L’età moderna

Non c’è pieno accordo fra gli studiosi sulla data d’inizio dell’Età moderna e sulla sua fine.

Alcuni (i più) scelgono come avvenimento di passaggio fra Medioevo e Età Moderna la scoperta dell’America, che dà inizio all’espansione europea nel mondo. Altri indicano la data del 1453, l’anno in cui i Turchi Ottomani, conquistando Costantinopoli, decretano la caduta dell’impero romano d’oriente.

Quanto alla fine dell’epoca, tradizionalmente essa viene collocata negli ultimi decenni del Settecento, quando due grandi rivoluzioni, quella americana e quella francese, annunciano l’Età contemporanea: altri la spostano più avanti, all’Ottocento e anche oltre.

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I principali fenomeni storici che segnano il passaggio dal Medioevo all’Età moderna sono:

  • Il risveglio artistico e culturale dell’UMANESIMO E DEL RINASCIMENTO che valorizza l’uomo e le sue capacità, favorendo lo sviluppo di una cultura laica (indipendente dalla religione) basata sull’osservazione diretta della natura. Tale rinnovamento culturale proseguirà nel Seicento con la rivoluzione scientifica e si concluderà nel Settecento con il movimento illuminista.
  •  L’INVENZIONE DELLA STAMPA (che permise una maggiore diffusione della cultura) E L’AFFERMAZIONE DELL’ARTIGLIERIA (che cambiò completamente il modo di fare la guerra).
  • Le SCOPERTE GEOGRAFICHE che portarono ad una nuova concezione del mondo ed ebbero pesanti ricadute sui commerci e sulle economie degli Stati europei. Alla fase delle esplorazioni geografiche fa seguito la conquista: nel Seicento l’Europa possiede colonie in tutti i continenti (tranne nell’Oceania che è ancora sconosciuta).
  • La RIFORMA e la Controriforma, che posero fine all’unità del mondo cristiano occidentale che aveva caratterizzato il Medioevo (per tutto il Medioevo l’Europa occidentale è cattolica e sottomessa all’autorità del papa, ma nel 1517 il monaco tedesco Martin Lutero, si ribella alla Chiesa di Roma e dà inizio alla Riforma protestante, che spezza l’unità religiosa europea);
  • L’affermazione dello STATO MODERNO, basato sui concetti di:
    • territorio = le monarchie, impadronendosi dei feudi aristocratici ed espellendo dal territorio eventuali genti straniere, arrivano ad impadronirsi di un territorio considerevole abitato da una popolazione omogenea per lingua e tradizioni;
    • sovranità = la monarchia acquista il potere di imporre la propria autorità e le proprie decisioni a tutti i sudditi che vivono all’interno del territorio dello Stato (nel Medioevo, invece, i vassalli godevano di grandi autonomie rispetto al sovrano);
    • burocrazia = la monarchia crea un sistema di funzionari (amministratori, esattori delle imposte, giudici), che sono nominati dal re e rispondono del loro operato solo al re (nel Medioevo, invece, il sovrano concedeva parte del proprio territorio a dei vassalli che lo amministravano come se fosse di loro proprietà);
    • sistema fiscale = la monarchia riscuote le tasse da tutti i sudditi (nel Medioevo, invece, alcune città, i vassalli e il clero erano esentati dai tributi);
    • esercito nazionale = la monarchia, grazie alle tasse regolarmente versate dai sudditi, crea un esercito proprio (nel Medioevo, invece, i feudatari organizzano eserciti che mettono al servizio del re in caso di necessità).

In Inghilterra, nel Seicento, lo stato moderno assume la forma di monarchia costituzionale (i poteri del re sono limitati da una costituzione). Altrove invece, in Europa, dominano le monarchie assolute (tutto il potere spetta al re). A poco a poco, però, si fa strada l’idea che la libertà è un diritto naturale, che i re non regnano per volontà di Dio e che la sovranità risiede nel popolo. Sul finire del Settecento queste idee alimentano la rivoluzione americana e quella francese e, nel secolo successivo, promuovono le lotte per l’unità e l’indipendenza che portano alla nascita degli stati-nazione.

Abbiamo parlato di storia moderna in questi post:

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Appunti sulla Resistenza

Quella che segue è una rielaborazione di appunti a partire dal testo di Paolo Viola, Storia moderna e contemporanea, Volume quarto, Il Novecento, Einaudi, Torino, 2000, pp. 182-241.

