L’età moderna

Non c’è pieno accordo fra gli studiosi sulla data d’inizio dell’Età moderna e sulla sua fine.

Alcuni (i più) scelgono come avvenimento di passaggio fra Medioevo e Età Moderna la scoperta dell’America, che dà inizio all’espansione europea nel mondo. Altri indicano la data del 1453, l’anno in cui i Turchi Ottomani, conquistando Costantinopoli, decretano la caduta dell’impero romano d’oriente.

Quanto alla fine dell’epoca, tradizionalmente essa viene collocata negli ultimi decenni del Settecento, quando due grandi rivoluzioni, quella americana e quella francese, annunciano l’Età contemporanea: altri la spostano più avanti, all’Ottocento e anche oltre.

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I principali fenomeni storici che segnano il passaggio dal Medioevo all’Età moderna sono:

  • Il risveglio artistico e culturale dell’UMANESIMO E DEL RINASCIMENTO che valorizza l’uomo e le sue capacità, favorendo lo sviluppo di una cultura laica (indipendente dalla religione) basata sull’osservazione diretta della natura. Tale rinnovamento culturale proseguirà nel Seicento con la rivoluzione scientifica e si concluderà nel Settecento con il movimento illuminista.
  •  L’INVENZIONE DELLA STAMPA (che permise una maggiore diffusione della cultura) E L’AFFERMAZIONE DELL’ARTIGLIERIA (che cambiò completamente il modo di fare la guerra).
  • Le SCOPERTE GEOGRAFICHE che portarono ad una nuova concezione del mondo ed ebbero pesanti ricadute sui commerci e sulle economie degli Stati europei. Alla fase delle esplorazioni geografiche fa seguito la conquista: nel Seicento l’Europa possiede colonie in tutti i continenti (tranne nell’Oceania che è ancora sconosciuta).
  • La RIFORMA e la Controriforma, che posero fine all’unità del mondo cristiano occidentale che aveva caratterizzato il Medioevo (per tutto il Medioevo l’Europa occidentale è cattolica e sottomessa all’autorità del papa, ma nel 1517 il monaco tedesco Martin Lutero, si ribella alla Chiesa di Roma e dà inizio alla Riforma protestante, che spezza l’unità religiosa europea);
  • L’affermazione dello STATO MODERNO, basato sui concetti di:
    • territorio = le monarchie, impadronendosi dei feudi aristocratici ed espellendo dal territorio eventuali genti straniere, arrivano ad impadronirsi di un territorio considerevole abitato da una popolazione omogenea per lingua e tradizioni;
    • sovranità = la monarchia acquista il potere di imporre la propria autorità e le proprie decisioni a tutti i sudditi che vivono all’interno del territorio dello Stato (nel Medioevo, invece, i vassalli godevano di grandi autonomie rispetto al sovrano);
    • burocrazia = la monarchia crea un sistema di funzionari (amministratori, esattori delle imposte, giudici), che sono nominati dal re e rispondono del loro operato solo al re (nel Medioevo, invece, il sovrano concedeva parte del proprio territorio a dei vassalli che lo amministravano come se fosse di loro proprietà);
    • sistema fiscale = la monarchia riscuote le tasse da tutti i sudditi (nel Medioevo, invece, alcune città, i vassalli e il clero erano esentati dai tributi);
    • esercito nazionale = la monarchia, grazie alle tasse regolarmente versate dai sudditi, crea un esercito proprio (nel Medioevo, invece, i feudatari organizzano eserciti che mettono al servizio del re in caso di necessità).

In Inghilterra, nel Seicento, lo stato moderno assume la forma di monarchia costituzionale (i poteri del re sono limitati da una costituzione). Altrove invece, in Europa, dominano le monarchie assolute (tutto il potere spetta al re). A poco a poco, però, si fa strada l’idea che la libertà è un diritto naturale, che i re non regnano per volontà di Dio e che la sovranità risiede nel popolo. Sul finire del Settecento queste idee alimentano la rivoluzione americana e quella francese e, nel secolo successivo, promuovono le lotte per l’unità e l’indipendenza che portano alla nascita degli stati-nazione.

Abbiamo parlato di storia moderna in questi post:

Appunti sulla Resistenza

Quella che segue è una rielaborazione di appunti a partire dal testo di Paolo Viola, Storia moderna e contemporanea, Volume quarto, Il Novecento, Einaudi, Torino, 2000, pp. 182-241.

Caduta del fascismo e armistizio

Italia, 1943. La popolazione civile in Italia si distaccava sempre di più dal regime fascista e dalla sua guerra. Le città erano martellate dai bombardamenti alleati. La guerra sempre più disastrosa in Francia, in Grecia, in Africa, in Russia, seminava lutti che apparivano, a differenza di quelli della prima guerra mondiale, inutili e ingiustificati. Ogni famiglia aveva i suoi soldati persi in paesi lontani: morti o prigionieri.

I gravissimi costi umani contrastavano penosamente con le parole tronfie del regime. «Spezzeremo le reni della Grecia» aveva detto Mussolini nel 1940; e di fronte allo sbarco angloamericano in Sicilia aveva dato ordine di «congelare il nemico sulla linea del bagnasciuga». Ma l’esercito italiano era incapace di opporre resistenza (ad esempio con forze numericamente sei volte inferiori a quelle alleate pronte allo sbarco).

Il consenso di massa si era sgretolato con il progressivo manifestarsi della sconfitta. Nel marzo 1943 gli operai di Torino e Milano proclamarono lo sciopero generale, sfidando la repressione militare di un paese in guerra. Gli industriali, d’altra parte, non trovavano più alcuna convenienza ad appoggiare un potere che portava il Paese alla disfatta. Il Vaticano si distanziava da una complicità politica che rischiava di coinvolgere la Chiesa cattolica nel disastro del fascismo. Anche la monarchia cercava una soluzione che salvasse la continuità della corona e dell’esercito.

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Prima pagina del Corriere della Sera con l’annuncio della caduta di Mussolini

Si poteva cercare di liquidare Mussolini mantenendo però i fascisti moderati al potere. Oppure far cadere l’intero regime e chiamare a governare i partiti antifascisti. Prevalse una soluzione intermedia, quella di un «governo tecnico». Pochi giorni dopo lo sbarco in Sicilia, il 25 luglio 1943, fu presentato al Gran consiglio del fascismo un odg per la deposizione di Mussolini: iniziativa approvata con 19 voti a favore, 7 contrari e un astenuto. Il re predispose la sostituzione del duce che fu arrestato nella notte. Al potere fu chiamato non un politico, bensì il maresciallo Pietro Badoglio.

La gente esultava nelle strade e nelle piazze. Sembrava finita la guerra e rovesciata definitivamente la dittatura. Non era così, e il peggio doveva ancora arrivare; ma per il momento una grande ventata di speranza percorse il Paese. I partiti antifascisti, che avevano cercato di sopravvivere nella clandestinità, cominciarono ad uscire allo scoperto, chiedendo un impegno dell’Italia a fianco degli alleati.

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Il Corriere della Sera riporta il testo dell’armistizio di Badoglio con il generale Eisenhower

Tuttavia il fascismo non era ancora finito. Il governo non voleva allarmare la Germania, sebbene avesse avviato in segreto trattative con gli angloamericani per l’armistizio. I tedeschi concentrarono in Italia un esercito di occupazione. In breve si arrivò all’8 settembre, data dell’armistizio col quale l’Italia cambiava schieramento, diventando «cobelligerante»: cioè faceva la guerra insieme con gli angloamericani contro i tedeschi.

 

Lo stesso 8 settembre, il re e Badoglio scapparono da Roma e si misero sotto la protezione degli alleati che negli stessi giorni sbarcavano a Salerno e occupavano l’Italia del sud. Quasi contemporaneamente un commando tedesco riusciva a liberare Mussolini detenuto in una località segreta del Gran Sasso, in Abruzzo. Fu portato in Germania, per essere utilizzato come capo di un governo fantoccio da organizzare nell’Italia del nord. L’Italia si spaccava in due per un anno e mezzo.

L’unità della nazione ottenuta col sangue delle guerre risorgimentali, l’identità stessa degli italiani dovevano essere ricostruite, rifondate. Da che parte stava l’Italia? Per che cosa si stava facendo la guerra? Il regime era in sfacelo. Il re e il governo scappati. L’esercito allo sbando. I soldati cercavano di tornare a casa in qualunque modo. Al Sud c’era l’esercito angloamericano, al nord quello tedesco.

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Prima pagina dell’Unità, 30 settembre 1943

La Resistenza e la Repubblica di Salò

Pochissimi furono i reparti militari che si schierarono contro l’ex-alleato tedesco, prendendo sul serio la cobelligeranza. Fra questi alcuni di stanza a Roma. A Cefalonia. Ma la grande maggioranza si sbandò e centinaia di migliaia di ragazzi si avviarono verso casa.

