Alessandro Manzoni non è il vero autore dei “Promessi sposi” (istruzioni per leggere “I promessi sposi”, 1)

Bottega di narrazione - Corsi e laboratori di scrittura creativa

di Giulio Mozzi

Domanda: chi è il vero autore dei Promessi sposi?

Risposta: lo sanno tutti, è Alessandro Manzoni.

La risposta, ahimè, è sbagliata (sul piano finzionale; sul piano reale è giusta, ma il piano reale non ha molta importanza).

* * *

Tutti ricordiamo (perché più o meno tutti, volenti o nolenti, abbiamo letto I promessi sposi) che nella prefazione Manzoni dichiara di aver trovato un manoscritto anonimo secentesco; di averlo letto, trovando assai bella la storia raccontata; di averne iniziata la trascrizione; di essersi presto stufato di ricopiare frasi del tipo

E veramente, considerando che questi nostri climi sijno sotto l’amparo del Re Cattolico nostro Signore, che è quel Sole che mai tramonta, e che sopra di essi, con riflesso Lume, qual Luna giamai calante, risplenda l’Heroe di nobil Prosapia che pro tempore ne tiene le sue parti, e gl’Amplissimi Senatori quali Stelle fisse, e gl’altri…

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La trama dei “Promessi sposi” capitolo per capitolo

Spoiler alert: il titolo dell’articolo che stai per leggere dovrebbe già metterti in guardia. Non è mia intenzione rovinarti il piacere della lettura di questo incredibile romanzo: quindi, se stai leggendo I promessi sposi per tuo diletto o se sei in procinto di farlo, non leggere oltre il qui presente post. Spero che questo abbozzo di trama sia cosa gradita, invece, qualora ti serva per un ripasso e per non perderti nei meandri del racconto che, spesso, nelle antologie è orrendamente decurtato e, per questo, quasi inutile. Purtroppo, e molto probabilmente perché si studia a scuola, questo bel librone è uno dei testi più detestati di sempre… Povero Manzoni!

