Intervista a Giuseppe Ungaretti

Trascrivo qui di seguito ai video di YouTube il testo della famosa intervista al poeta Giuseppe Ungaretti trasmessa dagli studi televisivi della Rai nel 1961, all’interno del programma Incontro con… Giuseppe Ungaretti, a cura di Ettore della Giovanna.

La mia vita… La mia vita è stata dura. Ho fatto il poeta nei ritagli di tempo e ho fatto sempre un secondo mestiere. Ho fatto il giornalista, un mestiere nobile, e sono fiero di averlo esercitato per lunghi anni. Ho fatto il professore ed è un altro nobile mestiere: ora sono sul punto di abbandonarlo per sempre, ma stare a contatto dei giovani è certo una delle esperienze più vere che un uomo possa fare – e anche un poeta. L’umanità si conosce meglio nei giovani. I giovani sono sinceri, non hanno ancora provato troppo la vita e vi si abbandonano e quindi si scoprono nella loro autenticità umana.

 

LaCloseriedesLilas
La Closerie des Lilas

Che altro… Vorrei ricordare come è nata al pubblico la mia poesia (non come è nata in me perché quella è una cosa che non saprei spiegare). È nata nel… sono cinquant’anni… sono quasi cinquant’anni!

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Giovanni Papini

Quindi oggi si celebrerebbero qui le mie nozze d’oro con la poesia… sì, sono quasi cinquant’anni!  A Parigi, in un caffè, la Closerie des Lilas, dove ci si riuniva tutti i martedì, intorno a Paul Fort, che era il principe dei poeti di questo “principato” già ridicolo allora, e che ora sembra sia caduto interamente nel ridicolo (ma, insomma, lasciamo andare)… dunque si era lì in questo caffè che tutti i martedì riuniva i poeti di ogni nazione (Parigi era carica di poeti veri o falsi di ogni paese), intorno a Paul Fort, e lì incontrai Soffici e Palazzeschi e Marinetti e Papini che erano arrivati a Parigi in occasione della fondazione delle Soirées de Paris da parte di Apollinaire.

In che anno era pressappoco?

Lacerba_Magazine_1913
Frontespizio del primo numero della rivista quindicinale Lacreba, fondata da Giovanni Papini e Ardengo Soffici, 1 gennaio 1913

Doveva essere verso il ’12. Di recente, in occasione dei miei settant’anni – e, be’, sono passati già da un po’ di tempo… – Palazzeschi ha ricordato l’episodio. Mi presentarono a Soffici e agli altri che ho nominato i quali mi chiesero di dar loro delle poesie. Io avevo delle poesie, ma non pensavo a pubblicarle: quelle sono state le mie prime poesie uscite in rivista, in Lacerba, soprattutto per opera di Palazzeschi, di Papini e di Soffici. Papini ora non c’è più, ma Soffici e Palazzeschi sono ancora vivi e rivolgo loro un saluto affettuoso.

Ungaretti è il maestro di tutta una generazione di poeti. È la mia generazione. È la generazione dei poeti ermetici. Che cosa ha insegnato Ungaretti alla mia generazione? Ungaretti ci ha fatto vedere i pericoli, i vizi più grossi della poesia: il vizio della retorica, il vizio del sentimentalismo e il vizio del futurismo. Ungaretti ci ha fatto vedere come nemici D’Annunzio, i crepuscolari e Marinetti. Questo è stato il suo grande insegnamento e noi abbiamo avuto lui come maestro. Quindi io vorrei chiedere a Ungaretti chi si scelse lui come guida, come maestro, quando cominciò a fare, più di cinquant’anni fa, le sue prime poesie?

I maestri, cioè i poeti, che mi attrassero subito sono due. Un poeta italiano che è Leopardi e un poeta francese che è Mallarmé.

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Eduard Manet, Ritratto di Stéphane Mallarmé, 1876

È curioso: io ho conosciuto Mallarmé ancora ragazzo, ancora scolaro, e mi battevo con i miei compagni perché loro lo consideravano un poeta oscuro, come lo è difatti. Non lo capivo neanche io, ma c’era qualche cosa in Mallarmé che mi attraeva: sentivo che in quella poesia intensa c’era un segreto, e che la poesia è tale quando porta in sé un segreto. Se la poesia è decifrabile nel modo più elementare, non è più poesia. Anche la poesia che pare semplice deve contenere un segreto. Non ha bisogno di contenere il segreto con quelle difficoltà da letterato che vi metteva il Mallarmé, ma deve contenere un segreto. Leopardi aveva capito benissimo che la poesia doveva contenere un segreto: si prenda per esempio La primavera, di solito considerata come una poesia neoclassica. Non è affatto una poesia neoclassica.

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A. Ferrazzi, Ritratto di Giacomo Leopardi, 1820

Si prenda il titolo, Della primavera ovvero delle favole antiche: si trova nelle annotazioni del Leopardi per la parola antiche una spiegazione straordinaria. Si trova nel Meursio, che il Leopardi cita e al quale rimanda il lettore, che antiche è il contrario di postiche, cioè è un punto cardinale; antiche vuol dire meridiane, e allora, nel dire antiche, Leopardi vuol dire che sono di un tempo lontano e nello stesso tempo vuol dire che sono del tempo del Mezzogiorno che ci è lontano. In questa parola ambivalente il Leopardi vuol dare questo senso della durata, dal tempo del calore o dal tempo antico quando l’uomo era vicino alla natura, al nostro tempo isterilito dall’intelligenza. È tutto pieno di queste parole difficili a capirsi [Leopardi], soprattutto La primavera dove in modo particolare il Leopardi ha esercitato la sua eleganza.