In Piemonte alcune unità si diedero alla guerriglia. In tutta l’Italia settentrionale molti soldati sbandati furono intercettati da militanti antifascisti, che li portarono in montagna e cominciarono ad organizzare bande di resistenti. A questi si unirono i volontari antifascisti: operai, intellettuali, contadini. Nacquero così le unità combattenti della Resistenza, e i Comitati di Liberazione Nazionale che cominciarono a rieducare alla politica un Paese soffocato da vent’anni di dittatura. I partigiani formarono il Corpo dei Volontari della Libertà, alla cui testa era il Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia, a sua volta in contatto con il CLN nazionale che operava politicamente nell’Italia del Sud sotto controllo alleato.

Senza l’appoggio della popolazione, le bande partigiane non avrebbero certo potuto combattere contro i tedeschi, e se riuscirono a combattere, e poi a vincere, lo dovettero al grande effetto moltiplicatore di forze che avevano avuto la caduta del fascismo e la speranza della pace.

I partigiani furono inquadrati nelle Brigate Garibaldi, comuniste; in Giustizia e Libertà, sinistra democratica; nelle Brigate Matteotti, socialiste; ma erano numerosi anche i cattolici e gli autonomi. Nelle città operavano i GAP (Gruppi di Azione Patriottica) che forse rischiavano la vita ancora di più dei partigiani in montagna, e vivevano in assoluta clandestinità.

Sotto l’occupazione tedesca, alla fine di settembre 1943 nacque nell’Italia settentrionale la Repubblica Sociale Italiana, diretta da Mussolini, con capitale a Salò, sul Garda. Tornarono le camicie nere: chiamati alle armi, ma anche volontari. In migliaia, soprattutto giovanissimi, si arruolarono liberamente. Fu un ritorno di fiamma del fascismo delle origini, motivato dal presunto riscatto di un onore nazionale calpestato dal «tradimento» del 25 luglio e dell’8 settembre. La Repubblica di Salò fu una pura facciata di un regime tragicamente feroce, asservito alle SS peggio del governo collaborazionista di Vichy.

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La Resistenza fu una guerra patriottica per la libertà e la democrazia, che riprendeva la tradizione repubblicana e risorgimentale, e la portava a compimento. Pur nei suoi squilibri regionali, la Resistenza era una rivoluzione nazionale e democratica che poneva le basi di una coscienza nazionale popolare e di istituzioni politiche rinnovate. Anche molte donne furono coinvolte nella lotta armata, soprattutto per assicurare i contatti fra i comandi e le unità.

La Resistenza fu anche una guerra di classe: fu l’occasione per fare quella rivoluzione socialista che nel biennio rosso era stata sconfitta dal fascismo montante. Partigiani comunisti, ma anche socialisti, cattolici e i democratici di GL pensavano che dopo la vittoria l’Italia sarebbe stata un paese governato dai lavoratori. Era questo l’aspetto che impensieriva maggiormente gli alleati angloamericani.

La Resistenza fu anche una guerra civile: e come in ogni guerra civile entrambe le parti usarono forme spicce di violenza. Ma i nazifascisti furono incomparabilmente più feroci: la loro fu una politica del terrore sistematico; nazifascista fu la volontà indiscriminata di annientamento della popolazione civile accusata di viltà e razzialmente disprezzata. La deportazione di ebrei e di giovani validi, i massacri di civili inermi perpetrati dai tedeschi con la complicità dei repubblichini testimoniarono la vera e propria orgia di morte e distruzione che si impadronì dei nazifascisti.

La Resistenza si rafforzava con questi orrori. Più i nazifascisti si abbandonavano alla barbarie, più il sostegno popolare della lotta partigiana aumentava. Nel secondo inverno della Resistenza, 1944-45, tedeschi e repubblichini erano ormai come una belva ferita che seminava morte, mentre una larga maggioranza popolare si formò per sostenere il riscatto nazionale contro il fascismo.

La liberazione

All’inizio del 1944 era ormai chiaro che i tedeschi avrebbero perso la guerra. Gli alleati sfondarono il fronte italiano fra Napoli e Roma nella primavera e liberarono Roma il 4 giugno, due giorni prima dello sbarco in Normandia. Nella stessa estate del ’44 gli alleati liberavano la Toscana e portavano il fronte alla cosiddetta «linea gotica», lungo l’Appennino tosco-emiliano dove si stabilizzò per tutto l’inverno.

Nelle città italiane sventrate dai bombardamenti i liberatori entravano accolti dalla popolazione con vere e proprie esplosioni di gioia. Portavano la pace e la libertà, cibo e soldi; i bambini si arrampicavano sui carri armati e ricevevano dolci, sigarette americane. Ma il tessuto sociale era drammaticamente lacerato. Parte della popolazione aveva collaborato coi tedeschi, un’altra parte aveva appoggiato la Resistenza: gli episodi di giustizia sommaria si moltiplicarono a migliaia.

Nelle città dell’Italia settentrionale il giorno della liberazione fu il 25 aprile 1945. Gli alleati, sfondata la «linea gotica», avanzavano nella pianura padana. Le formazioni partigiane diedero allora l’assalto decisivo alle città ed entrarono a Torino e Milano, riuscendo in molti casi a salvare gli impianti industriali (a Genova il porto) prima che i tedeschi potessero farli saltare. Era un evento di grande valenza simbolica: i partigiani, lavoratori in armi, avevano salvato le fabbriche che la classe dirigente borghese aveva portato allo sfacelo, affidandole ai fascisti e ai tedeschi, che ora le distruggevano in fuga. Mai come allora la classe operaia si era presentata con le carte altrettanto in regola per diventare la classe dirigente del paese.

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Copertina della rivista settimanale Tempo, con una fotografia di Federico Patellani divenuta celebre.

Il 2 giugno dell’anno successivo gli italiani si espressero con un referendum a suffragio universale (comprese le donne, che votavano per la prima volta in una consultazione politica nazionale) in favore della nascita della Repubblica. Quello stesso giorno nacque l’Assemblea Costituente che nei due anni successivi compose i 139 articoli della Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948.

 

Piero Calamandrei, parlando della carta costituzionale, disse in un famoso discorso diretto ai giovani:

Dietro a ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. […] Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione.

Piero Calamandrei, Discorso agli studenti sulla Costituzione Italiana, Milano, 26 gennaio 1955.

Totalitarismi #2: L’Italia dal dopoguerra al fascismo

La crisi del dopoguerra

L’Italia aveva vinto la Prima guerra mondiale, ma molti erano i problemi da affrontare: disoccupazione, aumento dei prezzi, indebitamento dello Stato.

Grande era il malessere degli operai, che lavoravano molto e guadagnavano poco e dei contadini ai quali non erano state distribuite le terre promesse durante la guerra. Iniziarono quindi occupazioni di fabbriche e di terre che spaventarono industriali e proprietari terrieri. Nell’autunno del 1920 Giovanni Giolitti, con l’aiuto dei sindacati e dei Partito Socialista, superò momentaneamente la crisi.

A causa di questo accordo il Partito Socialista si divise e dalla parte più estremista nacque il Partito Comunista Italiano. Nello stesso periodo nascevano sindacati cattolici e il Partito Popolare Italiano di ispirazione cattolica.

I nazionalisti parlavano di «vittoria mutilata» perché l’Italia non aveva ottenuto, con i trattati di pace, la città di Fiume e la Dalmazia.

Per approfondire:

L’origine del fascismo

La crisi italiana del dopoguerra portò all’affermazione del fascismo, un movimento che univa persone di idee diverse. Il capo fu Benito Mussolini, ex socialista che nel 1919 fondò il primo «fascio di combattimento», nome copiato dall’antica Roma. I fascisti (organizzati nelle così dette squadracce) assalivano sedi di giornali, di partiti e sindacati sia di sinistra che cattolici. Non venivano puniti perché molti, anche i liberali, pensavano che i fascisti potessero soffocare la protesta sociale e allontanare il pericolo comunista.

Nell’ottobre del 1922 Mussolini organizzò la «marcia su Roma». Il re Vittorio Emanuele III non lo fermò, anzi, lo chiamò a formare il nuovo governo. Mussolini trasformò gradualmente l’Italia in una dittatura, privò il parlamento di ogni potere reale, dando il potere effettivo al Gran Consiglio del Fascismo.

Il consolidamento del regime

Il 10 giugno 1924 il socialista Giacomo Matteotti fu assassinato da sicari fascisti perché aveva denunciato alla Camera le violenze fasciste durante le elezioni di quell’anno. Da quel momento Mussolini si affermò come dittatore. Furono sciolti i partiti non fascisti; fu abolita la libertà di stampa, di parola e di associazione; gli oppositori furono mandati al confino (in paesi isolati), imprigionati, malmenati o uccisi.