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  • Cap. 1. 1628. Due bravi di don Rodrigo, signorotto locale, intimano a don Abbondio, curato del paese di ***, nel contado di Lecco, di non celebrare le nozze fra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, di cui don Rodrigo si è invaghito. Don Abbondio promette obbedienza e silenzio. Tragicomico colloquio con la serva Perpetua.
  • Cap. 2. Costretto da Renzo a rivelargli i motivi per cui rifiuta di celebrare il suo matrimonio, don Abbondio si dà per malato e si barrica in casa. Renzo, meditando fantasie di vendetta contro don Rodrigo, si reca a informare Lucia dell’accaduto.
  • Cap. 3. Renzo consulta il dottor Azzecca-garbugli, che rifiuta di aiutarlo, per non mettersi in urto con don Rodrigo.
  • Cap. 4. Si narrano le vicende che hanno trasformato il giovane Lodovico di un tempo, generoso, ma violento e impulsivo, in fra Cristoforo, votato all’espiazione della sua antica colpa, alla difesa dei poveri e degli oppressi.
  • Cap. 5. Informato di quanto è accaduto a Renzo e Lucia, fra Cristoforo si reca a casa di don Rodrigo per parlargli e deve assistere alle fatue conversazioni dei suoi commensali.
  • Cap. 6. Drammatico colloquio tra il frate e don Rodrigo, in seguito al quale padre Cristoforo è cacciato dal castello. Agnese, madre di Lucia, propone ai due giovani di cogliere di sorpresa don Abbondio, costringendolo ad ascoltare alla presenza di due testimoni le formule di rito. Tacitate le resistenze di Lucia, Renzo mette a punto il piano per la notte seguente.
  • Cap. 7. Il racconto del colloquio di fra Cristoforo con don Rodrigo riaccende propositi di vendetta in Renzo, che si placa solo alla promessa di Lucia di acconsentire al matrimonio a sorpresa.
  • Cap. 8. Il matrimonio di sorpresa fallisce per l’inaspettata reazione di don Abbondio; il suono delle campane a martello spaventa e mette in fuga i bravi penetrati in casa di Lucia per rapirla. Padre Cristoforo consiglia ai promessi sposi e ad Agnese di allontanarsi dal paese. I fuggitivi si imbarcano per un domani incerto e sconosciuto.
  • Cap. 9. Giunti a Monza, i fidanzati si separano; Renzo si dirige  Milano e le donne presso il convento della monaca di Monza di cui il Narratore traccia le tormentate vicende.
  • Cap. 10. Continua la storia della monaca di Monza. Nel primo incontro con Lucia l’interesse e la curiosità che Gertrude manifesta per le sue avventure turbano l’innocenza della giovane.
  • Cap. 11. Il conte Attilio, cugino di don Rodrigo, fa intervenire il potente «conte zio» per punire fra Cristoforo della sua audacia. Il paese è in subbuglio per la scomparsa dei tre fuggitivi. Don Rodrigo scopre la destinazione di Lucia. Renzo arriva a Milano durante la rivolta della popolazione per il rincaro del pane ed è attirato dai tumulti che scoppiano un po’ ovunque.
  • Cap. 12. Dopo due anni di raccolto scarso, con l’impegno di approvvigionare l’esercito che combatte a Casale Monferrato, il grano a Milano scarseggia; i provvedimenti contraddittori delle autorità fanno infuriare il popolo, che decide di assaltare i forni; la rivolta si esaspera e porta all’attacco della casa del vicario di provvisione, ritenuto protettore dei fornai.
  • Cap. 13. Renzo è nel pieno del tumulto, davanti alla casa del vicario, quando arriva il gran cancelliere Antonio Ferrer, che il popolo considera con benevolenza: la folla gli lascia spazio e Ferrer porta in salvo il vicario, promettendo di consegnarlo alla giustizia.
  • Cap. 14. Travolto dall’eccitazione della giornata, Renzo prende a inveire contro il malgoverno e le ingiustizie cui la povera gente è soggetta. Condotto da uno sconosciuto a una locanda e stordito dal vino, ricomincia le sue arringhe, assecondato dalla sua guida, un agente in borghese, che gli strappa infine le sue generalità.
  • Cap. 15. Denunciato sia dall’agente che dall’oste, al suo risveglio Renzo è arrestato e condotto in manette fuori dalla locanda.
  • Cap. 16. Liberato dalla folla attirata dalle sue grida, Renzo scappa, risoluto a rifugiarsi nel territorio di Bergamo, presso il cugino Bortolo. Il viaggio è lungo, una sosta in un’osteria di Gorgonzola rivela al giovane di essere ricercato come uno dei capi della rivolta milanese.
  • Cap. 17. Ripreso il cammino verso l’Adda, confine tra il ducato di Milano e la repubblica veneta, Renzo medita sugli avvenimenti trascorsi e si propone per il futuro maggiore prudenza; la sua veglia si popola di ricordi e pensieri. Trasportato da un barcaiolo sulla sponda veneta del fiume, Renzo, finalmente in salvo, riesce a trovare il cugino al quale racconta le sue vicende; Bortolo lo accoglie in casa sua e gli procura un lavoro.
  • Cap. 18. Calmatisi i tumulti di Milano, giunge a Lecco un dispaccio con l’ordine di cattura per Renzo. Don Rodrigo risolve di chiedere aiuto all’Innominato per espugnare il convento di Monza. Lucia e Agnese sono informate della fuga di Renzo da Milano, in seguito a fatti che restano loro oscuri. Per avere notizie più precise, Agnese torna in paese, e non vi trova fra Cristoforo, trasferito dal Padre Provinciale a Rimini.
  • Cap. 19. Il Narratore svela i retroscena del trasferimento di padre Cristoforo, allontanato in ossequio alle richieste fatte dal conte zio al Padre Provinciale. Si mette a fuoco la figura dell’Innominato.
  • Cap. 20. Don Rodrigo, recatosi dall’Innominato, ne ottiene una promessa di aiuto. Con la collaborazione della monaca di Monza, i bravi dell’Innominato rapiscono Lucia e la conducono al castello.