Ungaretti ha ricordato gli inizi della sua vita letteraria a Parigi, i rapporti con Paul Fort e i poeti della Closerie des Lilas. C’è un poeta che tutti conoscono, che è stato importante per tutti, è stato un mito e per Ungaretti è stato qualcosa di più, è stato un capitolo della sua vita: Apollinaire. Con Apollinaire credo che lei abbia avuto dei rapporti, non so, di quelli che possono avere un poeta con un altro poeta, e siccome so che è stato importante per lei, volevo chiedere se lei può ricordare qualcosa di questi rapporti, di questa super-amicizia poetica.

Apollinaire
Guillaume Apollinaire

I contatti con Apollinaire sono stati frequenti fin dal primo momento, fino da quell’occasione nella quale incontrai Soffici, Papini e Palazzeschi che mi indussero per la prima volta a pubblicare poesie mie. L’incontro che mi rimane più impresso del mio rapporto con Apollinaire è l’ultimo incontro. Apollinaire mi aveva scritto mentre ero in zona di guerra, in Champagne, e dalla Champagne, al momento dell’armistizio, alla fine della guerra, fui inviato a Parigi per la redazione di un giornale destinato ai soldati che si chiamava il Sempre Avanti.

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Guglielmo II imperatore di Germania

Apollinaire mi aveva chiesto che, tornando a Parigi, gli portassi dei toscani, che gli piacevano. Tornato a Parigi, andai subito in Boulevard Saint-Germain a incontrare Apollinaire. Era il giorno dell’armistizio, il 4 novembre, credo, o il 3 novembre, non so, del ’18; la città era rumorosa, la gente urlava «À bas Guillaume! À bas Guillaume! À bas Guillaume!» (Guillaume era l’imperatore di Germania). Io vado su – già questo à bas Guillaume mi aveva sconcertato, perché io andavo a vedere Guillaume Apollinaire – vado su, entro nella camera e Apollinaire era steso sul suo letto con il viso coperto da un velo nero. Era morto. Stava lì, con il quadro che gli aveva dato per le nozze Picasso a capo al letto. Ecco, questo è il ricordo che conservo di Apollinaire più terribile: con quei gridi di «À bas Guillaume!» e quell’uomo magnifico, scomparso.

Lei ha parlato del segreto della poesia: in modo illuminante ce ne ha parlato. Quello è il segreto alto, esoterico, della poesia. Forse però, anzi, certamente la curiosità del pubblico, che si interessa ai poeti, probabilmente più di quanto non si creda, vorrebbe conoscere qualcosa circa il segreto spicciolo della poesia, direi forse il meccanismo della poesia stessa. Cioè, in parole più povere, lei scrive delle poesie, alcune delle quali sono famose non soltanto per la loro importanza, ma anche per la loro concinnità, per la loro estrema brevità: «M’illumino / d’immenso» è una delle più famose da questo punto di vista. Come le scrive lei tecnicamente? Voglio dire, è il fatto musicale che primeggia in lei o è il fatto concettuale? O è qualche cosa che la tormenta all’improvviso e si chiude dentro sé stesso e anche in una stanza, prigioniero in un faro, come diceva Baudelaire, oppure per la strada, in mezzo agli altri uomini, in un tram, su quel piccolo treno di Marino, così famoso a un certo momento della storia della letteratura contemporanea, proprio perché lei lo prendeva ogni giorno per andare a Roma e per tornare a Marino ogni sera?

Ma… si fa poesia… non pensandoci. Perché occorre farla. Ho scritto il primo libro di poesie Il porto sepolto e poi una parte dell’Allegria in trincea, su pezzetti di carta che mi capitava di avere, sull’involucro di cartone delle pallottole, su delle cartoline in franchigia, così, nel pericolo, fra un tiro e l’altro.

Ed oggi qual è il suo procedimento normale?

Il procedimento normale… non si sa! Viene così, d’un tratto, un’idea e poi questa idea vi tormenta e poi scrivete qualche cosa e poi vi ritorna ancora e poi continuate e poi… A volte è un lavoro lungo, a volte è un lavoro che si fa in pochi momenti. Non so, L’isola, per esempio, che è una poesia lunga, elaborata, del Sentimento del tempo, mi è nata in una notte; altre poesie brevissime mi richiedono sei mesi di lavoro, non sono mai a posto, si seguono con l’orecchio… Non si sa poi cosa sia quest’orecchio! Non si sa che cosa sia perché l’orecchio va dietro al significato, va dietro al suono, va dietro a tante cose… Insomma, tutto deve finire col combinare e col dare la sensazione che si è espressa la poesia. Ma non si è mai espressa veramente, si è sempre scontenti, si vorrebbe che fosse detto diversamente, ma… la parola è impotente. La parola non riuscirà mai a dare il segreto che è in noi, mai: lo avvicina.

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