Svizzera

I miei studenti hanno realizzato un breve documentario sulla Svizzera. Qualche imprecisione qua e là, errori di pronuncia, sonoro non sempre ottimale… ma è un lavoro genuino. Diamo fiducia 😉

In questo blog puoi trovare altri post dedicati a Paesi europei:

Il grande dittatore -Discorso all’umanità

Il discorso del barbiere ebreo, nei panni di Hynkel, al termine del film Il grande dittatore di Charlie Chaplin (The Great Dictator, USA, 1940):

Mi dispiace, ma io non voglio fare l’Imperatore: non è il mio mestiere; non voglio governare né conquistare nessuno. Vorrei aiutare tutti, se possibile: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti. La natura è ricca, è sufficiente per tutti noi.

La vita può essere felice e magnifica.

Ma noi lo abbiamo dimenticato.

L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell’odio, ci ha condotti a passo d’oca a far le cose più abbiette. Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi. La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà; la scienza ci ha trasformato in cinici; l’avidità ci ha resi duri e cattivi; pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari, ci serve umanità; più che abilità, ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità la vita è violenza e tutto è perduto.

L’aviazione e la radio hanno riavvicinato le genti; la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà nell’uomo, reclama la fratellanza universale, l’unione dell’umanità. Perfino ora la mia voce raggiunge milioni di persone nel mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che impone agli uomini di torturare e imprigionare gente innocente.

A coloro che mi odono, io dico: non disperate! L’avidità che ci comanda è solamente un male passeggero, l’amarezza di uomini che temono le vie del progresso umano. L’odio degli uomini scompare insieme ai dittatori e il potere che hanno tolto al popolo ritornerà al popolo e, qualsiasi mezzo usino, la libertà non può essere soppressa.

Soldati! Non cedete a dei bruti, uomini che vi disprezzano e vi sfruttano, che vi dicono come vivere, cosa fare, cosa dire, cosa pensare, che vi irreggimentano, vi condizionano, vi trattano come bestie. Non vi consegnate a questa gente senza un’anima, uomini macchina, con macchine al posto del cervello e del cuore. Voi non siete macchine, voi non siete bestie: siete uomini! Voi avete l’amore dell’umanità nel cuore, voi non odiate, coloro che odiano sono quelli che non hanno l’amore altrui.

Soldati! Non difendete la schiavitù, ma la libertà! Ricordate nel Vangelo di San Luca è scritto: «Il Regno di Dio è nel cuore dell’uomo». Non di un solo uomo o di un gruppo di uomini, ma di tutti gli uomini. Voi! Voi, il popolo, avete la forza di creare le macchine, la forza di creare la felicità. Voi, il popolo, avete la forza di fare che la vita sia bella e libera; di fare di questa vita una splendida avventura.

Quindi, in nome della democrazia, usiamo questa forza. Uniamoci tutti! Combattiamo per un mondo nuovo che sia migliore! Che dia a tutti gli uomini lavoro; ai giovani un futuro; ai vecchi la sicurezza. Promettendovi queste cose dei bruti sono andati al potere. Mentivano! Non hanno mantenuto quelle promesse, e mai lo faranno! I dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo. Allora combattiamo per mantenere quelle promesse! Combattiamo per liberare il mondo, eliminando confini e barriere; eliminando l’avidità, l’odio e l’intolleranza. Combattiamo per un mondo ragionevole. Un mondo in cui la scienza e il progresso diano a tutti gli uomini il benessere.

Soldati, nel nome della democrazia, siate tutti uniti!

[La folla lo acclama. Quindi, durante l’ultima parte del discorso viene inquadrata Hannah, che sta ascoltando il messaggio alla radio e ha riconosciuto la voce del barbiere]

Hannah, puoi sentirmi? Dovunque tu sia, abbi fiducia. Guarda in alto, Hannah! Le nuvole si diradano: comincia a splendere il sole. Prima o poi usciremo dall’oscurità, verso la luce e vivremo in un mondo nuovo. Un mondo più buono in cui gli uomini si solleveranno al di sopra della loro avidità, del loro odio, della loro brutalità.

Guarda in alto, Hannah! L’animo umano troverà le sue ali, e finalmente comincerà a volare, a volare sull’arcobaleno verso la luce della speranza, verso il futuro… il glorioso futuro che appartiene a te, a me, a tutti noi. Guarda in alto Hannah, lassù.

La versione originale:

I’m sorry, but I don’t want to be an Emperor — that’s not my business. I don’t want to rule or conquer anyone. I should like to help everyone, if possible — Jew, gentile, black man, white. We all want to help one another; human beings are like that. We want to live by each other’s happiness, not by each other’s misery. We don’t want to hate and despise one another. In this world there’s room for everyone and the good earth is rich and can provide for everyone.

The way of life can be free and beautiful.

But we have lost the way.

Greed has poisoned men’s souls, has barricaded the world with hate, has goose-stepped us into misery and bloodshed. We have developed speed but we have shut ourselves in. Machinery that gives abundance has left us in want. Our knowledge has made us cynical, our cleverness hard and unkind. We think too much and feel too little. More than machinery, we need humanity. More than cleverness, we need kindness and gentleness. Without these qualities, life will be violent and all will be lost.

The aeroplane and the radio have brought us closer together. The very nature of these inventions cries out for the goodness in men, cries out for universal brotherhood for the unity of us all. Even now my voice is reaching millions throughout the world, millions of despairing men, women, and little children, victims of a system that makes men torture and imprison innocent people.

To those who can hear me I say, “Do not despair.” The misery that is now upon us is but the passing of greed, the bitterness of men who fear the way of human progress. The hate of men will pass and dictators die; and the power they took from the people will return to the people and so long as men die, liberty will never perish.