  • Cap. 21. L’incontro don Lucia, la dignità della sua innocenza e delle sue preghiere sconvolgono l’Innominato, che veglia per tutta la notte in preda all’angoscia e al rimorso, tentato anche dall’idea del suicidio. Intanto Lucia, terrorizzata, promette alla Madonna di mantenersi vergine se riuscirà a scampare alla tragica situazione in cui si trova.
  • Cap. 22. Incuriosito dall’arrivo di Federigo Borromeo nelle vicinanze del castello e dalla fama che lo accompagna, l’Innominato decide di recarsi da lui. Il Narratore traccia il ritratto del cardinale e ne racconta la vita, fatta di umiltà, generosità e abnegazione.
  • Cap. 23. Durante l’incontro con il cardinale, soggiogato dalla sua grandezza morale, l’Innominato confessa la propria angoscia e la disperata ansia di redenzione; riceve parole di consolazione e di speranza che fanno maturare il suo pentimento e la decisione di liberare Lucia. Il cardinale comanda a don Abbondio di recarsi con l’Innominato a prendere la giovane per riaccompagnarla poi da lui.
  • Cap. 24. Dopo avere chiesto il suo perdono, l’Innominato affida Lucia a don Abbondio e a una donna del luogo, nella cui casa la giovane è raggiunta dalla madre. Il commosso incontro fra le due donne è interrotto dall’arrivo del cardinale, che si fa raccontare la loro storia. L’Innominato comunica ai suoi bravi il proposito di cambiare la propria vita.
  • Cap. 25. Il cardinale si reca in visita pastorale al paese di Lucia, fa chiamare don Abbondio e ha con lui un colloquio di grande intensità morale sui doveri del sacerdozio e sulle mancanze cui il curato si è lasciato indurre dall’egoismo e dalla paura.
  • Cap. 26. Continua il colloquio del capitolo precedente. Lucia confida alla madre il voto fatto, la incarica di comunicarlo al fidanzato e, su consiglio del cardinale, si reca a Milano, dove sarà ospitata da don Ferrante e donna Prassede. Renzo, per sfuggire alla giustizia, cambia nome e lavoro.
  • Cap. 27. Il Narratore dà alcune notizie sullo svolgimento della guerra del Monferrato. Una lettera fatta scrivere da Agnese informa Renzo, che non vi si rassegna, del voto di Lucia. Si riflette sulla personalità di donna Prassede e su quella di don Ferrante.
  • Cap. 28. Le conseguenze della rivolta di San Martino esasperano la carestia nel milanese. Il cardinale Federigo si prodiga per i poveri rifugiati nella città, dove si muore di fame, mentre sempre nuovi mendicanti continuano ad arrivare dalle campagne. Il tribunale di provvisione decide di riunire tutti i poveri nel Lazzaretto. Il nuovo raccolto sembra porre fine alla carestia. Casale è ceduta ai francesi e i mercenari dell’imperatore (i lanzichenecchi), fra i quali la peste è endemica, scendono nel milanese saccheggiando e devastando.
  • Cap. 29. Agnese, don Abbondio e Perpetua, come molti altri contadini, spaventati dalla violenza dei lanzichenecchi, si dirigono verso il castello dell’Innominato, ormai aperto a tutti i bisognosi, per trovarvi rifugio.
  • Cap. 30. Accolti affettuosamente dall’Innominato, Agnese, don Abbondio e Perpetua restano nel castello fino a che è cessato ogni pericolo e ritornano al paese, che trovano sconvolto dal passaggio dei lanzichenecchi.
  • Cap. 31. Scoppia a Milano la peste, affrontata con inettitudine e approssimazione dai governanti e dal Tribunale della Sanità. Cresce la convinzione che responsabili della sua diffusione siano gli untori.
  • Cap. 32. I Decurioni chiedono e ottengono dal cardinale di organizzare una processione con il corpo di san Carlo, per allontanare la peste da Milano. La processione moltiplica la rapidità del contagio. Si aprono fosse comuni, i monatti invadono la città per raccogliere i cadaveri. Gli ecclesiastici, guidati da Federigo Borromeo, danno prova di coraggio e abnegazione.
  • Cap. 33. Don Rodrigo è colpito dal contagio. Renzo, guarito dalla peste decide di recarsi a Milano a cercare Lucia. Passando dal suo paese, incontra don Abbondio che gli elenca i tanti morti provocati dall’epidemia: anche Perpetua.
  • Cap. 34. Renzo arriva in una Milano sconvolta dalla peste e dalla paura degli untori; fra tante cose turpi assiste alla scena della madre di Cecilia; alla casa di donna Prassede, gli dicono che Lucia si trova al Lazzaretto; preso per un untore, si salva saltando su un carro dei monatti, carico di cadaveri.
  • Cap. 35. Giunto al Lazzaretto, Renzo si imbatte in fra Cristoforo, malato ma sempre attivo nel servizio dei più bisognosi, che lo conduce al capezzale di don Rodrigo morente e gli impone di perdonarlo.
  • Cap. 36. Trovata finalmente Lucia, Renzo la convince a raccontare a padre Cristoforo le vicende legate al suo voto. Dopo averla ascoltata, il frate scioglie la giovane dalla promessa fatta, benedice i due fidanzati e affida Lucia alla vedova che stava curando, mentre Renzo si appresta a ripartire per il paese.
  • Cap. 37. La pioggia tanto attesa pone termine all’epidemia. Renzo, ritrovata Agnese sana e salva, si reca da Bortolo per organizzare il proprio futuro e torna poi al paese ad aspettare Lucia che, intanto, uscita con la vedova dal Lazzaretto, viene a conoscenza della morte di fra Cristoforo, di don Ferrante e di donna Prassede, e del pentimento della monaca di Monza.
  • Cap. 38. Lucia arriva al paese con la vedova, ma don Abbondio solo dopo essere stato assicurato della morte di don Rodrigo accetta di celebrare il matrimonio dei due giovani. Il successore di don Rodrigo acquista ad altissimo prezzo, per aiutarli, le povere proprietà di Renzo e di Lucia, decisi a trasferirsi nel bergamasco, e si incarica di far cancellare l’ordine di cattura che ancora pesa su Renzo. Renzo e Lucia, finalmente sposati, si sistemano con Agnese alle porte di Bergamo.