Caduta del fascismo e armistizio

Italia, 1943. La popolazione civile in Italia si distaccava sempre di più dal regime fascista e dalla sua guerra. Le città erano martellate dai bombardamenti alleati. La guerra sempre più disastrosa in Francia, in Grecia, in Africa, in Russia, seminava lutti che apparivano, a differenza di quelli della prima guerra mondiale, inutili e ingiustificati. Ogni famiglia aveva i suoi soldati persi in paesi lontani: morti o prigionieri.

I gravissimi costi umani contrastavano penosamente con le parole tronfie del regime. «Spezzeremo le reni della Grecia» aveva detto Mussolini nel 1940; e di fronte allo sbarco angloamericano in Sicilia aveva dato ordine di «congelare il nemico sulla linea del bagnasciuga». Ma l’esercito italiano era incapace di opporre resistenza (ad esempio con forze numericamente sei volte inferiori a quelle alleate pronte allo sbarco).

Il consenso di massa si era sgretolato con il progressivo manifestarsi della sconfitta. Nel marzo 1943 gli operai di Torino e Milano proclamarono lo sciopero generale, sfidando la repressione militare di un paese in guerra. Gli industriali, d’altra parte, non trovavano più alcuna convenienza ad appoggiare un potere che portava il Paese alla disfatta. Il Vaticano si distanziava da una complicità politica che rischiava di coinvolgere la Chiesa cattolica nel disastro del fascismo. Anche la monarchia cercava una soluzione che salvasse la continuità della corona e dell’esercito.

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Prima pagina del Corriere della Sera con l’annuncio della caduta di Mussolini

Si poteva cercare di liquidare Mussolini mantenendo però i fascisti moderati al potere. Oppure far cadere l’intero regime e chiamare a governare i partiti antifascisti. Prevalse una soluzione intermedia, quella di un «governo tecnico». Pochi giorni dopo lo sbarco in Sicilia, il 25 luglio 1943, fu presentato al Gran consiglio del fascismo un odg per la deposizione di Mussolini: iniziativa approvata con 19 voti a favore, 7 contrari e un astenuto. Il re predispose la sostituzione del duce che fu arrestato nella notte. Al potere fu chiamato non un politico, bensì il maresciallo Pietro Badoglio.

La gente esultava nelle strade e nelle piazze. Sembrava finita la guerra e rovesciata definitivamente la dittatura. Non era così, e il peggio doveva ancora arrivare; ma per il momento una grande ventata di speranza percorse il Paese. I partiti antifascisti, che avevano cercato di sopravvivere nella clandestinità, cominciarono ad uscire allo scoperto, chiedendo un impegno dell’Italia a fianco degli alleati.

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Il Corriere della Sera riporta il testo dell’armistizio di Badoglio con il generale Eisenhower

Tuttavia il fascismo non era ancora finito. Il governo non voleva allarmare la Germania, sebbene avesse avviato in segreto trattative con gli angloamericani per l’armistizio. I tedeschi concentrarono in Italia un esercito di occupazione. In breve si arrivò all’8 settembre, data dell’armistizio col quale l’Italia cambiava schieramento, diventando «cobelligerante»: cioè faceva la guerra insieme con gli angloamericani contro i tedeschi.

 

Lo stesso 8 settembre, il re e Badoglio scapparono da Roma e si misero sotto la protezione degli alleati che negli stessi giorni sbarcavano a Salerno e occupavano l’Italia del sud. Quasi contemporaneamente un commando tedesco riusciva a liberare Mussolini detenuto in una località segreta del Gran Sasso, in Abruzzo. Fu portato in Germania, per essere utilizzato come capo di un governo fantoccio da organizzare nell’Italia del nord. L’Italia si spaccava in due per un anno e mezzo.

L’unità della nazione ottenuta col sangue delle guerre risorgimentali, l’identità stessa degli italiani dovevano essere ricostruite, rifondate. Da che parte stava l’Italia? Per che cosa si stava facendo la guerra? Il regime era in sfacelo. Il re e il governo scappati. L’esercito allo sbando. I soldati cercavano di tornare a casa in qualunque modo. Al Sud c’era l’esercito angloamericano, al nord quello tedesco.

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Prima pagina dell’Unità, 30 settembre 1943

La Resistenza e la Repubblica di Salò

Pochissimi furono i reparti militari che si schierarono contro l’ex-alleato tedesco, prendendo sul serio la cobelligeranza. Fra questi alcuni di stanza a Roma. A Cefalonia. Ma la grande maggioranza si sbandò e centinaia di migliaia di ragazzi si avviarono verso casa.