Per avere il consenso della gente Mussolini utilizzò la radio e il cinema; anche la scuola fu uno strumento della propaganda fascista. Avviò un vasto programma di intervento nelle campagne con la bonifica di molti territori paludosi. Firmando nel 1929 i Patti Lateranensi conquistò anche l’appoggio della Chiesa. Il Governo fascista proclamò il cattolicesimo religione ufficiale dello Stato.

Imperialismo e colonialismo

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Moneta da 20 Lire raffigurante la testa di Vittorio Emanuele III Re e Imperatore; nel verso l’allegoria dell’Italia su di una quadriga lenta

Dopo il trattato di Versailles l’Italia aveva occupato l’Istria e Mussolini nel 1924 aveva ottenuto Fiume dalla Iugoslavia, ma non ebbe altro. Nel 1939 le truppe italiane invasero l’Albania, ma già negli anni Venti erano state occupate alcune isole greche dell’Egeo. Mussolini riprese la politica coloniale conquistando, con molta difficoltà, l’Etiopia; proclamò l’impero con Vittorio Emanuele III imperatore.

La politica del fascismo divenne sempre più razzista. Nel 1938 furono introdotte le leggi razziali, che escludevano gli ebrei dalle scuole e dall’economia, e li mettevano ai margini della società italiana.

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…e dopo il ripasso, mettiti alla prova!

Rispondi alle seguenti domande:
  1. Quali erano i problemi che l’Italia doveva affrontare?
  2. Come fu superata la crisi dell’autunno del 1920?
  3. Chi era il capo del fascismo?
  4. Cosa facevano le cosiddette squadracce?
  5. Quando Mussolini organizzò la marcia su Roma?
  6. Da chi fu assassinato Giacomo Matteotti?
  7. Quando furono firmati i Patti Lateranensi?
Vero o falso?
  1. Le terre promesse furono distribuite ai contadini.
  2. Giolitti non riuscì a superare la crisi del 1920.
  3. Il Partito Popolare Italiano era di ispirazione cattolica.
  4. I fascisti assalivano solo sindacati di sinistra.
  5. Vittorio Emanuele III fermò la marcia su Roma.
  6. Dopo la marcia su Roma il Re chiamò Giolitti a formare il nuovo governo.
  7. Mussolini rafforzò il parlamento.
  8. Mussolini bonificò molti territori paludosi.
  9. Mussolini proclamò il cattolicesimo religione di Stato.
  10. Mussolini non riuscì a conquistare l’Etiopia.
Sai spiegare il significato dei seguenti termini?
  • Partito Comunista
  • Patti Lateranensi
  • dittatura
  • Partito Popolare
  • Fascismo
  • disoccupazione
  • indebitamento
  • propaganda

Totalitarismi #1: La rivoluzione russa da Lenin a Stalin

Il crollo dell’impero zarista

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Ritratto ufficiale della famiglia imperiale, 1913. Da sinistra a destra, in piedi: la granduchessa Marija e la zarina Aleksandra Fëdorovna; seduti: la granduchessa Ol’ga, lo zar Nicola II, la granduchessa Anastasia, lo zarevič Aleksej e la granduchessa Tat’jana

L’impero russo, dopo tre anni di guerra sanguinosa (scoppiata dopo l’attentato di Sarajevo nel 1914), crollò. I soldati rifiutarono di continuare a combattere una guerra che non capivano; il popolo affamato scioperava e chiedeva pace e lavoro. Nel febbraio del 1917 (Rivoluzione di Febbraio) gli operai proclamarono lo sciopero generale; lo zar Nicola II mandò i soldati a fermarli, ma le truppe si schierarono con gli scioperanti. Lo Zar abdicò e fu proclamata la repubblica guidata da Kerenskij, un liberale moderato appoggiato dalla borghesia.

La Rivoluzione di Ottobre e la guerra civile

Operai e soldati non avevano fiducia nel nuovo governo perché troppo moderato e pronto a continuare la guerra. Tra i partiti socialisti prevalse il partito rivoluzionario bolscevico (cioè di maggioranza), guidato da Lenin; egli diede potere alle organizzazioni di operai e soldati (i soviet), promise la terra ai contadini e la fine della guerra. I bolscevichi assalirono il Palazzo d’Inverno a Pietroburgo, sede del Governo provvisorio, dando inizio alla Rivoluzione di Ottobre.

Il nuovo governo firmò con la Germania la pace di Brest-Litovsk.

Generali fedeli allo Zar organizzarono eserciti controrivoluzionari (i Bianchi). Scoppiò la guerra civile a cui parteciparono anche eserciti degli Alleati per sostenere il vecchio regime. Essi infatti temevano che la rivoluzione bolscevica si sarebbe estesa in tutta Europa. I bolscevichi schierarono l’Armata Rossa: ci furono stragi e carestie; morirono milioni di persone. La guerra civile si concluse con la vittoria dell’Armata rossa guidata da Trotskij.

Per approfondire:

  • i primi venti minuti del film Ottobre di Sergej Ejzenštejn, opera commissionata nel 1927 per il decimo anniversario della Rivoluzione.

Nasce l’Unione Sovietica

Lenin rafforzò il potere del Partito Comunista (ex bolscevico) e nacque l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (U.R.S.S.), formata da nazioni europee e asiatiche del vecchio impero zarista. Il nuovo governo abolì gli altri partiti politici instaurando così una dittatura: tutto il potere era nelle mani dei dirigenti del Partito Comunista. Questi comandavano sulle fabbriche e sulla terra, sui giornali e sull’esercito.

L’economia, diretta dal governo, produceva poco e male perché operai e contadini dovevano ubbidire a dirigenti nominati dal Partito, come ai vecchi padroni. Lenin, per superare la crisi, iniziò una Nuova Politica Economica (NEP) che permetteva ai cittadini di possedere proprietà private. Negli anni della NEP bottegai e piccoli proprietari terrieri si arricchirono creando malcontento tra gli operai delle grandi città.

L’ascesa di Stalin

Nel 1924 Lenin morì. Nella lotta per la successione alla guida del Partito si impose Stalin, che costrinse all’esilio il suo avversario politico Trotskij. Stalin mise fine alla NEP di Lenin abolendo ogni forma di proprietà privata e trasformò in pochi anni la Russia in una grande potenza industriale (attraverso i piani quinquennali). Continuò l’istruzione di massa e l’assistenza sanitaria gratuita.

Per attuare senza ostacoli il suo programma, Stalin eliminò tutti gli oppositori politici e quelle persone che secondo lui erano nemici del popolo. Organizzò campi di prigionia e di lavoro (gulag) dove furono deportati milioni di cittadini.

…e dopo il ripasso, mettiti alla prova!

Rispondi alle seguenti domande:
  1. Quando crollò l’Impero Russo?
  2. Chi era Kerenskij?
  3. Tra i partiti socialisti quale prevalse?
  4. Da chi fu assalito il Palazzo d’Inverno?
  5. Come si concluse la guerra civile?
  6. Da quali nazioni era formata l’URSS?
  7. In che anno morì Lenin?
Vero o falso?
  1. Nel febbraio del 1917 gli operai proclamarono lo sciopero generale.
  2. Lenin promise la terra ai contadini e l fine della guerra.
  3. Il nuovo governo non firmò la pace con la Germania.
  4. L’economia diretta dal governo produceva moltissimo.
  5. Lenin iniziò una Nuova Politica Economica.
  6. Negli anni della NEP bottegai e piccoli proprietari terrieri si arricchirono.
Sai spiegare il significato dei seguenti termini?
  • Partito Bolscevico
  • Soviet
  • URSS
  • NEP
  • Bianchi
  • Sciopero generale
  • Controrivoluzionario
  • Regime
  • Armata Rossa
  • Zar

Secondo Ottocento #4. Da contadini a Italiani

Le ferite del Risorgimento

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Bettino Ricasoli, primo ministro succeduto a Cavour

Dopo la nascita del Regno d’Italia governarono i seguaci di Cavour, liberali moderati, la Destra (perché nel Parlamento i liberali sedevano a destra del presidente), mentre i mazziniani e i garibaldini, la Sinistra, rinunciarono a molti loro obiettivi come la distribuzione della terra ai contadini del Sud. La Destra organizzò il nuovo Stato con regole e leggi uguali dal Nord al Sud della penisola. Spesso però utilizzò quelle del Piemonte (fenomeno che prende il nome di “piemontesizzazione”) e mandò funzionari piemontesi (i prefetti) ad amministrare i territori periferici.

La “piemontesizzazione”, le nuove tasse, il servizio militare obbligatorio, la delusione per le terre non distribuite spinsero migliaia di contadini del Sud, che era molto più povero del Nord, a ribellarsi e a saccheggiare le campagne. La Destra rispose al brigantaggio con l’esercito ed una feroce repressione.

Per approfondire:

Si completa l’Unità del Regno d’Italia

Nel 1866 l’Italia si alleò con la Prussia contro l’Austria e, nonostante fosse stata sconfitta, ottenne il Veneto (terza guerra d’indipendenza).