Ed arrivati a questo punto, per svagarsi un po’…

E con questa, per veri intenditori, vi saluto, ciao!

Velocità: tempo della storia e tempo del racconto

Ernest Hemingway Collection. John F. Kennedy Presidential Library and Museum, Boston.
Ernest Hemingway Collection. John F. Kennedy Presidential Library and Museum, Boston

Sotto l’egida di Papa Hemingway cercherò di spiegare il concetto di velocità in un testo narrativo.

Come in un articolo precedente (vedi), chiarisco subito l’uso che faccio di due termini basilari: la forma che assume un testo narrativo verrà chiamata d’ora in poi RACCONTO, mentre il contenuto verrà chiamato STORIA.

«Ci sono romanzi» dice Umberto Eco «che respirano come gazzelle e altri che respirano come balene, o elefanti»: questo respiro dipende dalla complessa organizzazione della “macchina” del tempo del RACCONTO, ed in particolare della velocità (o durata, sottocategoria del tempo secondo lo strutturalista Genette), che condiziona il ritmo della lettura.

Soffermiamoci dunque ad analizzare la velocità nel RACCONTO. È come se il narratore disponesse del telecomando di un lettore dvd e stabilisse quando usare il tasto play o quando mettere l’immagine in pausa (magari per soffermarsi sulla descrizione di un volto o per giudicare o commentare qualcosa),  quando andare veloce o quando saltare in avanti (magari per risparmiarci una parte noiosa). Immaginiamolo proprio questo telecomando. In particolare visualizziamo questi quattro tasti che ci saranno utili relativamente a quanto dirò fra poco.

Play
Play
FFWD
Pause
Pause
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Skip

Un evento ‘vissuto’, di solito, comporta un’estensione temporale diversa rispetto a quella dei fatti quando questi sono raccontati: l’arco di tempo reale degli avvenimenti, voglio dire, non corrisponde quasi mai al tempo che tali avvenimenti hanno nella narrazione (o viceversa, se vuoi).

Il narratore opera sempre una selezione degli avvenimenti, tacendo o sintetizzando quelli scarsamente significativi, descrivendo o ampliando in altro modo quelli più importanti. Gli eventi narrati, generalmente, non hanno la stessa durata nella vicenda: nella narrazione il trascorrere di anni può essere condensato in poche righe o, per assurdo, lo spazio di qualche minuto può essere dilatato tanto da occupare molte pagine.

Pragmaticamente, noi misuriamo il tempo in minuti, ore, giorni, mesi, anni; mentre la durata del tempo della narrazione corrisponde alla lunghezza (in righe, paragrafi, capitoli) del testo narrativo, che determina poi la durata del tempo della lettura… Con questi due parametri possiamo dire che il tempo della STORIA, dunque, è in relazione con la durata reale dei fatti narrati, mentre il tempo del RACCONTO si collega alla durata che gli avvenimenti occupano sulla pagina.

