Leopardi in poche parole

leopardi
Giacomo Leopardi in un disegno di Tullio Pericoli

Cenni biografici

Giacomo Leopardi nacque a Recanati il 29 giugno 1798 (più o meno quando Manzoni si trasferiva a Parigi presso la madre) e morì a Napoli il 14 giugno 1837 (ancora prima che uscisse l’edizione definitiva dei Promessi Sposi).

La vita di Leopardi è tutta contrassegnata dalla sofferenza, dovuta sia alla malattia nervosa, i cui segni si annunciarono già nella sua prima giovinezza, sia alla sua profonda sensibilità, che gli fece sentire in modo drammatico le incomprensioni dell’ambiente familiare e i difficili rapporti con il luogo natio, per il quale nutrì sempre un sentimento oscillante tra l’odio e l’amore.

A Recanati Leopardi trascorse la fanciullezza e l’adolescenza, chiuso nell’immensa biblioteca del padre, dedicandosi per sette anni a quello che egli stesso definì uno “studio matto e disperatissimo”.

A vent’anni, dopo una grave malattia agli occhi che aggiunse dolore a dolore, tentò senza riuscirvi di fuggire dalla casa paterna. Solo nel 1822 ottenne dalla famiglia il permesso di recarsi a Roma, ospite degli zii materni. Il giovane Leopardi restò però deluso da questa esperienza: aveva sperato di trovare un clima culturale fervido e stimolante e invece incontrò un ambiente stagnante e repressivo, nel quale non riuscì a instaurare rapporti umani autentici.

Ritornò quindi a Recanati e nel 1825 partì per Milano, dove conobbe Alessandro Manzoni. Dopo altri soggiorni a Pisa (1828) e a Firenze (1830) strinse amicizia con il napoletano Antonio Ranieri che lo ospitò a Napoli, dove trascorse i suoi ultimi anni.

Quella di Leopardi è una poesia che riflette sulla infelicità umana. La sua riflessione, pur non organizzata in modo sistematico, segue un’evoluzione che è possibile ricostruire attraverso l’analisi dei testi. A questo scopo risultano particolarmente importanti le annotazioni contenute nei numerosi quaderni che costituiscono lo Zibaldone di pensieri. Si tratta di un diario dove Leopardi annotava in modo frammentario idee, episodi, stati d’animo e letture. Iniziò a comporlo all’età di 19 anni, nel 1817, proseguendolo fino al 1832.

Il pensiero

La poesia di Leopardi vuole indagare il senso dell’esistenza umana attraverso la ragione. Leopardi ha una concezione pessimistica della vita, che viene vista come un supplizio dominato dal dolore e dall’infelicità. Un percorso affidato in buona parte all’espressione poetica e centrato su alcuni temi (piacere, noia, dolore, natura, ragione) che fanno da filo conduttore a tutta la speculazione leopardiana.

Nel pensiero di Leopardi si distinguono solitamente tre momenti.

  • Il primo (dal 1818 al 1824) è detto del pessimismo storico, perché fondato sull’idea che l’uomo, in origine, godesse di una condizione più felice, grazie al rapporto diretto con la Natura e alle illusioni. In questo periodo Leopardi, seguendo il pensiero di Jean-Jaques Rousseau, concepiva la Natura (cioè la forza che dispone e regola la vita dell’universo) come una madre amorevole, che ci ha creati per la felicità, e attribuiva l’attuale tristezza del vivere allo sviluppo della civiltà e della ragione, limitatrice del sentimento e dell’immaginazione. Secondo questa teoria, l’uomo ha insito in sé il desiderio del piacere, ovvero della felicità (piacere e felicità per Leopardi sono sinonimi): il desiderio di un piacere infinito, sia nell’estensione che nella durata. La Natura, sapendo che l’uomo, in quanto creatura finita, non potrà mai raggiungere un piacere infinito, gli ha donato l’immaginazione, ma la ragione ha spento l’immaginazione, condannando l’uomo moderno all’infelicità. L’infelicità, quindi, è il frutto della civilizzazione, per cui la ragione è vista come il “sommo male”. In questo periodo Leopardi compose gran parte dello Zibaldone e i Piccoli idilli, 6 liriche celeberrime tra cui L’infinito.
  • Il secondo periodo (dal 1824 al 1830) è detto del pessimismo cosmico, perché è basato sull’idea che l’infelicità non sia caratteristica di una particolare condizione storica, ma che sia una condizione connaturata all’uomo e perciò ineliminabile: gli esseri viventi soffrono per il solo fatto di essere nati. In questa fase Leopardi passa dall’idea della natura come madre amorevole, a quella di una natura indifferente, che non si cura degli esseri viventi, ma solo della sua perpetuazione o addirittura matrigna, che si compiace della loro sofferenza. Il piacere è solo un’illusione, un inganno architettato dalla natura per attaccare gli esseri viventi alla vita e fare in modo che si riproducano in modo da assicurare il ciclo vitale. In questa visione, la ragione non è più concepita come “sommo male”, ma come “sommo bene”, perché permette all’uomo di scoprire l’inganno della Natura, restituendogli la propria dignità. In questo periodo Leopardi compone le Operette Morali (venti prose in cui l’autore presenta le sue idee sulla natura e sull’uomo) e i Grandi idilli, in cui la poesia si fa canto dell’animo di un singolo, ma dagli echi universali.
  • L’ultimo periodo viene chiamato del pessimismo eroico perché all’odio per la malvagità della natura si associa la volontà di resisterle eroicamente attraverso la solidarietà tra tutti gli uomini. La poesia più emblematica di questo periodo è La ginestra.