La breccia di Porta Pia, 20 settembre 1870 (l'immagine è una ricostruzione dell'evento poiché la fotografia fu scattata per motivi documentaristici  pochi giorni dopo: i bersaglieri sono in posa!), Archivio fotografico nazionale
La breccia di Porta Pia, 20 settembre 1870 (l’immagine è una ricostruzione dell’evento poiché la fotografia fu scattata per motivi documentaristici solo pochi giorni dopo: i bersaglieri sono in posa!), Archivio fotografico nazionale

Nel 1870 l’esercito italiano attaccò Roma, dopo che la Prussia aveva sconfitto Napoleone III, da sempre protettore del Papa. Il Lazio entrò a far parte del Regno d’Italia, Roma ne divenne la capitale. Il Papa, al quale rimaneva solo il Vaticano, vietò ai cattolici di partecipare alla vita politica.

L’Italia era fatta, ma i suoi abitanti non sentivano di appartenere ad uno stesso Paese. A farli diventare Italiani contribuì l’estensione della ferrovia, ma soprattutto le decisioni della Sinistra. Al governo dal 1876 la Sinistra rese obbligatoria la scuola elementare e aumentò il numero dei votanti: votava un Italiano su tre.

Mappa concettuale:

Per approfondire:

Industrializzazione vs. emigrazione

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Agostino Depretis, primo ministro della Sinistra storica

La Sinistra aiutò lo sviluppo dell’industria, ancora arretrata. Decise che le merci che entravano in Italia (le importazioni) dovessero pagare tasse molto alte e costassero così molto di più di quelle italiane che erano in questo modo favorite (protezionismo doganale).

Il Nord industrializzato ebbe un grande vantaggio. Gli altri Stati, in risposta al protezionismo italiano, misero forti tasse sui prodotti nazionali più tipici, come il vino e il grano. Fu sfavorito il Sud, che vendeva all’estero (cioè esportava) prodotti agricoli. Seguì una grave crisi delle campagne; molti contadini lasciarono il loro paese, andando principalmente nelle Americhe alla ricerca di un lavoro: iniziava l’emigrazione di massa.

Per approfondire:

  • Gian Antonio Stella, L’orda, quando gli albanesi eravamo noi, Rizzoli, 2002 (Contenuti multimediali qui)

Il colonialismo italiano

Menelik II imperatore d'Etiopia (1844-1913)
Menelik II imperatore d’Etiopia (1844-1913)

Anche in Italia si cominciò a parlare di conquiste territoriali, presentate come soluzione all’emigrazione. Dopo Eritrea e Somalia, l’obiettivo divenne l’Etiopia. Qui gli Italiani furono sconfitti duramente: per la prima volta una potenza coloniale europea era stata battuta da un esercito africano.

Per approfondire:

La crisi di fine secolo

Umberto I di Savoia
Umberto I di Savoia

Fu questo un periodo molto difficile, di limitazione delle libertà e di repressione delle manifestazioni popolari; si opponeva a questa politica autoritaria il Partito socialista italiano, nato nel 1892 e guidato da Filippo Turati.

La morte (1900) del re Umberto I, ucciso dall’anarchico Gaetano Bresci, chiuse questa fase.

…e dopo il ripasso, mettiti alla prova!

Rispondi alle seguenti domande:
  1. Chi governò dopo la nascita del Regno d’Italia?
  2. Come rispose la destra al brigantaggio?
  3. In che anno Roma divenne la capitale d’Italia?
  4. Che cosa fecero molti contadini in seguito alla grave crisi delle campagne?
  5. Quale partito alla fine dell’Ottocento, si opponeva alla politica autoritaria del governo?
  6. Da chi fu ucciso il re Umberto I?
Vero o falso?
  1. Dopo la nascita del Regno d’Italia governarono i mazziniani e i garibaldini.
  2. La Destra organizzò lo Stato con regole diverse da Nord a Sud.
  3. Nel 1870 l’Italia ottenne il Veneto dall’Austria.
  4. Gli abitanti dell’Italia non sentivano di appartenere allo stesso Paese.
  5. La Sinistra rese obbligatoria la scuola elementare.
  6. La Sinistra aiutò lo sviluppo dell’industria.
Sai spiegare perché…
  • il metodo usato per organizzare il Regno fu chiamato piemontesizzazione?
  • migliaia di contadini del sud si diedero al brigantaggio?
  • il Papa vietò ai cattolici di partecipare alla vita politica?
  • la Sinistra fece una politica di protezionismo doganale?
  • iniziò l’emigrazione di massa?

Secondo Ottocento #3. Il trionfo dell’Europa

Il primato dell’Europa

Nell’Ottocento un abitante della Terra su quattro era europeo. Prima nascevano molti bambini (alta natalità), ma morivano anche molte persone (alta mortalità) per le carestie e le epidemie continue. La rivoluzione industriale però aveva portato grandi progressi tecnologici e scientifici che fecero diminuire carestie ed epidemie. Ad esempio il treno permetteva di portare il grano nelle zone dove mancava; la scoperta dei microbi e l’uso dei vaccini aiutavano la lotta contro le malattie. La natalità rimase alta, diminuì la mortalità e la popolazione aumentò. Il primato dell’Europa era anzitutto demografico.

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Lucien Lefèvre, Manifesto pubblicitario per “Electricine”, 1897

Nella seconda metà dell’Ottocento si sviluppò in Europa una seconda rivoluzione industriale con progressi scientifici e tecnologici, ad esempio l’elettricità, il motore a scoppio, la bicicletta, la chimica industriale con fertilizzanti, coloranti, esplosivi. La vita cambiò profondamente.

Per approfondire:

L’Europa della ricchezza e l’Europa della povertà

L’Europa aveva il primato demografico, tecnologico e scientifico, ma anche quello economico e politico. Pensiamo all’Inghilterra, il Paese che si era industrializzato per primo e dove il benessere era più diffuso; alla Francia, la cui capitale, Parigi, era considerata la capitale della ricchezza; alla Germania che, unificata nel 1871, divenne subito una grande potenza militare.

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Michail Bakunin (1814-1876)

Esisteva, tuttavia, anche un’Europa della povertà. Nella stessa Inghilterra c’erano molti poveri che vivevano alla giornata. Erano sempre difficili le condizioni di vita dei contadini, in particolare in Russia. Proprio dalla Russia veniva un importante uomo politico, Michail Bakunin: per lui la futura società socialista doveva portare all’abolizione di ogni autorità. Il suo programma politico, l’anarchia, che prevedeva atti di terrorismo contro re e potenti, fece presa soprattutto nei Paesi più poveri.

Per approfondire:

Gli Stati Uniti d’America

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Il presidente statunitense Abraham Lincoln (1809-1865)

Nati da meno di un secolo con la guerra d’indipendenza contro la Gran Bretagna (vedi), gli Stati Uniti superarono la grave crisi della guerra civile (1861-1865) tra gli Stati del Sud, che volevano continuare ad usare gli schiavi, e gli Stati del Nord che erano antischiavisti. Divennero il secondo Paese industriale del mondo e quello che aveva leggi più democratiche, cioè più aperte alla partecipazione popolare.

Per approfondire:

Le nuove forme del colonialismo

Le potenze europee si spartiscono l'Africa come una torta, stampa satirica dell'epoca
Le potenze europee si spartiscono l’Africa come una torta, stampa satirica dell’epoca

Nella seconda metà dell’Ottocento gli Stati europei, forti della loro potenza economica e militare, si dedicarono alla conquista di nuove colonie in Asia e in Africa; volevano avere le materie prime per le loro industrie e pensavano di diffondere una civiltà “superiore”. Eppure in questa Europa così potente era già presente la causa  della futura crisi, infatti ogni Stato voleva dimostrare di essere il più forte. Restava da capire quale, tra vecchi e nuovi imperi (Impero russo, Impero d’Austria, Impero ottomano, Impero francese, Impero britannico, Secondo Reich tedesco) sarebbe riuscito a prevalere in Europa e nel mondo: la fine dell’Ottocento è detta infatti età dell’imperialismo.

Per approfondire:

E dopo il ripasso, mettiti alla prova!

Rispondi alle seguenti domande:
  1. Di che tipo era innanzitutto il primato dell’Europa?
  2. Che cosa si sviluppò in Europa nella seconda metà dell’Ottocento?
  3. Che cosa divenne la Germania dopo la sua unificazione?
  4. Che cosa diceva Michail Bakunin
  5. Che cosa divennero gli Stati Uniti?
  6. Nella seconda metà dell’Ottocento a che cosa si dedicarono gli Stati europei?
Vero o falso?
  1. Nell’Ottocento sulla Terra un abitante su quattro era europeo.
  2. La Francia era il Paese dove il benessere era più diffuso.
  3. In Europa non esisteva la povertà.
  4. L’anarchia fece presa soprattutto nei Paesi più poveri.
  5. Gli Stati del Nord degli Stati Uniti volevano usare ancora gli schiavi.
  6. Gli Stati europei erano convinti di diffondere una civiltà superiore.
Sai spiegare perché…
  • prima dell’Ottocento, anche se nascevano molti bambini, la popolazione in Europa non aumentava?
  • nell’Ottocento la popolazione aumentò notevolmente?
  • nella seconda metà dell’Ottocento la vita in Europa cambio profondamente?
  • gli Stati europei si dedicarono alla conquista di nuove colonie?
  • la fine dell’Ottocento è detta età dell’imperialismo?