Se si incontra una concordanza tra il tempo impiegato a narrare gli eventi e il tempo in cui tali eventi accadono possiamo parlare di isocronia:

tS/tR = 1

se invece il tempo impiegato a narrare gli eventi non coincide con il tempo in cui essi accadono possiamo parlare di anisocronia:

tS/tR ≠ 1

L’effetto dell’isocronia è evidente nei dialoghi: tale situazione si chiama scena (tS = tR). Il tempo della STORIA è approssimativamente uguale al tempo del RACCONTO, cioè al periodo che sarebbe stato richiesto nel mondo reale per un’azione analoga.

L’effetto dell’anisocronia prevede invece tre diverse tipologie:

  • il sommario: il tempo della STORIA è più veloce della durata del RACCONTO (tS > tR); il narratore cioè accelera il ritmo del racconto sintetizzando certi avvenimenti sui quali non ritiene necessario soffermarsi, ma la cui conoscenza giudica utile per il lettore ai fini della comprensione globale del discorso;
  • la pausa: il tempo della STORIA si ferma (tS <∞ tR); una parte del testo non trova corrispondenza nel tempo della STORIA (di solito questa parte è occupata da descrizioni o digressioni narratoriali che determinano stasi o rallentamento nell’azione);
  • l’ellissi: il tempo della STORIA è velocissimo, mentre la durata del RACCONTO tende a zero (tS ∞> tR); il narratore omette completamente uno o più eventi perché non necessari ai fini della comprensione del testo.

NB: il simbolo <∞ e il suo opposto ∞> designano, rispettivamente, ‘infinitamente più piccolo‘ e ‘infinitamente più grande‘.

Per approfondire fornisco una bibliografia più che essenziale:

  • Umberto Eco, Sei passeggiate nei boschi narrativi, Bompiani, 1994.
  • Gérard Genette, Figure III. Discorso del racconto, Einaudi, 1976, pp. 135-161.
  • Ugo Volli, Narrazione, in Il nuovo libro della comunicazione, il Saggiatore, 2007, pp. 158-178.

Ordine: tempo della storia e tempo del racconto

Copertina dell'edizione tascabile degli Exercises de style di Raymond Queneau (Èditions Gallimard, Paris)
Copertina dell’edizione tascabile degli Exercises de style di Raymond Queneau (Èditions Gallimard, Paris)

Premessa terminologica: la forma che assume un testo narrativo verrà chiamata RACCONTO, mentre il contenuto verrà chiamato STORIA.

Il tempo della STORIA è determinato da una struttura cronologico-causale; lo possiamo immaginare come una retta nella quale si collocano le azioni narrate.

=== 1. === 2. === 3. ============= 4. === 5. ==⇒

Il tempo del RACCONTO rappresenta il modo in cui la STORIA viene raccontata, con salti, rallentamenti, anticipazioni, flash back. È quello che alcuni chiamano intreccio (mentre la STORIA viene intesa come fabula).

Nulla vieta che i due ordini, nei casi più semplici, coincidano:

tS = tR

(ovvero, per i logico-matematici: tS / tR = k)

Avremo così un testo narrativo con un RACCONTO CRONOLOGICO, superlineare, come l’esempio della retta di cui sopra.

Talvolta, invece, il RACCONTO è più complesso e più ricco della STORIA e rispetto ad essa è modificato da spostamenti in avanti, inversioni, salti, ecc. Quindi tempo della STORIA e tempo del RACCONTO non coincidono:

tS ≠ tR

(ovverosia, sempre per i logico-matematici: tS / tR ≠ k).

Avremo così un testo narrativo con un RACCONTO ANACRONICO, nel quale compaiono due figure particolarmente importanti. Si tratta di quei salti o sguardi all’indietro (ricordi, spiegazioni, flash back) chiamati analessi o in avanti (previsioni, anticipazioni) chiamati prolessi.

Sembra qualcosa di molto complicato, ma in realtà noi stessi, raccontando un qualsiasi avvenimento che ci è capitato, possiamo fare uso di analessi e di prolessi. Ce lo ricorda Umberto Eco in un suo famoso saggio:

Accade anche quando qualcuno ci racconta un fatto qualsiasi: “Senti questa, ieri ho incontrato Piero, forse ti ricordi, è quello che due anni fa andava a correre tutte le mattine (analessi). Bene, era pallido, e ti dirò che ho capito solo dopo il perché (prolessi), e mi dice – ah, avevo scordato di dirti che quando l’ho visto stava uscendo da un bar, ed erano solo le dieci di mattina, capisci (analessi) – dunque Piero mi dice che – mio Dio, ti sfido a indovinare che cosa mi ha detto (prolessi) –  dunque mi dice che…” (Umberto Eco, Sei passeggiate nei boschi narrativi, Bompiani, Milano, 1994).