In Piemonte alcune unità si diedero alla guerriglia. In tutta l’Italia settentrionale molti soldati sbandati furono intercettati da militanti antifascisti, che li portarono in montagna e cominciarono ad organizzare bande di resistenti. A questi si unirono i volontari antifascisti: operai, intellettuali, contadini. Nacquero così le unità combattenti della Resistenza, e i Comitati di Liberazione Nazionale che cominciarono a rieducare alla politica un Paese soffocato da vent’anni di dittatura. I partigiani formarono il Corpo dei Volontari della Libertà, alla cui testa era il Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia, a sua volta in contatto con il CLN nazionale che operava politicamente nell’Italia del Sud sotto controllo alleato.

Senza l’appoggio della popolazione, le bande partigiane non avrebbero certo potuto combattere contro i tedeschi, e se riuscirono a combattere, e poi a vincere, lo dovettero al grande effetto moltiplicatore di forze che avevano avuto la caduta del fascismo e la speranza della pace.

I partigiani furono inquadrati nelle Brigate Garibaldi, comuniste; in Giustizia e Libertà, sinistra democratica; nelle Brigate Matteotti, socialiste; ma erano numerosi anche i cattolici e gli autonomi. Nelle città operavano i GAP (Gruppi di Azione Patriottica) che forse rischiavano la vita ancora di più dei partigiani in montagna, e vivevano in assoluta clandestinità.

Sotto l’occupazione tedesca, alla fine di settembre 1943 nacque nell’Italia settentrionale la Repubblica Sociale Italiana, diretta da Mussolini, con capitale a Salò, sul Garda. Tornarono le camicie nere: chiamati alle armi, ma anche volontari. In migliaia, soprattutto giovanissimi, si arruolarono liberamente. Fu un ritorno di fiamma del fascismo delle origini, motivato dal presunto riscatto di un onore nazionale calpestato dal «tradimento» del 25 luglio e dell’8 settembre. La Repubblica di Salò fu una pura facciata di un regime tragicamente feroce, asservito alle SS peggio del governo collaborazionista di Vichy.

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La Resistenza fu una guerra patriottica per la libertà e la democrazia, che riprendeva la tradizione repubblicana e risorgimentale, e la portava a compimento. Pur nei suoi squilibri regionali, la Resistenza era una rivoluzione nazionale e democratica che poneva le basi di una coscienza nazionale popolare e di istituzioni politiche rinnovate. Anche molte donne furono coinvolte nella lotta armata, soprattutto per assicurare i contatti fra i comandi e le unità.

La Resistenza fu anche una guerra di classe: fu l’occasione per fare quella rivoluzione socialista che nel biennio rosso era stata sconfitta dal fascismo montante. Partigiani comunisti, ma anche socialisti, cattolici e i democratici di GL pensavano che dopo la vittoria l’Italia sarebbe stata un paese governato dai lavoratori. Era questo l’aspetto che impensieriva maggiormente gli alleati angloamericani.

La Resistenza fu anche una guerra civile: e come in ogni guerra civile entrambe le parti usarono forme spicce di violenza. Ma i nazifascisti furono incomparabilmente più feroci: la loro fu una politica del terrore sistematico; nazifascista fu la volontà indiscriminata di annientamento della popolazione civile accusata di viltà e razzialmente disprezzata. La deportazione di ebrei e di giovani validi, i massacri di civili inermi perpetrati dai tedeschi con la complicità dei repubblichini testimoniarono la vera e propria orgia di morte e distruzione che si impadronì dei nazifascisti.

La Resistenza si rafforzava con questi orrori. Più i nazifascisti si abbandonavano alla barbarie, più il sostegno popolare della lotta partigiana aumentava. Nel secondo inverno della Resistenza, 1944-45, tedeschi e repubblichini erano ormai come una belva ferita che seminava morte, mentre una larga maggioranza popolare si formò per sostenere il riscatto nazionale contro il fascismo.

La liberazione

All’inizio del 1944 era ormai chiaro che i tedeschi avrebbero perso la guerra. Gli alleati sfondarono il fronte italiano fra Napoli e Roma nella primavera e liberarono Roma il 4 giugno, due giorni prima dello sbarco in Normandia. Nella stessa estate del ’44 gli alleati liberavano la Toscana e portavano il fronte alla cosiddetta «linea gotica», lungo l’Appennino tosco-emiliano dove si stabilizzò per tutto l’inverno.

Nelle città italiane sventrate dai bombardamenti i liberatori entravano accolti dalla popolazione con vere e proprie esplosioni di gioia. Portavano la pace e la libertà, cibo e soldi; i bambini si arrampicavano sui carri armati e ricevevano dolci, sigarette americane. Ma il tessuto sociale era drammaticamente lacerato. Parte della popolazione aveva collaborato coi tedeschi, un’altra parte aveva appoggiato la Resistenza: gli episodi di giustizia sommaria si moltiplicarono a migliaia.