Secondo Ottocento #2. Il Risorgimento italiano

Il Quarantotto in Italia

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Appello alla gioventù milanese comparso sui muri di Milano il 20 marzo 1848

Nel 1848 l’insurrezione scoppiata a Palermo contro il governo borbonico si estese a Milano; qui l’esercito austriaco comandato dal maresciallo Radetzsky dovette abbandonare il capoluogo lombardo. Si trattò di un’autentica battaglia di popolo: parteciparono giovani e vecchi, uomini e donne, poveri e ricchi. Molti sovrani della penisola, temendo l’estendersi del furore popolare, concessero una carta costituzionale che però successivamente avrebbero abolito. L’unica a rimanere sarà lo Statuto albertino di Carlo Alberto di Savoia, sovrano del Regno di Sardegna. Intanto un gruppo di patrioti guidati da Daniele Manin aveva ripristinato la Repubblica di Venezia e a Roma era stata instaurata la Repubblica romana.

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L’Italia al tempo della prima guerra d’indipendenza

Tuttavia, dopo la sconfitta di Carlo Alberto nella prima guerra d’indipendenza contro l’Austria, tutte le Repubbliche decaddero e i sovrani ripresero il trono.

Per approfondire

Cavour e il decennio di preparazione

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Francesco Hayez, Ritratto di Camillo Benso, conte di Cavour

Carlo Alberto aveva abdicato in favore del figlio Vittorio Emanuele II. Questi aveva nominato come primo ministro Camillo Benso conte di Cavour, un nobile moderno, che aveva viaggiato in tutta Europa. Egli aveva studiato le tecniche di sviluppo economico dell’Inghilterra, pertanto migliorò l’agricoltura nel Regno di Sardegna e fece costruire ferrovie, strade, canali, i porti di Genova e della Spezia. In politica estera, si alleò con la Francia dell’imperatore Napoleone III.

Per approfondire:

La seconda guerra d’indipendenza

All’inizio del 1859 da ogni parte d’Italia si unirono all’esercito piemontese volontari, anche lombardi e veneti; l’Austria ordinò (con un ultimatum) di sciogliere tali reparti, altrimenti sarebbe stata la guerra. Vittorio Emanuele II e Cavour non aspettavano altro, le truppe di Napoleone III si unirono all’esercito del Regno di Sardegna e insieme sconfissero l’esercito austriaco. Tuttavia Napoleone III, per le molte perdite umane subite, firmò l’armistizio con l’Austria che conservava il Veneto e cedeva al Piemonte la Lombardia.

Per approfondire:

L’Italia unita

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Ritratto fotografico di Giuseppe Garibaldi

Nel 1860 Garibaldi, patriota mazziniano che aveva a lungo combattuto in America Latina, con un gruppo di mille volontari fece una spedizione militare per liberare il Regno delle Due Sicilie dai Borboni e lo Stato pontificio dal Papa. L’avanzata dei Mille era accompagnata da rivolte di contadini che speravano non solo la libertà dai Borboni ma anche la distribuzione delle terre comuni. Garibaldi riuscì a liberare la Sicilia e il sud dell’Italia. Voleva proseguire per Roma, ma venne fermato da Vittorio Emanuele II: egli temeva l’intervento del cattolico Napoleone III in difesa dello Stato pontificio. Il re di Sardegna intanto occupava l’Umbria e le Marche. Nell’autunno del 1860 gli abitanti delle Marche, dell’Umbria e del Regno delle Due Sicilie attraverso un voto popolare (plebiscito) si unirono al regno di Sardegna; precedentemente erano stati annessi i ducati emiliani e il Granducato di Toscana.

Si era formato un unico Regno d’Italia con il re Vittorio Emanuele II (17 marzo 1861).

Per approfondire:

  • La spedizione dei Mille
  • Slideshow di Quarto dei Mille, Genova (fotografie scattate da Romano Piaga nell’autunno del 2012).

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E dopo il ripasso, mettiti alla prova!

Rispondi alle seguenti domande:
  1. Dove si estese l’insurrezione scoppiata a Palermo?
  2. Che cosa concessero molti sovrani della penisola?
  3. Chi era il primo ministro del Regno di Sardegna?
  4. Che cosa conservava l’Austria dopo l’armistizio?
  5. Chi era Garibaldi?
  6. Quale parte dell’Italia riuscì a liberare Garibaldi?
  7. Chi fu il primo re del Regno d’Italia?
Vero o falso?
  1. Molti sovrani della penisola concessero una carta costituzionale.
  2. Carlo Alberto nominò Cavour primo ministro.
  3. Cavour si alleò con l’Inghilterra.
  4. Napoleone III firmò l’armistizio con l’Austria.
  5. L’Austria, dopo l’armistizio, conservava il Veneto e la Lombardia.
  6. Garibaldi riusci a liberare la Sicilia e il sud dell’Italia.

Secondo Ottocento #1. Il Quarantotto

Il romanticismo

Nel XIX secolo in Europa si affermò il romanticismo. Diversamente dall’illuminismo, che metteva al centro la ragione, per il romanticismo era fondamentale il sentimento. Nato come movimento culturale, ne facevano parte poeti, musicisti, pittori, ebbe anche un valore politico. Erano romantici quanti lottavano per la libertà dei popoli e l’indipendenza delle nazioni.

Per approfondire:

Italia_1815Mazzini e il nazionalismo

Al Congresso di Vienna (1814-15) l’Europa era stata organizzata in base ai diritti dei sovrani, dimenticando quelli dei popoli: i confini degli Stati non rispettavano le varie nazionalità. Ad esempio gli Italiani erano divisi in molti Stati, mentre avrebbero avuto diritto a vivere in uno Stato unico.

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Giuseppe Mazzini

A questo scopo si dedicò Giuseppe Mazzini, patriota genovese (1805-1872). Lottò per fare dell’Italia una repubblica, unita e indipendente. Nel 1831 fondò l’associazione Giovine Italia.

Per approfondire:

Socialismo e comunismo

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Karl Marx

Socialisti si chiamarono quanti lottavano in favore dei poveri e degli oppressi, perché le ricchezze prodotte nelle fabbriche venissero distribuite in modo giusto. Il salario degli operai (che costituivano il proletariato) era troppo basso in confronto ai guadagni, ai profitti quindi, dei padroni delle fabbriche (i capitalisti). Per i socialisti tutti gli operai del mondo dovevano allearsi (concetto che superava il limite del nazionalismo).

Molti socialisti accettarono con entusiasmo le teorie del tedesco Karl Marx. I proletari dovevano combattere uniti contro lo sfruttamento, per creare un sistema economico basato non sulla proprietà privata (capitalismo), ma sulla comunione dei beni (comunismo).

Per approfondire:

Il 1848

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La rivoluzione a Palermo (12 gennaio 1848) in un’incisione dell’epoca

La situazione in Europa era molto difficile. Nel gennaio del 1848 l’incendio della rivoluzione scoppiò a Palermo, nel Regno delle Due Sicilie, estendendosi poi alla penisola. Alla fine di febbraio gli insorti parigini, guidati da liberali e socialisti. cacciarono il re e proclamarono la repubblica. Si ribellarono anche Praga e Budapest, nell’Impero austriaco, chiedendo la costituzione e l’indipendenza. Notevole fu la partecipazione popolare che coinvolgeva anche gli abitanti delle campagne e le donne.

Fu la stagione delle costituzioni e della speranza di vedere realizzati gli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità della Rivoluzione francese, speranze che finirono nel sangue. In Francia prevalsero i liberali e gli operai socialisti furono condannati a morte o ai lavori forzati. Gli eserciti della Santa Alleanza riportarono l’ordine in Europa e le costituzioni furono cancellate quasi ovunque. Fu un totale fallimento, ma i re avevano capito che dovevano cambiare il loro rapporto con i sudditi e, nel periodo successivo, furono ripristinate o ampliate le costituzioni che erano state date durante le rivoluzioni.

Mappe concettuali:

…e dopo il ripasso, mettiti alla prova!