Non c’è due senza tre, così, accanto a RACCONTO CRONOLOGICO e RACCONTO ANACRONICO possiamo trovare, eccezionalmente, il RACCONTO ANTICRONOLOGICO dove tR (ormai dovresti afferrare al volo ciò che intendo) non solo non coincide, ma è del tutto ribaltato rispetto a tS. In questo caso gli esempi in letteratura sono pochi e si tratta quasi sempre di sperimentazioni di scrittura creativa. Te ne propongo uno classico: si trova negli Esercizi di stile di Raymond Queneau (la stessa STORIA è raccontata seguendo un ordine superlineare – in Notazioni – e ribaltato – in Retrogrado)

Notazioni

Sulla S, in un’ora di traffico. Un tipo di circa ventisei anni, cappello floscio con una cordicella al posto del nastro, collo troppo lungo, come se glielo avessero tirato. La gente scende. Il tizio in questione si arrabbia con un vicino. Gli rimprovera di spingerlo ogni volta che passa qualcuno. Tono lamentoso, con pretese di cattiveria. Non appena vede un posto libero, vi si butta. Due ore più tardi lo incontro alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint-Lazare. È con un amico che gli dice: «Dovresti far mettere un bottone in più al soprabito». Gli fa vedere dove (alla sciancratura) e perché.

Retrogrado

Dovresti aggiungere un bottone al soprabito, gli disse l’amico. L’incontrai in mezzo alla Cour de Rome, dopo averlo lasciato mentre si precipitava avidamente su di un posto a sedere. Aveva appena finito di protestare per la spinta di un altro viaggiatore che, secondo lui, lo urtava ogni qualvolta scendeva qualcuno. Questo scarnificato giovanotto era latore di un cappello ridicolo. Avveniva sulla piattaforma di un S sovraffollato, di mezzogiorno. (Raymond Queneau, Esercizi di stile, Einaudi, Torino, 1983).

Un altro esempio anticronologico, filmico questa volta:

Il punk di Monza

Quello che stai per leggere è un laboratorio sulla descrizione che ho svolto in classe e che ho ripreso con poche modifiche da un sito di didattica (http://www.atuttascuola.it/scuola/descrizione/indice.htm).

Laboratorio sulla descrizione

lisander

Imparare a scrivere un testo descrittivo è come imparare l’abc della scrittura. Anche quando impareremo a fare testi molto complessi, ci capiterà di dover descrivere qualcosa, e lì sarà importante avere fatto degli esercizi per consolidare questa abilità. Cosa fanno fare infatti gli insegnanti di disegno fra i primi esercizi per imparare a disegnare? Mettono un oggetto sulla cattedra e dicono agli alunni: disegnatelo! E cos’è, in fondo, una descrizione, se non un ritratto di una cosa, di una persona, o di un luogo?

Tieni presente che, per continuare l’esempio dell’insegnante di disegno di prima, spesso per imparare a disegnare occorre copiare, o prendere spunto da qualche grande artista, o addirittura usare il proprio foglio in trasparenza e ricalcare l’originale che è posto sotto. Sono tutti ottimi metodi per imparare a disegnare, rubando i segreti da coloro che sanno già realizzare opere d’arte. Allo stesso modo è possibile utilizzare l’originale di un autore, magari poi modificandolo in parte minima per adattarlo al nostro scopo comunicativo. Qui di seguito c’è un esercizio di descrizione in cui si tratterà sostanzialmente di “rifare” l’originale (si tratta di una descrizione, è bene notarlo, che usa il procedimento dall’alto verso il basso).

