Francesco d’Assisi, Laudes creaturarum

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Giotto, dalle Storie di san Francesco, La predica agli uccelli, 1295-99, Basilica superiore di Assisi

Un tempo la storia della letteratura italiana veniva fatta tradizionalmente cominciare con le esperienze della Scuola siciliana e in particolar modo con la poesia Rosa fresca aulentissima di Cielo d’Alcamo (quarto o quinto decennio del Duecento, secondo Contini).

Ebbene, un degno inizio della poesia italiana è testimoniato dalle Laudes creaturarum o Canticum fratris Solis (o Cantico delle creature o Cantico di frate Sole) di San Francesco d’Assisi (1181-1226), composto due anni prima della morte del santo, quindi nel 1224.

È bene ricordare che esistono documenti antecedenti che attestano la presenza del volgare in varie zone della penisola (Firenze, Capua, Marche, Verona…), ma si tratta piuttosto di indizi che presenze di una piena cultura letteraria. Le Laudes di Francesco, anche senza contare la nobiltà del contenuto spirituale, rappresentano invece una migliore continuità fra cutura latina cristiana e cultura volgare.

Ecco il testo:

Laudes creaturarum

Altissimu, onnipotente bon Signore,
Tue sò le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu Te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatone.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora Luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et preziose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et omne tempo,
per lo quale a le Tue creature dài sustentamento.

Laudato sì’, mi’ Signore, per sor ’Acqua,
la quale è multo utile et humile et preziosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Focu,
per lo quale enallumini la nocte:
et ello è bello, et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba.

Laudato sì’, mi’ Signore per quelli ke perdonano per lo Tuo amore
et sostengo infirmitate et tribolazione.

Beati quelli ke ‘l sosteranno in pace,
ke da Te Altissimo, saranno incoronati.

Laudato sì’, mi’ Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po’ skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue santissime voluntati,
ka la morte seconda no ‘l farrà male.

Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.

Domanda: si tratta di una poesia? Di una preghiera?

Risposta: si tratta di una “prosa rimata” di 33 versi asimmetrici rimati o assonanzati tra di loro ed è esempio di un genere liturgico che va sotto il nome latino di laudes. Ai tempi di Franceso, durante l’ufficio liturgico, si recitavano i Salmi biblici (in latino, naturalmente), molti dei quali venivano nominati laudes, cioè “lodi”, perché  in essi tornano di frequente le parole laus, laudate, laudare. Francesco ebbe l’idea di rivestire tale genere della lode al Signore in lingua del sì. È lecito pensare, infatti,  che Francesco recitasse il suo Cantico sia dentro che fuori dalle chiese, a fini propagandistici, e con lui lo recitassero i suoi confratelli: questa è la principale ragione della scelta linguistica francescana, cioè quella di adottare una lingua spuria, popolare, distante (ma non troppo) dai canoni formali della tradizione latina (mantenuti invece dall’istituto ecclesiastico) ma capace di imitarli in un neo-latino adattato diastraticamente per ceti sociali illetterati.

Suggerimenti di lettura:

  • Gianfranco Contini, Letteratura italiana delle origini, Sansoni, Firenze, 1976
  • Francesco De Sanctis, Storia della letteratura italiana, Einaudi, Torino, 1996
  • Giampaolo Dossena, Storia confidenziale della letteratura italiana, Volume 1. Dalle origini a Dante, Rizzoli, Milano, 1987
  • Bruno Migliorini, Storia della lingua italiana, Bompiani, Milano, 1960

 

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