Soldiers: Don’t give yourselves to brutes, men who despise you, enslave you, who regiment your lives, tell you what to do, what to think and what to feel; who drill you, diet you, treat you like cattle, use you as cannon fodder. Don’t give yourselves to these unnatural men, machine men, with machine minds and machine hearts! You are not machines! You are not cattle! You are men! You have the love of humanity in your hearts. You don’t hate; only the unloved hate, the unloved and the unnatural.

Soldiers: Don’t fight for slavery! Fight for liberty! In the seventeenth chapter of Saint Luke it is written, “the kingdom of God is within man” — not one man, nor a group of men, but in all men, in you, you the people have the power, the power to create machines, the power to create happiness. You the people have the power to make this life free and beautiful, to make this life a wonderful adventure.

Then, in the name of democracy, let us use that power! Let us all unite!! Let us fight for a new world, a decent world that will give men a chance to work, that will give you the future and old age a security. By the promise of these things, brutes have risen to power, but they lie! They do not fulfill their promise; they never will. Dictators free themselves, but they enslave the people!! Now, let us fight to fulfill that promise!! Let us fight to free the world, to do away with national barriers, to do away with greed, with hate and intolerance. Let us fight for a world of reason, a world where science and progress will lead to all men’s happiness.

Soldiers: In the name of democracy, let us all unite!!!

Hannah, can you hear me? Wherever you are, look up, Hannah. The clouds are lifting. The sun is breaking through. We are coming out of the darkness into the light. We are coming into a new world, a kindlier world, where men will rise above their hate, their greed and brutality.

Look up, Hannah. The soul of man has been given wings, and at last he is beginning to fly. He is flying into the rainbow — into the light of hope, into the future, the glorious future that belongs to you, to me, and to all of us. Look up, Hannah. Look up.

Alessandro Manzoni non è il vero autore dei “Promessi sposi” (istruzioni per leggere “I promessi sposi”, 1)

Bottega di narrazione - Corsi e laboratori di scrittura creativa

di Giulio Mozzi

Domanda: chi è il vero autore dei Promessi sposi?

Risposta: lo sanno tutti, è Alessandro Manzoni.

La risposta, ahimè, è sbagliata (sul piano finzionale; sul piano reale è giusta, ma il piano reale non ha molta importanza).

* * *

Tutti ricordiamo (perché più o meno tutti, volenti o nolenti, abbiamo letto I promessi sposi) che nella prefazione Manzoni dichiara di aver trovato un manoscritto anonimo secentesco; di averlo letto, trovando assai bella la storia raccontata; di averne iniziata la trascrizione; di essersi presto stufato di ricopiare frasi del tipo

E veramente, considerando che questi nostri climi sijno sotto l’amparo del Re Cattolico nostro Signore, che è quel Sole che mai tramonta, e che sopra di essi, con riflesso Lume, qual Luna giamai calante, risplenda l’Heroe di nobil Prosapia che pro tempore ne tiene le sue parti, e gl’Amplissimi Senatori quali Stelle fisse, e gl’altri…

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Edgar Lee Master e Fabrizio De André

 

Edgar Lee Masters
dalla Spoon River Anthology (1915)

Francis Turner

I could not run or play in boyhood.
In manhood I could only sip the cup,
Not drink –
For scarlet-fever left my heart diseased.
Yet I lie here
Soothed by a secret none but Mary knows:
There is a garden of acacia,
Catalpa trees, and arbors sweet with vines –
There on that afternoon in June
By Mary’s side –
Kissing her with my soul upon my lips
It suddenly took flight.

Francis Turner

Io non potevo correre né giocare
quand’ero ragazzo.
Quando fui uomo, potei solo sorseggiare alla coppa,
non bere –
perché la scarlattina mi aveva lasciato il cuore malato.
Eppure giaccio qui
blandito da un segreto che solo Mary conosce:
c’è un giardino di acacie,
di catalpe e di pergole addolcite da viti –
là, in quel pomeriggio di giugno
al fianco di Mary –
mentre la baciavo con l’anima sulle labbra,
l’anima d’improvviso mi fuggì.

[Traduzione di Fernanda Pivano (1943)]

Fiddler Jones

The earth keeps some vibration going
There in your heart, and that is you.
And if the people find you can fiddle,
Why, fiddle you must, for all your life.
What do you see, a harvest of clover?
Or a meadow to walk through to the river?
The wind’s in the corn; you rub your hands
For beeves hereafter ready for market;
Or else you hear the rustle of skirts
Like the girls when dancing at Little Grove.
To Cooney Potter a pillar of dust
Or whirling leaves meant ruinous drouth;
They looked to me like Red-Head Sammy
Stepping it off, to Toor-a-Loor.
How could I till my forty acres
Not to speak of getting more,
With a medley of horns, bassoons and piccolos
Stirred in my brain by crows and robins
And the creak of a wind-mill – only these?
And I never started to plow in my life
That some one did not stop in the road
And take me away to a dance or picnic.
I ended up with forty acres;
I ended up with a broken fiddle –
And a broken laugh, and a thousand memories,
And not a single regret.