 

LA MONACA DI MONZA

Virginia-Maria-de-LeyvaIl suo aspetto, che poteva dimostrar venticinque anni, faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta. Un velo nero, sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, cadeva dalle due parti, discosto alquanto dal viso; sotto il velo, una bianchissima benda di lino cingeva, fino al mezzo, una fronte di diversa, ma non di inferiore bianchezza; un’altra benda a pieghe circondava il viso, e terminava sotto il mento in un soggolo, che si stendeva alquanto sul petto, a coprire lo scollo d’un nero saio. Ma quella fronte si raggrinzava spesso, come per una contrazione dolorosa; e allora due sopraccigli neri si ravvicinavano, con un rapido movimento. Due occhi, neri neri anch’essi, si fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba; talora si chinavano in fretta, come per cercare un nascondiglio; in certi momenti, un attento osservatore avrebbe argomentato che chiedessero affetto, corrispondenza, pietà; altre volte avrebbe creduto coglierci la rivelazione istantanea d’un odio inveterato e compresso, un non so che di minaccioso e di feroce: quando restavano immobili e fissi senza attenzione, chi ci avrebbe immaginata una svogliatezza orgogliosa, chi avrebbe potuto sospettarci il travaglio di un pensiero nascosto, d’una preoccupazione familiare all’animo, e più forte su quello che gli oggetti circostanti. Le gote pallidissime scendevano con un contorno delicato e grazioso, ma alterato e reso mancante da una lenta estenuazione. Le labbra, quantunque appena tinte d’un roseo sbiadito, pure spiccavano in quel pallore: i loro moti erano, come quelli degli occhi, subitanei, vivi, pieni d’espressione e di mistero. La grandezza ben formata della persona scompariva in un certo abbandono del portamento, o compariva sfigurata in certe mosse repentine, irregolari e troppo risolute per una donna, nonché per una monaca. Nel vestire stesso c’era qua e là qualcosa di studiato e di negletto, che annunziava una monaca singolare: la vita era attillata con una certa cura secolaresca e dalla benda usciva sur una tempia una ciocchettina di neri capelli; cosa che dimostrava o dimenticanza o disprezzo della regola, che prescriveva di tenerli sempre corti, da quando erano stati tagliati, nella cerimonia solenne del vestimento.

Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, cap.IX

Esercizio:

Sostituisci alla Monaca un altro soggetto scegliendolo fra quelli indicati qui di seguito, mantenendo le scelte di Manzoni:

  1. Marinaio
  2. Giovane punk
  3. Tramviere
  4. Carabiniere in alta uniforme
  5. Motociclista in viaggio verso le vacanze
  6. Militare americano in tenuta da combattimento

Esempio 1:

IL PUNK DI MONZA

punk-fashion--large-msg-134894697785Il suo aspetto, che poteva dimostrare venticinque anni, faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta. Un cappello nero, sospeso orizzontalmente sulla testa, cadeva da una parte, discosto alquanto dal viso; sotto il cappello, una fascia nera cingeva, fino al mezzo, una fronte di diversa, ma non d’inferiore cupezza; un alto colletto nero circondava il collo, e una catena a mo’ di collana, si stendeva alquanto sul petto, a coprire lo scollo della giacca in pelle di un nero sporco. Ma quella fronte si raggrinzava spesso, come per una contrazione dolorosa; e allora due sopraccigli neri si ravvicinavano, con un rapido movimento. Due occhi, neri neri anch’essi, si fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba; talora si chinavano in fretta, come per cercare un nascondiglio; in certi momenti, un attento osservatore avrebbe argomentato che chiedessero affetto, corrispondenza, pietà; altre volte avrebbe creduto coglierci la rivelazione istantanea d’un odio inveterato e compresso, un non so che di minaccioso e di feroce: quando restavano immobili e fissi senza attenzione, chi ci avrebbe immaginato una svogliatezza orgogliosa, chi avrebbe potuto sospettarci il travaglio di un pensiero nascosto, d’una preoccupazione familiare all’animo, e più forte su quello che gli oggetti circostanti. Le gote pallidissime scendevano con un contorno marcato e spigoloso, alterato e reso mancante da una lenta estenuazione. Le labbra, quantunque appena tinte d’un roseo sbiadito, pure spiccavano in quel pallore: i loro moti erano, come quelli degli occhi, subitanei, vivi, pieni d’espressione e di mistero. La grandezza ben formata della persona scompariva in un certo abbandono del portamento, o compariva sfigurata in certe mosse repentine, irregolari e troppo risolute. Nel vestire stesso c’era qua e là qualcosa di studiato e di negletto, che annunziava un classico punk: jeans stracciati, scarponi neri allacciati larghi e dal cappello usciva sur una tempia una ciocchettina di verdi capelli; cosa che dimostrava o dimenticanza o disprezzo della regola.