Nelle città dell’Italia settentrionale il giorno della liberazione fu il 25 aprile 1945. Gli alleati, sfondata la «linea gotica», avanzavano nella pianura padana. Le formazioni partigiane diedero allora l’assalto decisivo alle città ed entrarono a Torino e Milano, riuscendo in molti casi a salvare gli impianti industriali (a Genova il porto) prima che i tedeschi potessero farli saltare. Era un evento di grande valenza simbolica: i partigiani, lavoratori in armi, avevano salvato le fabbriche che la classe dirigente borghese aveva portato allo sfacelo, affidandole ai fascisti e ai tedeschi, che ora le distruggevano in fuga. Mai come allora la classe operaia si era presentata con le carte altrettanto in regola per diventare la classe dirigente del paese.

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Copertina della rivista settimanale Tempo, con una fotografia di Federico Patellani divenuta celebre.

Il 2 giugno dell’anno successivo gli italiani si espressero con un referendum a suffragio universale (comprese le donne, che votavano per la prima volta in una consultazione politica nazionale) in favore della nascita della Repubblica. Quello stesso giorno nacque l’Assemblea Costituente che nei due anni successivi compose i 139 articoli della Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948.

 

Piero Calamandrei, parlando della carta costituzionale, disse in un famoso discorso diretto ai giovani:

Dietro a ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. […] Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione.

Piero Calamandrei, Discorso agli studenti sulla Costituzione Italiana, Milano, 26 gennaio 1955.

Totalitarismi #2: L’Italia dal dopoguerra al fascismo

La crisi del dopoguerra

L’Italia aveva vinto la Prima guerra mondiale, ma molti erano i problemi da affrontare: disoccupazione, aumento dei prezzi, indebitamento dello Stato.

Grande era il malessere degli operai, che lavoravano molto e guadagnavano poco e dei contadini ai quali non erano state distribuite le terre promesse durante la guerra. Iniziarono quindi occupazioni di fabbriche e di terre che spaventarono industriali e proprietari terrieri. Nell’autunno del 1920 Giovanni Giolitti, con l’aiuto dei sindacati e dei Partito Socialista, superò momentaneamente la crisi.

A causa di questo accordo il Partito Socialista si divise e dalla parte più estremista nacque il Partito Comunista Italiano. Nello stesso periodo nascevano sindacati cattolici e il Partito Popolare Italiano di ispirazione cattolica.

I nazionalisti parlavano di «vittoria mutilata» perché l’Italia non aveva ottenuto, con i trattati di pace, la città di Fiume e la Dalmazia.

Per approfondire:

L’origine del fascismo

La crisi italiana del dopoguerra portò all’affermazione del fascismo, un movimento che univa persone di idee diverse. Il capo fu Benito Mussolini, ex socialista che nel 1919 fondò il primo «fascio di combattimento», nome copiato dall’antica Roma. I fascisti (organizzati nelle così dette squadracce) assalivano sedi di giornali, di partiti e sindacati sia di sinistra che cattolici. Non venivano puniti perché molti, anche i liberali, pensavano che i fascisti potessero soffocare la protesta sociale e allontanare il pericolo comunista.

Nell’ottobre del 1922 Mussolini organizzò la «marcia su Roma». Il re Vittorio Emanuele III non lo fermò, anzi, lo chiamò a formare il nuovo governo. Mussolini trasformò gradualmente l’Italia in una dittatura, privò il parlamento di ogni potere reale, dando il potere effettivo al Gran Consiglio del Fascismo.

Il consolidamento del regime

Il 10 giugno 1924 il socialista Giacomo Matteotti fu assassinato da sicari fascisti perché aveva denunciato alla Camera le violenze fasciste durante le elezioni di quell’anno. Da quel momento Mussolini si affermò come dittatore. Furono sciolti i partiti non fascisti; fu abolita la libertà di stampa, di parola e di associazione; gli oppositori furono mandati al confino (in paesi isolati), imprigionati, malmenati o uccisi.

Per avere il consenso della gente Mussolini utilizzò la radio e il cinema; anche la scuola fu uno strumento della propaganda fascista. Avviò un vasto programma di intervento nelle campagne con la bonifica di molti territori paludosi. Firmando nel 1929 i Patti Lateranensi conquistò anche l’appoggio della Chiesa. Il Governo fascista proclamò il cattolicesimo religione ufficiale dello Stato.