Il suonatore Jones

La terra ti suscita
vibrazioni nel cuore: sei tu.
E se la gente sa che sai suonare,
suonare ti tocca, per tutta la vita.
Che cosa vedi, una messe di trifoglio?
O un largo prato tra te e il fiume?
Nella meliga è il vento; ti freghi le mani
perché i buoi saran pronti al mercato;
o ti accade di udire un fruscio di gonnelle
come al Boschetto quando ballano le ragazze.
Per Cooney Potter una pila di polvere
o un vortice di foglie volevan dire siccità;
a me pareva fosse Sammy Testa-rossa
quando fa il passo sul motivo di Toor-a-Loor.
Come potevo coltivare le mie terre,
– non parliamo di ingrandirle –
con la ridda di corni, fagotti e ottavini
che cornacchie e pettirossi mi muovevano in testa,
e il cigolìo di un molino a vento – solo questo?
Mai una volta diedi mani all’aratro,
che qualcuno non si fermasse nella strada
e mi chiedesse per un ballo o una merenda.
Finii con le stesse terre,
finii con un violino spaccato –
e un ridere rauco e ricordi,
e nemmeno un rimpianto.

[Traduzione di Fernanda Pivano (1943)]

Fabrizio De André
dall’album Non al denaro non all’amore né al cielo (1971)

Un malato di cuore

Cominciai a sognare anch’io insieme a loro
poi l’anima d’improvviso prese il volo

Da ragazzo spiare i ragazzi giocare
al ritmo balordo del tuo cuore malato
e ti viene la voglia di uscire e provare
che cosa ti manca per correre al prato,
e ti tieni la voglia, e rimani a pensare
come diavolo fanno a riprendere fiato.

Da uomo avvertire il tempo sprecato
a farti narrare la vita dagli occhi
e mai poter bere alla coppa d’un fiato
ma a piccoli sorsi interrotti,
e mai poter bere alla coppa d’un fiato
ma a piccoli sorsi interrotti.

Eppure un sorriso io l’ho regalato
e ancora ritorna in ogni sua estate
quando io la guidai o fui forse guidato
a contarle i capelli con le mani sudate.
Non credo che chiesi promesse al suo sguardo,
non mi sembra che scelsi il silenzio o la voce,
quando il cuore stordì e ora no, non ricordo
se fu troppo sgomento o troppo felice,
e il cuore impazzì e ora no,  non ricordo
da quale orizzonte sfumasse la luce.

E fra lo spettacolo dolce dell’erba,
fra lunghe carezze finite sul volto,
quelle sue cosce color madreperla
rimasero forse un fiore non colto.
Ma che la baciai, questo sì, lo ricordo,
col cuore ormai sulle labbra,
ma che la baciai, per dio sì, lo ricordo,
e il mio cuore le restò sulle labbra.

E l’anima d’improvviso prese il volo
ma non mi sento di sognare con loro,
no non mi riesce di sognare con loro

 

Il suonatore Jones

In un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità,
a me ricordava
la gonna di Jenny
in un ballo di tanti anni fa.

Sentivo la mia terra
vibrare di suoni, era il mio cuore
e allora perché coltivarla ancora,
come pensarla migliore.

Libertà l’ho vista dormire
nei campi coltivati
a cielo e denaro,
a cielo ed amore,
protetta da un filo spinato.

Libertà l’ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato
per un fruscio di ragazze  a un ballo,
per un compagno ubriaco.

E poi se la gente sa,
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca
per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare.

Finii con i campi alle ortiche
finii con un flauto spezzato
e un ridere rauco
ricordi tanti
e nemmeno un rimpianto.

Appunti sulla Resistenza

Quella che segue è una rielaborazione di appunti a partire dal testo di Paolo Viola, Storia moderna e contemporanea, Volume quarto, Il Novecento, Einaudi, Torino, 2000, pp. 182-241.

Caduta del fascismo e armistizio

Italia, 1943. La popolazione civile in Italia si distaccava sempre di più dal regime fascista e dalla sua guerra. Le città erano martellate dai bombardamenti alleati. La guerra sempre più disastrosa in Francia, in Grecia, in Africa, in Russia, seminava lutti che apparivano, a differenza di quelli della prima guerra mondiale, inutili e ingiustificati. Ogni famiglia aveva i suoi soldati persi in paesi lontani: morti o prigionieri.

I gravissimi costi umani contrastavano penosamente con le parole tronfie del regime. «Spezzeremo le reni della Grecia» aveva detto Mussolini nel 1940; e di fronte allo sbarco angloamericano in Sicilia aveva dato ordine di «congelare il nemico sulla linea del bagnasciuga». Ma l’esercito italiano era incapace di opporre resistenza (ad esempio con forze numericamente sei volte inferiori a quelle alleate pronte allo sbarco).

Il consenso di massa si era sgretolato con il progressivo manifestarsi della sconfitta. Nel marzo 1943 gli operai di Torino e Milano proclamarono lo sciopero generale, sfidando la repressione militare di un paese in guerra. Gli industriali, d’altra parte, non trovavano più alcuna convenienza ad appoggiare un potere che portava il Paese alla disfatta. Il Vaticano si distanziava da una complicità politica che rischiava di coinvolgere la Chiesa cattolica nel disastro del fascismo. Anche la monarchia cercava una soluzione che salvasse la continuità della corona e dell’esercito.

badoglio
Prima pagina del Corriere della Sera con l’annuncio della caduta di Mussolini

Si poteva cercare di liquidare Mussolini mantenendo però i fascisti moderati al potere. Oppure far cadere l’intero regime e chiamare a governare i partiti antifascisti. Prevalse una soluzione intermedia, quella di un «governo tecnico». Pochi giorni dopo lo sbarco in Sicilia, il 25 luglio 1943, fu presentato al Gran consiglio del fascismo un odg per la deposizione di Mussolini: iniziativa approvata con 19 voti a favore, 7 contrari e un astenuto. Il re predispose la sostituzione del duce che fu arrestato nella notte. Al potere fu chiamato non un politico, bensì il maresciallo Pietro Badoglio.