(dal compito di italiano di Amedeo G., classe prima, anno scolastico 2000-01)

 Esempio 2:

IL MARINAIO DI MONZA

Brianbarry_Corto-MalteseIl suo aspetto, che poteva dimostrare venticinque anni, faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma di una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta. Un cappello blu e bianco, con un’ancora d’argento attaccata sul davanti, sospeso orizzontalmente sulla testa, cadeva da una parte, discosto alquanto dal viso; sotto il cappello una fascia blu cingeva, fino al mezzo, una fronte di diversa, ma non di inferiore cupezza; una collana hawaiana e una catena di denti di squalo si stendevano alquanto sul petto, a coprire lo scollo della sottile maglietta di cotone a righe bianche e rosse, che evidenziava la muscolatura delle braccia e da cui usciva la peluria a ciuffetti. Ma quella fronte si raggrinzava spesso, come per una contrazione dolorosa; e allora due sopraccigli neri si ravvicinavano con un rapido movimento. Due occhi, neri neri anch’essi, si fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba; talora si chinavano in fretta come per cercare un nascondiglio; in certi momenti, un attento osservatore avrebbe argomentato che chiedessero affetto, corrispondenza, pietà; altre volte avrebbe creduto coglierci la rivelazione istantanea di un odio inveterato e compresso, un non so che di minaccioso e di feroce: quando restavano immobili e fissi senza attenzione, chi ci avrebbe immaginato una svogliatezza orgogliosa, chi avrebbe potuto sospettarci il travaglio di un pensiero nascosto, d’una preoccupazione familiare all’animo, e più forte su quello che gli oggetti circostanti. Le gote abbronzate dal sole erano piene paffute, con a tratti qualche bruciatura, e ricoperte di una barbetta nera sottile. Le labbra rosee erano nascoste dai baffi folti e neri anch’essi: i loro moti erano, come quelli degli occhi, subitanei, vivi, pieni d’espressione e di mistero. La grandezza ben formata della persona scompariva in un certo abbandono del portamento, o compariva sfigurata in certe mosse repentine, irregolari e troppo risolute. Nel vestire stesso c’era qua e là qualcosa di studiato e di negletto, che annunziava un classico marinaio: pantaloni blu a tratti sbiaditi per gli spruzzi di acqua salata, scarponi neri, massicci e dal cappello usciva sur una tempia una ciocchettina di neri capelli; cosa che dimostrava la semplicità e la spontaneità di quell’uomo.

(Francesca, classe terza, anno scolastico 2013-14)

Come fare una scheda di lettura

Illustrazione di Quentin Blake per il romanzo "Matilde" di Roald Dahl
Illustrazione di Quentin Blake per il romanzo “Matilde” di Roald Dahl

Come promesso ai miei studenti, fornisco qui di seguito lo schema per fare una scheda di lettura:

Dati bibliografici

Autore:

Titolo (eventuale sottotitolo, titolo originale se il romanzo è tradotto):

Editore, luogo, data di pubblicazione:

Genere narrativo:

Trama: breve riassunto della trama del romanzo

Temiquali temi affronta il romanzo? Il titolo e l’eventuale sottotitolo forniscono qualche informazione utile alla comprensione dei temi trattati? Li ritieni temi interessanti? Perché? Quale episodio ti è rimasto particolarmente impresso? Per quale motivo?

Personaggi: quali sono i personaggi principali? Quali sono gli aspetti più rilevanti del loro carattere? Cosa rappresentano? Nel corso della narrazione il loro carattere rimane uguale (personaggi statici) oppure subisce un’evoluzione (personaggi dinamici)?

Spazio: dove si svolge l’azione? Si tratta di luoghi reali o fantastici? Rispecchiano i sentimenti dei personaggi? Hanno una funzione simbolica?

Tempo: la vicenda si svolge nel passato, nel presente o nel futuro? È indicata una precisa epoca storica? Ci sono comunque nel testo elementi che consentono di stabilirla? Di quali elementi si tratta? La narrazione procede in ordine cronologico? Ci sono analessi e/o prolessi significative?

Narratore: chi racconta la storia? Il narratore rimane sempre lo stesso o cambia?

Stile: la vicenda è narrata con ritmo incalzante o lento? Il linguaggio e la sintassi sono semplici o complessi?

Valutazione personale: il romanzo ti è piaciuto? Perché? Ne consiglieresti la lettura? Perché?

Su internet si trovano molti suggerimenti su come preparare una buona recensione, corretta, completa e accattivante; questi sono solo alcuni fra i tanti che vi posso consigliare: