Il passero solitario

Accostamento del tutto arbitrario di una composizione del sassofonista norvegese Jan Garbarek con Il passero solitario di Giacomo Leopardi. Sarà per quel titolo, Voy cantando (in spagnolo, ‘sto cantando’), che rimanda al già petrarchesco ‘cantando vai’ del v. 3, sarà… In effetti i pur flebili legami si fermano qua. Eppure, per un momento, la musica di Garbarek mi è sembrata una delle più riuscite parafrasi della poesia.

Qualche nota tecnica su quest’ultima. Il passero solitario è una canzone fuori da ogni schema, in tre lasse o strofe di endecasillabi e settenari liberamente disposti. Concepita forse intorno al 1819, quando L. aveva poco più di vent’anni, composta non prima del 1828, quando L. di anni ne aveva trenta, se non anche più tardi (ragioni metriche e stilistiche inducono i filologi a pensar così), pubblicata per la prima volta nella seconda edizione dei Canti, a Napoli nel 1835. Molte pubblicazioni in commercio tengono a ricordare in nota a questa poesia qualche parola che  L. stesso confessò in un lettera a Viesseux il 4 marzo 1826: «La mia vita, prima per necessità di circostanze e contro mia voglia, poi per inclinazione data dall’abito convertito in natura e divenuto indelebile, è stata sempre, ed è, e sarà perpetuamente solitaria, anche in mezzo alla conversazione, nella quale, per dirla all’inglese, io sono più absent di quel che sarebbe un cieco e sordo».

D’in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finché non more il giorno;
Ed erra l’armonia per questa valle.
Primavera dintorno
Brilla nell’aria, e per li campi esulta,
Sì ch’a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
Gli altri augelli contenti, a gara insieme
Per lo libero ciel fan mille giri,
Pur festeggiando il lor tempo migliore:
Tu pensoso in disparte il tutto miri;
Non compagni, non voli,
Non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;
Canti, e così trapassi
Dell’anno e di tua vita il più bel fiore.

Oimè, quanto somiglia
Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
Della novella età dolce famiglia,
E te german di giovinezza, amore,
Sospiro acerbo de’ provetti giorni,
Non curo, io non so come; anzi da loro
Quasi fuggo lontano;
Quasi romito, e strano
Al mio loco natio,
Passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch’omai cede alla sera,
Festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
Odi spesso un tonar di ferree canne,
Che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
La gioventù del loco
Lascia le case, e per le vie si spande;
E mira ed è mirata, e in cor s’allegra.
Io solitario in questa
Rimota parte alla campagna uscendo,
Ogni diletto e gioco
Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
Steso nell’aria aprica
Mi fere il Sol che tra lontani monti,
Dopo il giorno sereno,
Cadendo si dilegua, e par che dica
Che la beata gioventù vien meno.

Tu, solingo augellin, venuto a sera
Del viver che daranno a te le stelle,
Certo del tuo costume
Non ti dorrai; che di natura è frutto
Ogni vostra vaghezza.
A me, se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro,
Quando muti questi occhi all’altrui core,
E lor fia vòto il mondo, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest’anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirommi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro.

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