Rispondi alle seguenti domande.
  1. Che cosa era fondamentale per il romanticismo?
  2. Per che cosa lottò Giuseppe Mazzini?
  3. Chi erano i socialisti?
  4. Dove scoppiò l’incendio della rivoluzione?
  5. Che cosa fecero gli insorti parigini?
  6. Che cosa chiedevano Praga e Budapest?
Vero o falso?
  1. Il romanticismo ebbe anche un valore politico.
  2. L’Europa era stata organizzata in base ai diritti dei popoli.
  3. Molti socialisti accettarono il marxismo.
  4. Nelle rivoluzioni del 1848 fu notevole la partecipazione popolare.
  5. I re capirono che doveva cambiare il loro rapporto con i sudditi.

Appunti su Augusto e il potere delle immagini

Augusto e il rinnovamento religioso e culturale

1. Identificazioni mitologiche

La pretesa di discendere da una figura divina non era una novità per la tarda repubblica. Da tempo, infatti, i nobili romani usavano far risalire la propria stirpe ad eroi o a divinità greche. Si imitavano in questo modo le grandi case reali ellenistiche e si rivendicava la propria appartenenza originaria al mondo greco richiamandosi agli antenati troiani.

Cameo con Augusto che indossa una corona con i raggi del Sole (I sec. d.C.)
Cameo con Augusto che indossa una corona con i raggi del Sole (I sec. d.C.)

Il mito divenne strumento di propaganda: arrivò al punto di condizionare l’agire pubblico e privato dei protagonisti della scena politica di allora. Antonio adottò, come divinità di riferimento Dioniso-Bacco, Ottaviano scelse Apollo. Sicuramente la miseria del presente e la mancanza di sicurezza per il futuro contribuirono a creare un’aspettativa per un “salvatore” che traghettasse il popolo romano verso un’epoca più felice. In questo contesto chi ambiva al potere doveva necessariamente presentarsi come “salvatore” e il più efficace linguaggio visivo per comunicare ciò al popolo era quello fornito dalle divinità greche.

Antonio si identificò con Dioniso quando giunse in Asia dopo la suddivisione dell’impero fra i triumviri (42 a.C.). In un primo tempo lo stile di vita di Antonio fece davvero pensare di essere alle soglie di una nuova età dell’oro, grazie a un effimero stile di vita fatto di lusso e piaceri inebrianti. Fino all’ultimo fu fedele al suo personaggio.

Ottaviano aveva uno stile completamente diverso. Ereditava da Cesare ricchezze, clienti e carisma, e ne seppe fare ottimo uso fin dalla più giovane età; ereditava inoltre le “attese di redenzione” [1] del popolo romano, straziato da anni di guerre civili. Su Ottaviano circolavano storie che lo vedevano come ‘predestinato’: Cicerone aveva sognato un bambino che scendeva dal cielo lungo una catena dorata e riceveva una sferza da Giove Capitolino; all’assunzione del suo primo consolato gli erano apparse, come a Romolo, dodici oche in volo.

Augusto aureo raffigurante il capricorno, segno zodiacale di Augusto
Augusto aureo raffigurante il capricorno, segno zodiacale di Augusto

Quando Ottaviano studiava ad Apollonia (nel 45 a.C.), l’astrologo Teogene aveva dedotto, dalla visione della costellazione del Capricorno, sotto cui era nato, il nuovo padrone del mondo. Da quel momento, lo ricorda Svetonio (Svet., Aug. 94), il giovane Ottaviano ebbe tale fiducia nel suo destino da far coniare una moneta d’argento con il segno zodiacale del Capricorno [2]. In questa cornice di segni miracolosi, Ottaviano a poco a poco interpretò il ruolo del favorito di Apollo.

Già dall’epoca di Silla, Apollo e i suoi simboli rappresentavano la speranza in un futuro migliore. Dopo la battaglia di Filippi, nella quale Apollo era stato invocato da entrambe le fazioni schierate, il dio dimostrò di stare dalla parte dei cesariani. Del resto Cesare stesso aveva dato nuovo splendore ai ludi apollinares [3]. Addirittura ci si spinse a ritenere che Azia, madre di Ottaviano, avesse concepito il figlio non dal padre ma da Apollo in forma di serpente (una storia simile già circolava a proposito di Olimpiade, madre di Alessandro Magno) [4].

Area del tempio di Apollo Palatino
Area del tempio di Apollo Palatino, Roma

La vittoria su Sesto Pompeo fu ottenuta ovviamente con l’aiuto di Apollo e il tempio di Apollo sul Palatino sarebbe stato costruito in adempimento a un voto fatto durante la battaglia (36 a.C.). Il tempio fu eretto a fianco dell’abitazione di Ottaviano e vi comunicava direttamente attraverso una rampa di scale [5]. L’effetto scenografico era garantito, così come il legame fra Ottaviano e il dio. Per fare questo si era ispirato ai sovrani ellenistici di Pergamo e di Alessandria, in cui il santuario costituiva l’ala di rappresentanza del palazzo reale. Il pretesto per la fondazione del tempio, in posizione scenografica sopra il Circo Massimo, era data dal ricordo di un fulmine abbattutosi a fianco della casa subito dopo la battaglia di Nauloco, esprimendo così il volere divino di erigere un tempio in quel punto (vicino al suo protetto).

La struttura del tempio di Apollo era molto simile ai santuari di Palestrina e di Tivoli [6]: Apollo era sinonimo di morale e di disciplina e ciò si adattava perfettamente allo svolgimento del programma politico di rinnovamento perseguito da Ottaviano-Apollo – purificatore e rinnovatore. Che le divinità fossero dalla parte di Ottaviano si può vedere anche dalle monete che fece coniare in argento già in parte prima della battaglia di Azio (e con cui pagava le sue truppe!).

2. Recupero del mito e rinnovamento religioso

Anche negli anni dopo Azio lo stato d’animo di molti Romani, soprattutto delle classi alte, rimase incline al pessimismo: uno dei principali motivi di ansietà e di sfiducia nel futuro era la diffusa sensazione che le guerre civili e gli altri disastri fossero una conseguenza della corruzione morale. Accanto a questi vi era tuttavia un mondo di aspettative utopiche fatto di sibille, indovini e uomini politici che promettevano un’età di pace e di benessere. Il princeps si trovò quindi a fronteggiare un clima emotivo oscillante fra profonda sfiducia e attese esaltate. Doveva dimostrare che non gli interessava soltanto consolidare il suo potere personale, ma anche e soprattutto rimettere ordine nello Stato e nella società. Doveva creare la sensazione di poter eliminare le vere cause del male.

Insieme alla restitutio rei publicae, Augusto avviò un vasto piano di “risanamento” della società, i cui motivi conduttori erano la rinascita religiosa e morale, il ritorno alla virtus e alla dignità peculiare del popolo romano.

La pietas non era soltanto una delle virtù del princeps illustrate sullo scudo [7]: essa doveva diventare l’idea-guida dello Stato augusteo. In questo il “salvatore” agì in modo sistematico: già all’inizio del 29 a.C. fu annunciato un programma di restaurazione religiosa e Ottaviano si fece affidare dal Senato l’incarico di reintegrare le vecchie cariche sacerdotali. Gli antichi culti, che in parte esistevano solo più di nome, tornarono in vigore. Tutte le prescrizioni religiose vennero fatte nuovamente rispettare con grande scrupolo. L’anno successivo veniva avviato, con la consacrazione del tempio di Apollo, il grande programma di risanamento dei vecchi templi:

Nel mio sesto consolato [28 a.C.] ho restaurato su incarico del Senato ottantadue templi nella città, senza trascurarne alcuno che avesse bisogno di un intervento risanatore.

(Augusto, Res Gestae, 20)

La rinascita dell’interesse per la religione degli antenati è la forma in cui meglio si esprime la nostalgica ricerca di identità propria della tarda repubblica.

Le Res Gestae volevano orgogliosamente riassumere come Cesare figlio, quando divenne Augusto, avesse fondato nel suo complesso la repubblica dei Romani. Da questo punto di vista sono innegabili i confronti con resoconti analoghi dei re dell’Oriente ellenistico, ma è altrettanto significativo che il conferimento del nome di Augusto fosse ricordato dal princeps solo a chiusura di quel resoconto, subito prima del conferimento del titolo di padre della patria.

Il principato di Augusto impose una forma di dominio basata sul rispetto (almeno formale) delle tradizioni. Cesare figlio, anche dopo che divenne Augusto, dovette attendere a lungo per ricoprire quel pontificato massimo la cui durata era vitalizia e che già era stato ricoperto da Giulio Cesare: una carica che conferiva a chi la deteneva poteri di supremo controllo sulla religione cittadina. Dovette attendere nel caso specifico la morte di Lepido che, a dire del princeps, si era impadronito di quel sommo sacerdozio “traendo occasione dalle guerre civili” [8]. Quando infine Lepido morì nel 13 a.C., Augusto, che già cumulava numerose cariche sacerdotali, poté finalmente assumere anche il pontificato massimo e divenne pertanto sia il supremo detentore di auctoritas in ambito magistratuale sia il supremo garante dei culti pubblici della città di Roma.