La gente esultava nelle strade e nelle piazze. Sembrava finita la guerra e rovesciata definitivamente la dittatura. Non era così, e il peggio doveva ancora arrivare; ma per il momento una grande ventata di speranza percorse il Paese. I partiti antifascisti, che avevano cercato di sopravvivere nella clandestinità, cominciarono ad uscire allo scoperto, chiedendo un impegno dell’Italia a fianco degli alleati.

corriere della sera
Il Corriere della Sera riporta il testo dell’armistizio di Badoglio con il generale Eisenhower

Tuttavia il fascismo non era ancora finito. Il governo non voleva allarmare la Germania, sebbene avesse avviato in segreto trattative con gli angloamericani per l’armistizio. I tedeschi concentrarono in Italia un esercito di occupazione. In breve si arrivò all’8 settembre, data dell’armistizio col quale l’Italia cambiava schieramento, diventando «cobelligerante»: cioè faceva la guerra insieme con gli angloamericani contro i tedeschi.

 

Lo stesso 8 settembre, il re e Badoglio scapparono da Roma e si misero sotto la protezione degli alleati che negli stessi giorni sbarcavano a Salerno e occupavano l’Italia del sud. Quasi contemporaneamente un commando tedesco riusciva a liberare Mussolini detenuto in una località segreta del Gran Sasso, in Abruzzo. Fu portato in Germania, per essere utilizzato come capo di un governo fantoccio da organizzare nell’Italia del nord. L’Italia si spaccava in due per un anno e mezzo.

L’unità della nazione ottenuta col sangue delle guerre risorgimentali, l’identità stessa degli italiani dovevano essere ricostruite, rifondate. Da che parte stava l’Italia? Per che cosa si stava facendo la guerra? Il regime era in sfacelo. Il re e il governo scappati. L’esercito allo sbando. I soldati cercavano di tornare a casa in qualunque modo. Al Sud c’era l’esercito angloamericano, al nord quello tedesco.

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Prima pagina dell’Unità, 30 settembre 1943

La Resistenza e la Repubblica di Salò

Pochissimi furono i reparti militari che si schierarono contro l’ex-alleato tedesco, prendendo sul serio la cobelligeranza. Fra questi alcuni di stanza a Roma. A Cefalonia. Ma la grande maggioranza si sbandò e centinaia di migliaia di ragazzi si avviarono verso casa.

In Piemonte alcune unità si diedero alla guerriglia. In tutta l’Italia settentrionale molti soldati sbandati furono intercettati da militanti antifascisti, che li portarono in montagna e cominciarono ad organizzare bande di resistenti. A questi si unirono i volontari antifascisti: operai, intellettuali, contadini. Nacquero così le unità combattenti della Resistenza, e i Comitati di Liberazione Nazionale che cominciarono a rieducare alla politica un Paese soffocato da vent’anni di dittatura. I partigiani formarono il Corpo dei Volontari della Libertà, alla cui testa era il Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia, a sua volta in contatto con il CLN nazionale che operava politicamente nell’Italia del Sud sotto controllo alleato.

Senza l’appoggio della popolazione, le bande partigiane non avrebbero certo potuto combattere contro i tedeschi, e se riuscirono a combattere, e poi a vincere, lo dovettero al grande effetto moltiplicatore di forze che avevano avuto la caduta del fascismo e la speranza della pace.

I partigiani furono inquadrati nelle Brigate Garibaldi, comuniste; in Giustizia e Libertà, sinistra democratica; nelle Brigate Matteotti, socialiste; ma erano numerosi anche i cattolici e gli autonomi. Nelle città operavano i GAP (Gruppi di Azione Patriottica) che forse rischiavano la vita ancora di più dei partigiani in montagna, e vivevano in assoluta clandestinità.

Sotto l’occupazione tedesca, alla fine di settembre 1943 nacque nell’Italia settentrionale la Repubblica Sociale Italiana, diretta da Mussolini, con capitale a Salò, sul Garda. Tornarono le camicie nere: chiamati alle armi, ma anche volontari. In migliaia, soprattutto giovanissimi, si arruolarono liberamente. Fu un ritorno di fiamma del fascismo delle origini, motivato dal presunto riscatto di un onore nazionale calpestato dal «tradimento» del 25 luglio e dell’8 settembre. La Repubblica di Salò fu una pura facciata di un regime tragicamente feroce, asservito alle SS peggio del governo collaborazionista di Vichy.

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La Resistenza fu una guerra patriottica per la libertà e la democrazia, che riprendeva la tradizione repubblicana e risorgimentale, e la portava a compimento. Pur nei suoi squilibri regionali, la Resistenza era una rivoluzione nazionale e democratica che poneva le basi di una coscienza nazionale popolare e di istituzioni politiche rinnovate. Anche molte donne furono coinvolte nella lotta armata, soprattutto per assicurare i contatti fra i comandi e le unità.

La Resistenza fu anche una guerra di classe: fu l’occasione per fare quella rivoluzione socialista che nel biennio rosso era stata sconfitta dal fascismo montante. Partigiani comunisti, ma anche socialisti, cattolici e i democratici di GL pensavano che dopo la vittoria l’Italia sarebbe stata un paese governato dai lavoratori. Era questo l’aspetto che impensieriva maggiormente gli alleati angloamericani.

La Resistenza fu anche una guerra civile: e come in ogni guerra civile entrambe le parti usarono forme spicce di violenza. Ma i nazifascisti furono incomparabilmente più feroci: la loro fu una politica del terrore sistematico; nazifascista fu la volontà indiscriminata di annientamento della popolazione civile accusata di viltà e razzialmente disprezzata. La deportazione di ebrei e di giovani validi, i massacri di civili inermi perpetrati dai tedeschi con la complicità dei repubblichini testimoniarono la vera e propria orgia di morte e distruzione che si impadronì dei nazifascisti.