Imperialismo e colonialismo

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Moneta da 20 Lire raffigurante la testa di Vittorio Emanuele III Re e Imperatore; nel verso l’allegoria dell’Italia su di una quadriga lenta

Dopo il trattato di Versailles l’Italia aveva occupato l’Istria e Mussolini nel 1924 aveva ottenuto Fiume dalla Iugoslavia, ma non ebbe altro. Nel 1939 le truppe italiane invasero l’Albania, ma già negli anni Venti erano state occupate alcune isole greche dell’Egeo. Mussolini riprese la politica coloniale conquistando, con molta difficoltà, l’Etiopia; proclamò l’impero con Vittorio Emanuele III imperatore.

La politica del fascismo divenne sempre più razzista. Nel 1938 furono introdotte le leggi razziali, che escludevano gli ebrei dalle scuole e dall’economia, e li mettevano ai margini della società italiana.

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…e dopo il ripasso, mettiti alla prova!

Rispondi alle seguenti domande:
  1. Quali erano i problemi che l’Italia doveva affrontare?
  2. Come fu superata la crisi dell’autunno del 1920?
  3. Chi era il capo del fascismo?
  4. Cosa facevano le cosiddette squadracce?
  5. Quando Mussolini organizzò la marcia su Roma?
  6. Da chi fu assassinato Giacomo Matteotti?
  7. Quando furono firmati i Patti Lateranensi?
Vero o falso?
  1. Le terre promesse furono distribuite ai contadini.
  2. Giolitti non riuscì a superare la crisi del 1920.
  3. Il Partito Popolare Italiano era di ispirazione cattolica.
  4. I fascisti assalivano solo sindacati di sinistra.
  5. Vittorio Emanuele III fermò la marcia su Roma.
  6. Dopo la marcia su Roma il Re chiamò Giolitti a formare il nuovo governo.
  7. Mussolini rafforzò il parlamento.
  8. Mussolini bonificò molti territori paludosi.
  9. Mussolini proclamò il cattolicesimo religione di Stato.
  10. Mussolini non riuscì a conquistare l’Etiopia.
Sai spiegare il significato dei seguenti termini?
  • Partito Comunista
  • Patti Lateranensi
  • dittatura
  • Partito Popolare
  • Fascismo
  • disoccupazione
  • indebitamento
  • propaganda

Totalitarismi #1: La rivoluzione russa da Lenin a Stalin

Il crollo dell’impero zarista

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Ritratto ufficiale della famiglia imperiale, 1913. Da sinistra a destra, in piedi: la granduchessa Marija e la zarina Aleksandra Fëdorovna; seduti: la granduchessa Ol’ga, lo zar Nicola II, la granduchessa Anastasia, lo zarevič Aleksej e la granduchessa Tat’jana

L’impero russo, dopo tre anni di guerra sanguinosa (scoppiata dopo l’attentato di Sarajevo nel 1914), crollò. I soldati rifiutarono di continuare a combattere una guerra che non capivano; il popolo affamato scioperava e chiedeva pace e lavoro. Nel febbraio del 1917 (Rivoluzione di Febbraio) gli operai proclamarono lo sciopero generale; lo zar Nicola II mandò i soldati a fermarli, ma le truppe si schierarono con gli scioperanti. Lo Zar abdicò e fu proclamata la repubblica guidata da Kerenskij, un liberale moderato appoggiato dalla borghesia.

La Rivoluzione di Ottobre e la guerra civile

Operai e soldati non avevano fiducia nel nuovo governo perché troppo moderato e pronto a continuare la guerra. Tra i partiti socialisti prevalse il partito rivoluzionario bolscevico (cioè di maggioranza), guidato da Lenin; egli diede potere alle organizzazioni di operai e soldati (i soviet), promise la terra ai contadini e la fine della guerra. I bolscevichi assalirono il Palazzo d’Inverno a Pietroburgo, sede del Governo provvisorio, dando inizio alla Rivoluzione di Ottobre.

Il nuovo governo firmò con la Germania la pace di Brest-Litovsk.

Generali fedeli allo Zar organizzarono eserciti controrivoluzionari (i Bianchi). Scoppiò la guerra civile a cui parteciparono anche eserciti degli Alleati per sostenere il vecchio regime. Essi infatti temevano che la rivoluzione bolscevica si sarebbe estesa in tutta Europa. I bolscevichi schierarono l’Armata Rossa: ci furono stragi e carestie; morirono milioni di persone. La guerra civile si concluse con la vittoria dell’Armata rossa guidata da Trotskij.