Nelle Res Gestae è sottolineato l’aspetto eminentemente costituzionale dell’assunzione del pontificato massimo. Tuttavia, tale acquisizione da parte di Augusto determinò un sostanziale addensamento di poteri: l’elezione a pontifex maximus il 6 marzo del 12 a.C. sortì l’effetto di mettere fine a Roma alla separazione del potere religioso da quello politico nel momento in cui il supremo detentore dell’auctoritas ricomponeva nella sua persona l’unione originaria di potere politico e potere religioso che in passato era stata caratteristica solo dei re.

Tempio di Vesta, Foro Romano
Tempio di Vesta, Foro Romano

Augusto volle ricollegarsi alla dea Vesta che nel suo tempio rotondo del Foro rappresentava a Roma il “focolare comune” di tutti i cittadini, mentre a parte ogni singola famiglia romana rendeva onori divini nella propria casa al suo focolare. Gli antenati di Augusto, membro della gens Iulia, provenivano da Troia poiché discendevano da Iulo-Ascanio, il figlio di Enea. In tal modo la leggenda troiana delle origini di Roma fece sì che il princeps dovesse intendersi imparentato con la stessa Vesta, divinità che proveniva da Troia e che era stato Enea, conducendola con sé in tutte le sue peripezie, a portare fino in Italia.

Tutti voi presenti che venerate i penetrali della casta Vesta,
rendete grazie e ponete incenso sui fuochi di Ilio.
Ai titoli innumerevoli che Cesare preferì meritare
si è aggiunto l’onore del pontificato.
I numi dell’eterno Cesare vegliano su fuochi
eterni: tu vedi congiunte le garanzie dell’impero.
Divinità dell’antica Troia, preda degnissima per chi vi portava,
carico della quale Enea fu sicuro dai nemici,
un sacerdote disceso da Enea tocca numi che gli sono parenti:
tu, Vesta, proteggi il capo di chi ti è parente.

(Ovidio, Fasti, III 417-26)

Sacrificio di Enea ai Penati, Ara Pacis, Roma
Sacrificio di Enea ai Penati, Ara Pacis, Roma

Nel fascio di parentele stabilito da Ovidio, Augusto è rappresentato non solo come parente di Vesta, ma anche di altre divinità giunte a Roma da Troia: divinità che si identificano con gli dei Penati, gli dei protettori di Roma e del popolo romano quasi ne fossero i mitici antenati, sottratti alle fiamme nella notte in cui Ilio bruciò e anch’essi recati in salvo da Enea. Gli dei Penati proteggevano il popolo romano nel suo complesso, mentre a sua volta ogni famiglia possedeva Penati propri che erano oggetto di culto all’interno delle singole case. Evidentemente nello stabilire connessioni di parentela tra Augusto ed Enea e di conseguenza tra Augusto, Vesta e i Penati pubblici del popolo romano, Virgilio con la sua Eneide fu un veicolo poderoso. Queste connessioni però non si limitarono al campo della poesia ma divennero immediatamente patrimonio di un sapere condiviso.

Nei calendari non solo veniva registrata la nomina di Augusto al pontificato massimo ma anche una dedica che ne conseguì all’interno della sua casa sul Palatino: la dedica appunto a Vesta di un altare e di una statua. Sebbene una parte della dimora di Augusto – dove sorgeva il tempio di Apollo – fosse stata resa pubblica già nel 36 a.C., è estremamente significativo che allora, nel 12, per rendere pubblica una parte ulteriore di quella stessa casa il princeps facesse ricorso a Vesta, divinità sua parente.

Agli occhi dei contemporanei Vesta e i Penati del popolo romano tornavano sotto quella che doveva apparire la tutela naturale di un pontefice massimo disceso da Enea. Vesta e i Penati del popolo romano, nel 12 a.C., dal Foro ascendevano al Palatino: così culti privati erano assimilati di fatto a culti ritenuti in città eminentemente comunitari e pubblici.

Pensare i culti della città a immagine della propria casa e pensare allo stesso tempo i culti della propria casa a immagine della città corrisponde a un progetto eminentemente familistico. Un simile progetto si sarebbe realizzato fino in fondo nel 2 a.C. con il conferimento ad Augusto del titolo di pater patriae.

Se il nome di Augusto aveva conferito al suo detentore un alone di carattere sacrale e se l’auctoritas, che ne conseguì, aveva formalizzato la posizione del princeps in rapporto agli altri magistrati, in una società fondata sui sentimenti di timore reverenziale che i padri tradizionalmente suscitavano, il titolo di pater patrie appariva allo stesso tempo autoritario e venerando.

3. La letteratura e la ricostruzione dell’identità romana

Nel corso di alcuni decenni, da prima della cosiddetta età di Cesare (78-44 a.C.) fino alla vittoria di Augusto sulla flotta di Antonio e Cleopatra (battaglia di Azio, 31 a.C.) Roma era stata teatro di avvenimenti tragici e violenti: i Romani avevano sperimentato uno sconvolgimento politico e culturale la cui natura si presentava profondamente nuova: i cives facevano la guerra non a nemici esterni ma ad altri cives, nobili e generali ormai consideravano la res publica una cosa personale, da ottenere o difendere con la spada. Era stata la fine di un regime politico fondato sul potere del senato e sulla rotazione elettiva fra le cariche supreme; la fine di un insieme di modelli culturali che regolavano da secoli il comportamento pubblico di Roma. Un tempo gli hostes, i nemici, erano per definizione gli stranieri, e i cives erano gli amici che condividevano valori e regole di comportamento propri di un’unica comunità: questa mentalità non aveva ormai più riscontro nella realtà e lo smarrimento di identità era grande.

Questa esperienza di crollo e trasformazione era stata vissuta da generazioni di intellettuali che per parte loro avevano ricevuto una educazione ormai molto lontana dai modelli culturali tradizionali. L’assetto tradizionale della comunità, nella forma del mos maiorum e dei grandi exempla del passato, era caduto. Intanto Roma era percorsa da correnti religiose nuove, che lasciavano sperare in una “rinascita” personale e sociale ignota alla tradizione della religione pubblica.

Allorché Augusto ebbe definitivamente consolidato il suo potere, negli anni successivi alla battaglia di Azio, venne il momento in cui a Roma i poeti e gli scrittori tentarono di ricostruire quel tessuto culturale tradizionale distrutto durante gli anni della guerra. Augusto stesso diede l’impulso principale a intraprendere questa strada, in accordo con la scelta di una politica che intendeva fare del suo ruolo di princeps il garante di una società che fosse ispirata ai valori della tradizione più pura e antica. Si deve anche ritenere, tuttavia, che questo impulso non fosse semplicemente pilotato dall’alto, con gli abili strumenti della propaganda, ma rispondesse a un sentimento comune, spontaneo. Ecco dunque Virgilio lanciarsi nella grande avventura  di un poema di respiro nazionale, l’Eneide; ecco Properzio concludere la sua carriera di poeta elegiaco con la composizione di alcune elegie ispirate al patrimonio mitico e religioso della cultura romana; ecco Livio riprendere l’antico schema della storiografia annalistica per ripercorrere, nei suoi Ab urbe condita libri, l’intero cammino della storia della città, partendo dalla sua fondazione per giungere sino all’età contemporanea; persino Ovidio, poeta dell’ultima generazione augustea, poco prima dell’esilio abbandonerà il suo mondo galante per dedicarsi alla composizione di un poema sul calendario religioso, i Fasti.

La cultura romana cercò insomma di ritrovare la sua identità, ripercorrendo con passione sia la propria storia sia i modelli più tipici della propria cultura. Modelli rappresentati da figure mitiche della tradizione (Enea, Attilio Regolo, Tarpea, Numa) e soprattutto una rete di valori che essi, con il solo ricordo delle imprese che avevano compiuto, erano in grado di suscitare: la pietas verso gli dei e verso i genitori, la virtus, i mores maiorum che avevano costituito la sostanza del comportamento antico.

Gli strumenti attraverso i quali gli scrittori di questa età si volgono all’indietro, ricercando nel passato la propria identità sono però quelli di una cultura non vecchia e tradizionale, ma  spiccatamente nuova. Properzio si dedicherà alla mitologia e alla religione di Roma arcaica con la mentalità alessandrina di un Callimaco; neppure Virgilio fa eccezione: ad esempio, nel libro VI dell’Eneide, il poeta ambienta uno degli episodi più fortemente “tradizionali” del poema – l’incontro con i grandi Romani, quelli che da Romolo in poi hanno costituito il nerbo stesso della storia e della cultura romana – in un quadro religioso che della religiosità tradizionale ha ben poco. I grandi esempi del passato vivono e si muovono all’interno di un mondo ultraterreno che presuppone adesso la sopravvivenza dell’anima nell’aldilà,  la possibilità di una rinascita dopo la morte, l’esistenza esplicita di una giustizia oltremondana.