La Resistenza si rafforzava con questi orrori. Più i nazifascisti si abbandonavano alla barbarie, più il sostegno popolare della lotta partigiana aumentava. Nel secondo inverno della Resistenza, 1944-45, tedeschi e repubblichini erano ormai come una belva ferita che seminava morte, mentre una larga maggioranza popolare si formò per sostenere il riscatto nazionale contro il fascismo.

La liberazione

All’inizio del 1944 era ormai chiaro che i tedeschi avrebbero perso la guerra. Gli alleati sfondarono il fronte italiano fra Napoli e Roma nella primavera e liberarono Roma il 4 giugno, due giorni prima dello sbarco in Normandia. Nella stessa estate del ’44 gli alleati liberavano la Toscana e portavano il fronte alla cosiddetta «linea gotica», lungo l’Appennino tosco-emiliano dove si stabilizzò per tutto l’inverno.

Nelle città italiane sventrate dai bombardamenti i liberatori entravano accolti dalla popolazione con vere e proprie esplosioni di gioia. Portavano la pace e la libertà, cibo e soldi; i bambini si arrampicavano sui carri armati e ricevevano dolci, sigarette americane. Ma il tessuto sociale era drammaticamente lacerato. Parte della popolazione aveva collaborato coi tedeschi, un’altra parte aveva appoggiato la Resistenza: gli episodi di giustizia sommaria si moltiplicarono a migliaia.

Nelle città dell’Italia settentrionale il giorno della liberazione fu il 25 aprile 1945. Gli alleati, sfondata la «linea gotica», avanzavano nella pianura padana. Le formazioni partigiane diedero allora l’assalto decisivo alle città ed entrarono a Torino e Milano, riuscendo in molti casi a salvare gli impianti industriali (a Genova il porto) prima che i tedeschi potessero farli saltare. Era un evento di grande valenza simbolica: i partigiani, lavoratori in armi, avevano salvato le fabbriche che la classe dirigente borghese aveva portato allo sfacelo, affidandole ai fascisti e ai tedeschi, che ora le distruggevano in fuga. Mai come allora la classe operaia si era presentata con le carte altrettanto in regola per diventare la classe dirigente del paese.

tempo
Copertina della rivista settimanale Tempo, con una fotografia di Federico Patellani divenuta celebre.

Il 2 giugno dell’anno successivo gli italiani si espressero con un referendum a suffragio universale (comprese le donne, che votavano per la prima volta in una consultazione politica nazionale) in favore della nascita della Repubblica. Quello stesso giorno nacque l’Assemblea Costituente che nei due anni successivi compose i 139 articoli della Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948.

 

Piero Calamandrei, parlando della carta costituzionale, disse in un famoso discorso diretto ai giovani:

Dietro a ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. […] Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione.

Piero Calamandrei, Discorso agli studenti sulla Costituzione Italiana, Milano, 26 gennaio 1955.

I rapporti di forza tra i personaggi dei “Promessi sposi”

Il “sistema dei personaggi” dei Promessi sposi mette in luce il romanzo come un’opera costruita sui rapporti di forza [1]. L’ossatura della trama è assolutamente funzionale, secondo uno schema à la Propp, e «non esiste racconto più funzionale della fiaba in cui c’è un obiettivo da raggiungere malgrado gli ostacoli frapposti da personaggi oppositori e mediante il soccorso di personaggi aiutanti, e l’eroe e l’eroina non hanno altro da pensare che a fare le cose giuste e ad astenersi dalle cose sbagliate» [2].

promessi sposi

I protagonisti sono i due giovani promessi sposi: Renzo e Lucia. La macchina narrativa, tuttavia, è così complessa che non può gravare sulle sole spalle di un filatore di seta e di un’umile montanara: attorno ad essi gira un mondo intero e Manzoni costruisce un sistema dei personaggi tanto articolato, quanto equilibrato. Volendo sintetizzare all’estremo, i due protagonisti, per raggiungere l’obiettivo di sposarsi, ricorrono a due grandi personaggi di aiuto o protettori: nella prima parte fra Cristoforo, a cui si aggiunge, nella seconda il cardinale Federigo Borromeo.

A questi si oppongono don Rodrigo, cui si aggiunge poi l’Innominato: essi sono dunque gli oppressori, che rappresentano la violenza e l’ingiustizia del potere sociale. Per contrastare il matrimonio essi si servono, come strumenti, prima di don Abbondio, malgré lui connivente [3], poi di Gertrude. Il momento di svolta del romanzo si ha quando l’Innominato, con tutta la sua forza, passa dal campo degli oppressori a quello dei protettori.

Gli otto personaggi principali si dispongono dunque in coppie anzitutto per similarità: Renzo e Lucia sono le vittime, fra Cristoforo e il cardinal Federigo sono i protettori e, insieme, i rappresentanti della Chiesa “buona”; don Abbondio e la monaca di Monza sono gli strumenti degli oppressori e i rappresentanti della Chiesa “cattiva”; don Rodrigo e l’Innominato (solo agli inizi, quest’ultimo) gli oppressori, esponenti del potere sociale:

Vittime

Protettori Falsi aiutanti Oppressori
Renzo

Lucia

fra Cristoforo

Federigo Borromeo

don Abbondio

Gertrude

don Rodrigo

Innominato

Si possono stabilire anche coppie per opposizione: Renzo è in opposizione a don Rodrigo (ne è il rivale e sogna più volte di ucciderlo) e Lucia all’Innominato da cui viene fatta rapire. Renzo si oppone anche a don Abbondio, in quanto strumento di don Rodrigo e Lucia a Gertrude in quanto strumento dell’Innominato. Anche i protettori entrano in antitesi con gli oppressori o con i loro strumenti: così fra Cristoforo si oppone a don Rodrigo e il cardinale a don Abbondio.

