che don Abbondio si sia liberato da un peso non più sopportabile. La mimica del personaggio non cessa di essere d’effetto umoristico. Perpetua a quel nome non si spaventa, anzi gratifica don Rodrigo con un climax di irrisioni (“Che birbone! Che soverchiatore! Che uomo senza timor di Dio!”) che spaventano ancora di più il povero don Abbondio, disperato che qualcuno possa sentire. Perpetua, invece, non perde il suo sangue freddo sino a proporgli il suo bravo parere: andare a denunciare il fatto al proprio arcivescovo. Miglior parere di questo la serva fedele non avrebbe potuto dare, ma perché questo potesse essere preso sul serio bisognava che il curato non fosse di quella pasta. Ricorrere al cardinale Borromeo, d’altra parte, sarebbe stato anche come mettere subito la parola “fine” ai Promessi sposi! Certo, se don Abbondio fosse stato un sacerdote coraggioso non avrebbe rifiutato il consiglio, ma l’umorismo della scena nasce proprio da questo contrasto, dalla calma di Perpetua e dalle reiterate ingiunzioni di tacere di don Abbondio. Dovranno passare molte peripezie perché questo parere di Perpetua venga riconosciuto valido e confermato dalle stesse parole del Cardinale.

Al termine di questa concitata discussione il nostro Abbondio si ritira nella sua camera, col lume in mano, ripetendo per tre volte “Ci vuol altro”. La comicità manzoniana, sparendo la marionetta, si scioglie in un sentimento vicino alla compassione.

Scarica il pdf estratto dal romanzo: Don Abbondio e Perpetua

Note

[1] Angelo Marchese (a cura di), I promessi sposi, Arnoldo Mondadori, Milano, 1987, p. 26, nota.

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