Per approfondire:

  • i primi venti minuti del film Ottobre di Sergej Ejzenštejn, opera commissionata nel 1927 per il decimo anniversario della Rivoluzione.

Nasce l’Unione Sovietica

Lenin rafforzò il potere del Partito Comunista (ex bolscevico) e nacque l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (U.R.S.S.), formata da nazioni europee e asiatiche del vecchio impero zarista. Il nuovo governo abolì gli altri partiti politici instaurando così una dittatura: tutto il potere era nelle mani dei dirigenti del Partito Comunista. Questi comandavano sulle fabbriche e sulla terra, sui giornali e sull’esercito.

L’economia, diretta dal governo, produceva poco e male perché operai e contadini dovevano ubbidire a dirigenti nominati dal Partito, come ai vecchi padroni. Lenin, per superare la crisi, iniziò una Nuova Politica Economica (NEP) che permetteva ai cittadini di possedere proprietà private. Negli anni della NEP bottegai e piccoli proprietari terrieri si arricchirono creando malcontento tra gli operai delle grandi città.

L’ascesa di Stalin

Nel 1924 Lenin morì. Nella lotta per la successione alla guida del Partito si impose Stalin, che costrinse all’esilio il suo avversario politico Trotskij. Stalin mise fine alla NEP di Lenin abolendo ogni forma di proprietà privata e trasformò in pochi anni la Russia in una grande potenza industriale (attraverso i piani quinquennali). Continuò l’istruzione di massa e l’assistenza sanitaria gratuita.

Per attuare senza ostacoli il suo programma, Stalin eliminò tutti gli oppositori politici e quelle persone che secondo lui erano nemici del popolo. Organizzò campi di prigionia e di lavoro (gulag) dove furono deportati milioni di cittadini.

…e dopo il ripasso, mettiti alla prova!

Rispondi alle seguenti domande:
  1. Quando crollò l’Impero Russo?
  2. Chi era Kerenskij?
  3. Tra i partiti socialisti quale prevalse?
  4. Da chi fu assalito il Palazzo d’Inverno?
  5. Come si concluse la guerra civile?
  6. Da quali nazioni era formata l’URSS?
  7. In che anno morì Lenin?
Vero o falso?
  1. Nel febbraio del 1917 gli operai proclamarono lo sciopero generale.
  2. Lenin promise la terra ai contadini e l fine della guerra.
  3. Il nuovo governo non firmò la pace con la Germania.
  4. L’economia diretta dal governo produceva moltissimo.
  5. Lenin iniziò una Nuova Politica Economica.
  6. Negli anni della NEP bottegai e piccoli proprietari terrieri si arricchirono.
Sai spiegare il significato dei seguenti termini?
  • Partito Bolscevico
  • Soviet
  • URSS
  • NEP
  • Bianchi
  • Sciopero generale
  • Controrivoluzionario
  • Regime
  • Armata Rossa
  • Zar

Secondo Ottocento #4. Da contadini a Italiani

Le ferite del Risorgimento

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Bettino Ricasoli, primo ministro succeduto a Cavour

Dopo la nascita del Regno d’Italia governarono i seguaci di Cavour, liberali moderati, la Destra (perché nel Parlamento i liberali sedevano a destra del presidente), mentre i mazziniani e i garibaldini, la Sinistra, rinunciarono a molti loro obiettivi come la distribuzione della terra ai contadini del Sud. La Destra organizzò il nuovo Stato con regole e leggi uguali dal Nord al Sud della penisola. Spesso però utilizzò quelle del Piemonte (fenomeno che prende il nome di “piemontesizzazione”) e mandò funzionari piemontesi (i prefetti) ad amministrare i territori periferici.

La “piemontesizzazione”, le nuove tasse, il servizio militare obbligatorio, la delusione per le terre non distribuite spinsero migliaia di contadini del Sud, che era molto più povero del Nord, a ribellarsi e a saccheggiare le campagne. La Destra rispose al brigantaggio con l’esercito ed una feroce repressione.

Per approfondire:

Si completa l’Unità del Regno d’Italia

Nel 1866 l’Italia si alleò con la Prussia contro l’Austria e, nonostante fosse stata sconfitta, ottenne il Veneto (terza guerra d’indipendenza).