Renzo

vs. don Rodrigo, don Abbondio

Lucia

vs. Innominato, Gertrude

Fra Cristoforo

vs. don Rodrigo

Federigo Borromeo

vs. don Abbondio

Gli otto personaggi rappresentano, esattamente per metà, il mondo laico (Renzo e Lucia, don Rodrigo e l’Innominato) e, per l’altra metà, il mondo ecclesiastico; questi ultimi sono distribuiti per coppie antitetiche: da un lato si oppongono fra loro, senza mai incontrarsi, i due rappresentanti di una Chiesa povera e popolare, fra Cristoforo e don Abbondio, dall’altro i due rappresentanti della Chiesa potente, il cardinale e la monaca di Monza.

Queste schematizzazioni hanno il fine di fornire l’idea dell’equilibrio nel romanzo, costruito su un sistema complesso ma anche estremamente vigoroso ed eloquente, di pesi e di contrappesi, di forze e di controforze. Il sistema di similarità e contraddizioni non è infatti un puro artificio ma serve a comunicare un messaggio ideologico, tutto giocato sul contrasto fra bene e male e sull’esemplarità dei “buoni” e dei “cattivi”. «Attorno a Renzo e Lucia e al loro contrastato matrimonio le forze in gioco si dispongono in una figura triangolare che ha per vertici tre autorità: il potere sociale, il falso potere spirituale e il potere spirituale vero. Due di queste forze sono avverse e una propizia: il potere sociale è sempre avverso, la Chiesa si divide in buona e cattiva Chiesa, e l’una s’adopera a sventare gli ostacoli frapposti dall’altra. Questa figura triangolare si presenta due volte sostanzialmente identica: nella prima parte del romanzo con Don Rodrigo, Don Abbondio e fra Cristoforo, nella seconda con l’Innominato, la Monaca di Monza e il cardinal Federigo» [4].

Allargando il quadro dal microcosmo dei personaggi al macrocosmo delle entità a loro superiori, a queste figure triangolari si può sovrapporre un terzo stadio che ha per vertici la storia umana (malgoverno, guerre, sommosse), la natura abbandonata da Dio (carestia) e la giustizia divina (la peste).

Lo schema con la figura dei triangoli sovrapposti può ben illustrare questa complessiva visione del mondo:

schema promessi sposi

Note

[1] Italo Calvino, “I promessi sposi”: il romanzo dei rapporti di forza, in Id., Una pietra sopra – Discorsi di letteratura e società, Mondadori, Milano, 1995, pp. 322-335.

[2] Ivi, p. 328.

[3] Cfr. Angelo Marchese (a cura di), I promessi sposi, Arnoldo Mondadori, Milano, 1987, p. 31: «Il progetto matrimoniale di Renzo e Lucia è impedito dal contro-progetto di don Rodrigo, l’antagonista; don Abbondio, che come sacerdote ha il compito di celebrare le nozze, adempie alla funzione narrativa del falso aiutante: subendo passivamente l’intimidazione dei bravi […] egli diventa connivente, collaboratore indiretto, e suo malgrado, del piano immorale dell’antagonista: nascostamente un oppositore».

[4] Italo Calvino, “I promessi sposi”: il romanzo dei rapporti di forza, cit., p. 327.

Due descrizioni manzoniane a confronto: Gertrude e Lucia

Seguendo una chiave di lettura semiologica, possiamo dire che i personaggi sono effetti di senso [1] prodotti da un complesso dispositivo di artifici testuali. Attraverso le descrizioni dei personaggi il narratore crea un mondo che deve essere percepito per essere creduto vero: «I personaggi si muovono, vanno, vengono, possiedono un certo aspetto. Il lettore non soltanto può capirli, compatirli, ma li può vedere, ascoltare. Questa apparenza concreta […] fa di questi attori dei simulacri» [2].

Un’analisi delle procedure descrittive mette in luce una figura retorica imitativa, l’ipotiposi, che permetterebbe al linguaggio verbale di evocare quello che verbale non è: consisterebbe cioè nella rappresentazione immediata ed essenziale di oggetti o di situazioni. Il condizionale è d’obbligo perché ogni descrizione letteraria sembra fare i conti con una sorta di debolezza, di impotenza delle parole nei confronti della rappresentazione immediata e fisiognomica del reale (una sorta di afasia del linguaggio verbale [3]).

Monaca_di_Monza
Francesco Gonin, La Monaca di Monza, illustrazione per l’edizione dei Promessi sposi del 1840

Il linguaggio descrittivo ricorre a numerosi espedienti retorici: dalla sineddoche alla metonimia, dalla metafora alla tecnica del parallelismo; senza contare il fatto che, a parte qualche specifico caso di descrizione compressa e definita a tutta pagina, moltissime altre il più delle volte si dipanano lungo un ampio arco di momenti descrittivi [4]: qui un ritratto fisico, là un ritratto morale; ora la descrizione di uno stato d’animo, più oltre un quadro d’ambiente (vedi il cap. IV su fra Cristoforo).