La ricostruzione dell’identità romana, messa in atto nel periodo augusteo, risponde in realtà alla creazione di una identità nuova.

4. I discendenti di Enea, la sfilata delle «imagines maiorum» e i portici del tempio di Marte Ultore

Nel libro VI dell’Eneide (vv. 752 sgg.) si racconta la discesa di Enea nell’Ade  e si descrive la processione dei discendenti di Enea. L’eroe e suo padre Anchise si trovano su un tumulus, un luogo elevato e da qui assistono alla sfilata. I discendenti di Enea sono immaginati “in cammino”, a suggerire il fatto che il tempo è già in movimento e che il fato non può più in alcun modo essere arrestato: gli eroi sono ineluttabilmente avviati verso il momento in cui, uno di seguito all’altro, sorgeranno alla vita. È l’intera storia romana che si snoda davanti agli occhi di Anchise e di suo figlio, sotto forma dei futuri re o condottieri di Roma. Si tratta di un vero e proprio corteo, che comincia con Silvio, il figlio postumo di Enea, al quale seguono Proca, Capi, e così di seguito sino a giungere al più “recente” dei grandi Romani: cioè Marcello, figlio di Ottavia, sorella di Augusto, un nipote assai amato dal princeps e da questi adottato. Questo corteo dei discendenti non è semplicemente una grande creazione della fantasia drammatica virgiliana. L’episodio è infatti costruito su un modello profondamente radicato nella cultura romana, quello delle imagines maiorum (“maschere degli antenati”) che, indossate da uomini abbigliati al modo proprio di ciascun defunto e dotati delle sue stesse caratteristiche fisiche, durante il funerale gentilizio, accompagnavano il feretro.

Anchise aveva parlato e condusse il figlio e insieme
la Sibilla in mezzo all’affollata turba risonante,
e salì su un’altura di dove potesse distinguere tutti in lungo ordine,
di fronte, e riconoscere il volto delle anime che passavano.
“Ora ti svelerò con parole quale gloria si riserbi
alla prole dardania, quali discendenti dall’italica
gente siano sul punto di sorgere, anime illustri
e che formeranno la nostra gloria, e ti ammaestrerò sul tuo fato.
Quel giovane, vedi, che si appoggia alla pura asta,
ha in sorte i luoghi prossimi alla luce, per primo
sorgerà agli aliti eterei; commisto di sangue italico,
Silvio, nome albano, tua prossima prole,
che tardi a te carico d’anni la sposa Lavinia
alleverà nelle selve, re e padre di re,
da cui la nostra stirpe dominerà su Alba la Lunga.
Vicino a lui è Proca, gloria della gente troiana,
e Capi, e Numitore, e Silvio Enea che ti rinnoverà
nel nome, in uguale misura egregio nella pietà
e nelle armi, se mai otterrà di regnare su Alba.
[…] E all’avo s’accompagnerà il marzio Romolo,
che la madre Ilia partorirà, del sangue
di Assaraco […].
Ecco, figlio, coi suoi auspici la gloriosa Roma
uguaglierà il suo dominio alla superficie della terra e il suo spirito all’Olimpo,
e unica cingerà di mura i sette colli, feconda
d’una stirpe di eroi […].
Ora volgi qui gli occhi, esamina questa gente
dei tuoi Romani. Qui è Cesare [Ottaviano Augusto] e tutta la progenie
di Iulo che verrà sotto l’ampia volta del cielo.
Questo è l’uomo che spesso ti senti promettere,
l’Augusto Cesare, figlio del Divo, che fonderà
di nuovo il secolo d’oro nel Lazio per i campi
regnati un tempo da Saturno; estenderà l’impero
sui Garamanti e sugli Indi, sulla terra che giace oltre le stelle,
oltre le vie dell’anno e del sole, dove Atlante, portatore del cielo,
volge sull’omero la volta trapunta di stelle lucenti.

(Virgilio, Eneide, VI, 752-70; 781-84; 788-97)

Foro di Augusto, Roma
Foro di Augusto, Roma

Per comprendere quanto questo richiamo ai discendenti di Enea non fosse veicolato soltanto dalla poesia virgiliana ma bensì fosse patrimonio ormai acquisito di un sapere condiviso dalla collettività, è utile ricordare il Foro di Augusto, subito a nord della Curia Iulia, separato solo dal Foro di Cesare. Nel Foro di Augusto sorgeva il tempio di Marte Ultore, costruito già prima della battaglia di Filippi, santuario che soddisfaceva anche alcune necessità pratiche della vita quotidiana. Ma lo scopo più importante era pur sempre quello di integrare visivamente il nuovo princeps nel contesto della gens Iulia e dell’intera storia romana, di presentarlo come punto di arrivo della vicenda di Roma.

Frontone del tempio di Marte Ultore; sono raffigurati (da sinistra) la personificazione del Palatino semisdraiata; Romolo seduto che segue con lo sguardo il volo degli uccelli (come un augure); Venere Genitrix con Eros, a simboleggiare la fecondità; Marte progenitore dei Romani; la Fortuna Redux, simbolo di chi è reduce dalle campagne militari; la dea Roma, seduta su una catasta d'armi e la personificazione del fiume Tevere.
Frontone del tempio di Marte Ultore; sono raffigurati (da sinistra) la personificazione del Palatino semisdraiata; Romolo seduto che segue con lo sguardo il volo degli uccelli (come un augure); Venere Genitrix con Eros, a simboleggiare la fecondità; Marte progenitore dei Romani; la Fortuna Redux, simbolo di chi è reduce dalle campagne militari; la dea Roma, seduta su una catasta d’armi e la personificazione del fiume Tevere.

Le immagini sul frontone del tempio rappresentavano Marte, il padre di Romolo, come figura dominante, e al suo fianco Venere, la progenitrice della gens Iulia. Nei portici a fianco del tempio veniva continuata la linea mitologica fino al tempo storico. Statue dei più importanti uomini di Roma, da Romolo ad Appio Claudio Cieco, il famoso censore, fino al dittatore Silla e a Pompeo, l’avversario di Cesare, erano collocate nelle nicchie del portico a sinistra del tempio. I ritratti erano illustrati da iscrizioni che descrivevano la loro carriera politico-militare e le imprese a favore della res publica. Tutte le loro opere, le loro res gestae, conducevano ad Augusto, che si basava su di loro, ma che li superava di molto con le sue proprie res gestae.

A destra del tempio si presentava in modo analogo la gens Iulia, che aveva inizio con l’eroe troiano Enea e finiva con Marcello, genero di Augusto prematuramente scomparso, e con Druso, il suo figliastro. Le due linee però trovavano il loro punto finale comune in Augusto, la cui statua, in piedi su un carro trionfale, dominava la piazza subito di fronte al tempio. L’iscrizione sulla base della statua lo celebrava come pater patriae. Il detentore del potere militare veniva caratterizzato come monarca paterno.

Bibliografia:

  • Augusto, Res Gestae, trad. Luca Canali, Milano, Mondadori, 2002.
  • Ovidio, I fasti, trad. Luca Canali, Milano, Rizzoli, 1998.
  • Virgilio, Eneide, trad. Luca Canali, Milano, Mondadori, 1989.
  • Maurizio Bettini, La letteratura latina. Storia letteraria e antropologia romana, Vol. 2, Firenze, La Nuova Italia, 1995, pp. 363-779.
  • Werner Eck, Augusto e il suo tempo, Bologna, il Mulino, 2000.
  • Augusto Fraschetti, Roma e il principe, Roma-Bari, Laterza, 1990.
  • Augusto Fraschetti, Augusto, Roma-Bari, Laterza, 1998.
  • Paul Zanker, Augusto e il potere delle immagini, Torino, Einaudi, 1989.

[1] Paul Zanker, Augusto e il potere delle immagini, Torino, Einaudi, 1989, p. 52.

[2] Ivi, p. 53, fig. 36.

[3] Nello stesso periodo Ottaviano iniziò anche ad usare nei sigilli l’immagine della sfinge, simbolo del regnum apollinis profetizzato dalla sibilla. Cfr. Paul Zanker, op. cit., p. 55.

[4] Cfr. ivi, p. 39.

[5] Cfr. ivi, p. 57, fig. 40.

[6] Cfr. ivi, pp. 73 sgg.

[7] Il Senato fece appendere nella Curia Iulia, ove si riuniva, uno scudo onorario d’oro su cui furono riconosciute pubblicamente le virtù di Augusto: il coraggio (virtus), la clemenza (clementia), la giustizia (iustitia) e l’adempimento dei doveri nei confronti degli uomini e degli dei (pietas), virtù ce furono indicate come fondamento della sua posizione straordinaria. Cfr. Werner Eck, Augusto e il suo tempo, Bologna, il Mulino, 2000, p. 8; 50.

[8] Vedi Res Gestae, 10.