La breccia di Porta Pia, 20 settembre 1870 (l'immagine è una ricostruzione dell'evento poiché la fotografia fu scattata per motivi documentaristici  pochi giorni dopo: i bersaglieri sono in posa!), Archivio fotografico nazionale
La breccia di Porta Pia, 20 settembre 1870 (l’immagine è una ricostruzione dell’evento poiché la fotografia fu scattata per motivi documentaristici solo pochi giorni dopo: i bersaglieri sono in posa!), Archivio fotografico nazionale

Nel 1870 l’esercito italiano attaccò Roma, dopo che la Prussia aveva sconfitto Napoleone III, da sempre protettore del Papa. Il Lazio entrò a far parte del Regno d’Italia, Roma ne divenne la capitale. Il Papa, al quale rimaneva solo il Vaticano, vietò ai cattolici di partecipare alla vita politica.

L’Italia era fatta, ma i suoi abitanti non sentivano di appartenere ad uno stesso Paese. A farli diventare Italiani contribuì l’estensione della ferrovia, ma soprattutto le decisioni della Sinistra. Al governo dal 1876 la Sinistra rese obbligatoria la scuola elementare e aumentò il numero dei votanti: votava un Italiano su tre.

Mappa concettuale:

Per approfondire:

Industrializzazione vs. emigrazione

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Agostino Depretis, primo ministro della Sinistra storica

La Sinistra aiutò lo sviluppo dell’industria, ancora arretrata. Decise che le merci che entravano in Italia (le importazioni) dovessero pagare tasse molto alte e costassero così molto di più di quelle italiane che erano in questo modo favorite (protezionismo doganale).

Il Nord industrializzato ebbe un grande vantaggio. Gli altri Stati, in risposta al protezionismo italiano, misero forti tasse sui prodotti nazionali più tipici, come il vino e il grano. Fu sfavorito il Sud, che vendeva all’estero (cioè esportava) prodotti agricoli. Seguì una grave crisi delle campagne; molti contadini lasciarono il loro paese, andando principalmente nelle Americhe alla ricerca di un lavoro: iniziava l’emigrazione di massa.

Per approfondire:

  • Gian Antonio Stella, L’orda, quando gli albanesi eravamo noi, Rizzoli, 2002 (Contenuti multimediali qui)

Il colonialismo italiano

Menelik II imperatore d'Etiopia (1844-1913)
Menelik II imperatore d’Etiopia (1844-1913)

Anche in Italia si cominciò a parlare di conquiste territoriali, presentate come soluzione all’emigrazione. Dopo Eritrea e Somalia, l’obiettivo divenne l’Etiopia. Qui gli Italiani furono sconfitti duramente: per la prima volta una potenza coloniale europea era stata battuta da un esercito africano.

Per approfondire:

La crisi di fine secolo

Umberto I di Savoia
Umberto I di Savoia

Fu questo un periodo molto difficile, di limitazione delle libertà e di repressione delle manifestazioni popolari; si opponeva a questa politica autoritaria il Partito socialista italiano, nato nel 1892 e guidato da Filippo Turati.

La morte (1900) del re Umberto I, ucciso dall’anarchico Gaetano Bresci, chiuse questa fase.

…e dopo il ripasso, mettiti alla prova!

Rispondi alle seguenti domande:
  1. Chi governò dopo la nascita del Regno d’Italia?
  2. Come rispose la destra al brigantaggio?
  3. In che anno Roma divenne la capitale d’Italia?
  4. Che cosa fecero molti contadini in seguito alla grave crisi delle campagne?
  5. Quale partito alla fine dell’Ottocento, si opponeva alla politica autoritaria del governo?
  6. Da chi fu ucciso il re Umberto I?
Vero o falso?
  1. Dopo la nascita del Regno d’Italia governarono i mazziniani e i garibaldini.
  2. La Destra organizzò lo Stato con regole diverse da Nord a Sud.
  3. Nel 1870 l’Italia ottenne il Veneto dall’Austria.
  4. Gli abitanti dell’Italia non sentivano di appartenere allo stesso Paese.
  5. La Sinistra rese obbligatoria la scuola elementare.
  6. La Sinistra aiutò lo sviluppo dell’industria.
Sai spiegare perché…
  • il metodo usato per organizzare il Regno fu chiamato piemontesizzazione?
  • migliaia di contadini del sud si diedero al brigantaggio?
  • il Papa vietò ai cattolici di partecipare alla vita politica?
  • la Sinistra fece una politica di protezionismo doganale?
  • iniziò l’emigrazione di massa?

Secondo Ottocento #3. Il trionfo dell’Europa

Il primato dell’Europa

Nell’Ottocento un abitante della Terra su quattro era europeo. Prima nascevano molti bambini (alta natalità), ma morivano anche molte persone (alta mortalità) per le carestie e le epidemie continue. La rivoluzione industriale però aveva portato grandi progressi tecnologici e scientifici che fecero diminuire carestie ed epidemie. Ad esempio il treno permetteva di portare il grano nelle zone dove mancava; la scoperta dei microbi e l’uso dei vaccini aiutavano la lotta contro le malattie. La natalità rimase alta, diminuì la mortalità e la popolazione aumentò. Il primato dell’Europa era anzitutto demografico.