Prendiamo il caso del ritratto di Gertrude, a cui Manzoni dedica una descrizione ampia e articolata nel capitolo IX:

Lucia […] guardò da quella parte, e vide una finestra d’una forma singolare, con due grosse e fitte grate di ferro, distanti l’una dall’altra un palmo; e dietro quelle una monaca ritta. Il suo aspetto, che poteva dimostrar venticinque anni, faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta. Un velo nero, sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, cadeva dalle due parti, discosto alquanto dal viso; sotto il velo, una bianchissima benda di lino cingeva, fino al mezzo, una fronte di diversa, ma non d’inferiore bianchezza; un’altra benda a pieghe circondava il viso, e terminava sotto il mento in un soggolo, che si stendeva alquanto sul petto, a coprire lo scollo d’un nero saio. Ma quella fronte si raggrinzava spesso, come per una contrazione dolorosa; e allora due sopraccigli neri si ravvicinavano, con un rapido movimento. Due occhi, neri neri anch’essi, si fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba; talora si chinavano in fretta, come per cercare un nascondiglio; in certi momenti, un attento osservatore avrebbe argomentato che chiedessero affetto, corrispondenza, pietà; altre volte avrebbe creduto coglierci la rivelazione istantanea d’un odio inveterato e compresso, un non so che di minaccioso e di feroce: quando restavano immobili e fissi senza attenzione, chi ci avrebbe immaginata una svogliatezza orgogliosa, chi avrebbe potuto sospettarci il travaglio d’un pensiero nascosto, d’una preoccupazione familiare all’animo, e più forte su quello che gli oggetti circostanti. Le gote pallidissime scendevano con un contorno delicato e grazioso, ma alterato e reso mancante da una lenta estenuazione. Le labbra, quantunque appena tinte d’un roseo sbiadito, pure, spiccavano in quel pallore: i loro moti erano, come quelli degli occhi, subitanei, vivi, pieni d’espressione e di mistero. La grandezza ben formata della persona scompariva in un certo abbandono del portamento, o compariva sfigurata in certe mosse repentine, irregolari e troppo risolute per una donna, non che per una monaca. Nel vestire stesso c’era qua e là qualcosa di studiato o di negletto, che annunziava una monaca singolare: la vita era attillata con una certa cura secolaresca, e dalla benda usciva sur una tempia una ciocchettina di neri capelli; cosa che dimostrava o dimenticanza o disprezzo della regola che prescriveva di tenerli sempre corti, da quando erano stati tagliati, nella cerimonia solenne del vestimento.

Qui il narratore si sofferma su alcuni tratti dell’aspetto di Gertrude e segue un percorso percettivo ben preciso, nell’intento di costruire un approfondito ritratto psicofisico: ogni particolare dell’aspetto fisico è un indizio che allude alla psicologia del personaggio. Se gli elementi fisici della monaca, da un lato, rivelano attenzione e cura della persona, dall’altro sono il segno di una ricerca di effetti mondani, di bellezza e vezzosità, estranei alle misure conventuali. «La stranezza esterna trova il suo elemento complementare nell’aria di ambiguità, di contraddizioni, di dibattito interiore, di forze sconvolgenti che operano dentro di lei e la fanno a volte apparire più vecchia che non sia e perfino l’imbruttiscono. E tutti gli elementi di cui si compone il ritratto nessuno lascia intravedere nella signora nulla di più che tormento, agitazione, lacerazione interiori» [5].

Molti altri ritratti “classici” [6], come questo, sono giocati su costruzioni neutralizzanti che inducono all’indecidibilità. La descrizione somatica della monaca di Monza presenta un insieme di tratti eterogenei: è un ritratto costruito da elementi contraddittori che pone una sorta di indecisione nel giudizio e crea una suspense narrativa. Il numero elevato di ma, un non so che, quasi sono elementi testuali che insinuano una dissonanza valutativa e richiedono un successivo scioglimento del dubbio: se il ritratto si costruisce non come oggetto omogeneo, se il positivo è neutralizzato dal negativo, come l’essere dal sembrare, come una prima impressione da una seconda, allora, per quanto riguarda il divenire narrativo del personaggio, si profila un orizzonte di attese gravido di foschi presagi.

lucia
Francesco Gonin, Lucia Mondella, illustrazione per l’edizione dei Promessi sposi del 1840

Un personaggio evidentemente importante come quello della protagonista Lucia è, stranamente, quello meno descritto: più che descritto esso viene suggerito. «A Lucia, Manzoni dà la parola o di lei narra o rammenta indirettamente, ma con il segreto scopo di non esaurire mai definitivamente una linea, un tocco, uno sguardo, un discorso: in una parola, il ritratto» [7]. Non abbiamo, nel romanzo, un luogo delimitato in cui poter isolare una descrizione compiuta di questo personaggio così centrale; si può ricordare il suo apparire in abito da sposa in un passo del secondo capitolo dettagliato nei particolari, che, tuttavia, lasciano il quadro del tutto incompleto:

Lucia usciva in quel momento tutta attillata dalle mani della madre. Le amiche si rubavano la sposa, e le facevan forza perché si lasciasse vedere; e lei s’andava schermendo, con quella modestia un po’ guerriera delle contadine, facendosi scudo alla faccia col gomito, chinandola sul busto, e aggrottando i lunghi e neri sopraccigli, mentre però la bocca s’apriva al sorriso. I neri e giovanili capelli, spartiti sopra la fronte, con una bianca e sottile dirizzatura, si ravvolgevan, dietro il capo, in cerchi moltiplici di trecce, trapassate da lunghi spilli d’argento, che si dividevano all’intorno, quasi a guisa de’ raggi d’un’aureola, come ancora usano le contadine nel Milanese. Intorno al collo aveva un vezzo di granati alternati con bottoni d’oro a filigrana: portava un bel busto di broccato a fiori, con le maniche separate e allacciate da bei nastri: una corta gonnella di filaticcio di seta, a pieghe fitte e minute, due calze vermiglie, due pianelle, di seta anch’esse, a ricami. Oltre a questo, ch’era l’ornamento particolare del giorno delle nozze, Lucia aveva quello quotidiano d’una modesta bellezza, rilevata allora e accresciuta dalle varie affezioni che le si dipingevan sul viso: una gioia temperata da un turbamento leggiero, quel placido accoramento che si mostra di quand’in quando sul volto delle spose, e, senza scompor la bellezza, le dà un carattere particolare.

Lucia appare al lettore per la prima volta appena uscita dalle mani della madre, contesa dalle amiche che le fanno forza affinché si lasci vedere. Si va schermendo, facendo scudo alla faccia col gomito, chinandola sul busto. I particolari fisici sono omessi ad esclusione di quei neri sopraccigli che si aggrottano, dell’acconciatura dei capelli, della bocca che si apre al sorriso [8]. L’atto di schermirsi, in definitiva, è quello che la caratterizza per sempre: la sua figura femminile attraversa il romanzo come creatura mai del tutto sondata. I pochi frammenti descrittivi di un personaggio come quello di Lucia sono disseminati lungo l’intero arco narrativo e funzionano come una catena di anafore semantiche [9] che non solo rimandano a Lucia, ma che a Lucia aggiungono sempre qualcosa in più. Alcuni particolari del suo corpo diventano simboli della sua immagine: così nella lontananza Renzo ricorderà Lucia attraverso un particolare del suo corpo (“una treccia nera”, cap. XVII) e la ritroverà nel lazzaretto solo grazie a una effimera traccia somatica (“la voce soave”, cap. XXXVI).

In realtà la personalità di Lucia e la sua visione del mondo non subiscono mutamenti dall’inizio alla fine – a  differenza di Renzo che vive lungo tutto il romanzo un processo di evoluzione psicologica e spirituale. Fiduciosa nella provvidenza divina, serena nell’accettare i patimenti e le prove, Lucia incarna appieno l’ideologia manzoniana. I suoi attributi competono alla sfera etica che caratterizza il suo comportamento: umiltà, dolcezza, amabilità, purezza, lealtà, religiosità. Ed è significativo osservare che questi non hanno quasi per nulla un aggancio psicosomatico, un correlativo oggettivo con il volto e la figura fisica del personaggio. Lucia, “Beatrice dell’età moderna”, come è stata felicemente definita da Giorgio Cavallini [10], realizza perfettamente e fin dall’inizio quel cammino morale e spirituale che altri personaggi, a cominciare da Renzo, compiono progressivamente durante lo svolgimento della vicenda. Se da una parte Manzoni non si sofferma a descrivere la sua modesta bellezza, dall’altra in Lucia vi è una luce, interiore più che esteriore, che si espande nell’ambiente intimo della casa, a contatto con i suoi cari; e oltre a questo cerchio di affetti, Lucia riuscirà a toccare per un attimo il cuore incallito della monaca di Monza e, in maniera determinante, quello dell’Innominato.

Note

[1] Patrizia Magli, Il lavoro narrativo del volto, in Giovanni Manetti (a cura di), Leggere i Promessi Sposi – Analisi semiotiche di Umberto Eco [et alii], Bompiani, Milano, 1999, p. 111.

[2] Ibid., p. 112.

[3] Ibid., p. 113. Cfr. anche Bartolomeo Bellanova, La didattica dell’italiano nel quadro dell’educazione linguistica – Finalità, metodologie e tecniche didattiche, Centro Programmazione Editoriale, Modena, 1994, p. 79: «Il rapporto fra un’immagine e la sua descrizione in parole non è mai biunivoco, nel senso che, se è possibile comunicare con la lingua gli stessi significati, è possibile comunicare attraverso le immagini, il contrario non sempre è vero. Inoltre, immagine e messaggio linguistico esprimono gli stessi contenuti in modi diversi, per cui non si può mai stabilire una corrispondenza precisa tra parola e immagine. D’altra parte i messaggi linguistici sono arbitrari, simbolici, mentre i messaggi iconici sono motivati dal fatto che l’immagine riproduce la forma dell’oggetto: sono cioè analogici».

[4] Patrizia Magli, Il lavoro narrativo del volto, cit., p. 113: «Un personaggio è un’entità semiologica diffusa, difficilmente localizzabile ma non per questo priva di coerenza. È un soggetto accumulativo, ripetuto, modulato. L’effetto-personaggio, in quanto individuazione di identità, è costruito come risultato finale di un certo numero di effetti descrittivi disseminati lungo lo svolgimento sintagmatico del racconto».

[5] Contributo di Tommaso Di Salvo, in Simonetta Damele, Tiziano Franzi, Voltare pagina, Volume A, La narrazione, Loescher, Milano, 2004, p. 354.

[6] Si possono riprendere ad esempio comparativo altri ritratti antologizzatissimi come quello di fra Cristoforo (cap. IV) o della madre di Cecilia (cap. XXXIV), trionfo stucchevole del “ma” secondo la divertente parodia di Domenico Starnone ne La madre di Belinda,  (in Fuori registro, Feltrinelli, Milano, 1991).

[7] Claudio Toscani, Come leggere i Promessi Sposi, Mursia, Milano, 1984, p. 96.

[8] Quasi a chiudere un circolo, il sorriso di Lucia ritorna nella conclusione del romanzo: in occasione delle ultime parole che Lucia, soavemente sorridendo (cap. XXXVIII), pronuncia a Renzo.

[9] Patrizia Magli, Il lavoro narrativo del volto, cit., p. 114.

[10] Giorgio Cavallini, Un filo per giungere al vero. Studi e note su Manzoni, Casa Editrice D’Anna, Biblioteca di Cultura Contemporanea / CLVII, Messina-Firenze, 1993, pp. 126-142.