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Lucien Lefèvre, Manifesto pubblicitario per “Electricine”, 1897

Nella seconda metà dell’Ottocento si sviluppò in Europa una seconda rivoluzione industriale con progressi scientifici e tecnologici, ad esempio l’elettricità, il motore a scoppio, la bicicletta, la chimica industriale con fertilizzanti, coloranti, esplosivi. La vita cambiò profondamente.

Per approfondire:

L’Europa della ricchezza e l’Europa della povertà

L’Europa aveva il primato demografico, tecnologico e scientifico, ma anche quello economico e politico. Pensiamo all’Inghilterra, il Paese che si era industrializzato per primo e dove il benessere era più diffuso; alla Francia, la cui capitale, Parigi, era considerata la capitale della ricchezza; alla Germania che, unificata nel 1871, divenne subito una grande potenza militare.

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Michail Bakunin (1814-1876)

Esisteva, tuttavia, anche un’Europa della povertà. Nella stessa Inghilterra c’erano molti poveri che vivevano alla giornata. Erano sempre difficili le condizioni di vita dei contadini, in particolare in Russia. Proprio dalla Russia veniva un importante uomo politico, Michail Bakunin: per lui la futura società socialista doveva portare all’abolizione di ogni autorità. Il suo programma politico, l’anarchia, che prevedeva atti di terrorismo contro re e potenti, fece presa soprattutto nei Paesi più poveri.

Per approfondire:

Gli Stati Uniti d’America

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Il presidente statunitense Abraham Lincoln (1809-1865)

Nati da meno di un secolo con la guerra d’indipendenza contro la Gran Bretagna (vedi), gli Stati Uniti superarono la grave crisi della guerra civile (1861-1865) tra gli Stati del Sud, che volevano continuare ad usare gli schiavi, e gli Stati del Nord che erano antischiavisti. Divennero il secondo Paese industriale del mondo e quello che aveva leggi più democratiche, cioè più aperte alla partecipazione popolare.

Per approfondire:

Le nuove forme del colonialismo

Le potenze europee si spartiscono l'Africa come una torta, stampa satirica dell'epoca
Le potenze europee si spartiscono l’Africa come una torta, stampa satirica dell’epoca

Nella seconda metà dell’Ottocento gli Stati europei, forti della loro potenza economica e militare, si dedicarono alla conquista di nuove colonie in Asia e in Africa; volevano avere le materie prime per le loro industrie e pensavano di diffondere una civiltà “superiore”. Eppure in questa Europa così potente era già presente la causa  della futura crisi, infatti ogni Stato voleva dimostrare di essere il più forte. Restava da capire quale, tra vecchi e nuovi imperi (Impero russo, Impero d’Austria, Impero ottomano, Impero francese, Impero britannico, Secondo Reich tedesco) sarebbe riuscito a prevalere in Europa e nel mondo: la fine dell’Ottocento è detta infatti età dell’imperialismo.

Per approfondire:

E dopo il ripasso, mettiti alla prova!

Rispondi alle seguenti domande:
  1. Di che tipo era innanzitutto il primato dell’Europa?
  2. Che cosa si sviluppò in Europa nella seconda metà dell’Ottocento?
  3. Che cosa divenne la Germania dopo la sua unificazione?
  4. Che cosa diceva Michail Bakunin
  5. Che cosa divennero gli Stati Uniti?
  6. Nella seconda metà dell’Ottocento a che cosa si dedicarono gli Stati europei?
Vero o falso?
  1. Nell’Ottocento sulla Terra un abitante su quattro era europeo.
  2. La Francia era il Paese dove il benessere era più diffuso.
  3. In Europa non esisteva la povertà.
  4. L’anarchia fece presa soprattutto nei Paesi più poveri.
  5. Gli Stati del Nord degli Stati Uniti volevano usare ancora gli schiavi.
  6. Gli Stati europei erano convinti di diffondere una civiltà superiore.
Sai spiegare perché…
  • prima dell’Ottocento, anche se nascevano molti bambini, la popolazione in Europa non aumentava?
  • nell’Ottocento la popolazione aumentò notevolmente?
  • nella seconda metà dell’Ottocento la vita in Europa cambio profondamente?
  • gli Stati europei si dedicarono alla conquista di nuove colonie?
  • la fine dell’Ottocento è detta età dell’imperialismo?