I Canti

Leopardi raccolse le sue poesie in una raccolta intitolata Canti. Il titolo Canti non ha precedenti nella tradizione lirica italiana. Con questo titolo Leopardi vuole suggerire la natura lirica della sua poesia, che è canto dell’anima. La maggior parte delle poesie della raccolta sono canzoni e idilli (l’idillio, eidullion in greco, era una forma poetica classica che consisteva in un piccolo quadretto paesaggistico di argomento pastorale).

La parola canzone rimanda alla sfera dell’udito e la parola idillio rimanda a quella della vista e proprio il vedere e l’udire sono, per Leopardi, le due facoltà principali del poeta.

Leopardi innova queste due forme poetiche rispetto alla tradizione. La canzone viene rinnovata dal punto di vista metrico (la canzone petrarchesca, diventa canzone libera leopardiana, con strofe di diversa lunghezza, libero alternarsi di endecasillabi e settenari e rime occasionali. NB. Tale svolta apre la strada al verso libero novecentesco nella tradizione metrica italiana.) Il genere dell’idillio, invece, viene rinnovato dal punto di vista contenutistico (passa da quadretto paesaggistico di argomento bucolico-pastorale a componimento che prende avvio dalla descrizione del paesaggio per sviluppare una riflessione filosofica e psicologica).

Continua…

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Il passero solitario

Accostamento del tutto arbitrario di una composizione del sassofonista norvegese Jan Garbarek con Il passero solitario di Giacomo Leopardi. Sarà per quel titolo, Voy cantando (in spagnolo, ‘sto cantando’), che rimanda al già petrarchesco ‘cantando vai’ del v. 3, sarà… In effetti i pur flebili legami si fermano qua. Eppure, per un momento, la musica di Garbarek mi è sembrata una delle più riuscite parafrasi della poesia.

Qualche nota tecnica su quest’ultima. Il passero solitario è una canzone fuori da ogni schema, in tre lasse o strofe di endecasillabi e settenari liberamente disposti. Concepita forse intorno al 1819, quando L. aveva poco più di vent’anni, composta non prima del 1828, quando L. di anni ne aveva trenta, se non anche più tardi (ragioni metriche e stilistiche inducono i filologi a pensar così), pubblicata per la prima volta nella seconda edizione dei Canti, a Napoli nel 1835. Molte pubblicazioni in commercio tengono a ricordare in nota a questa poesia qualche parola che  L. stesso confessò in un lettera a Viesseux il 4 marzo 1826: «La mia vita, prima per necessità di circostanze e contro mia voglia, poi per inclinazione data dall’abito convertito in natura e divenuto indelebile, è stata sempre, ed è, e sarà perpetuamente solitaria, anche in mezzo alla conversazione, nella quale, per dirla all’inglese, io sono più absent di quel che sarebbe un cieco e sordo».

D’in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finché non more il giorno;
Ed erra l’armonia per questa valle.
Primavera dintorno
Brilla nell’aria, e per li campi esulta,
Sì ch’a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
Gli altri augelli contenti, a gara insieme
Per lo libero ciel fan mille giri,
Pur festeggiando il lor tempo migliore:
Tu pensoso in disparte il tutto miri;
Non compagni, non voli,
Non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;
Canti, e così trapassi
Dell’anno e di tua vita il più bel fiore.

Oimè, quanto somiglia
Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
Della novella età dolce famiglia,
E te german di giovinezza, amore,
Sospiro acerbo de’ provetti giorni,
Non curo, io non so come; anzi da loro
Quasi fuggo lontano;
Quasi romito, e strano
Al mio loco natio,
Passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch’omai cede alla sera,
Festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
Odi spesso un tonar di ferree canne,
Che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
La gioventù del loco
Lascia le case, e per le vie si spande;
E mira ed è mirata, e in cor s’allegra.
Io solitario in questa
Rimota parte alla campagna uscendo,
Ogni diletto e gioco
Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
Steso nell’aria aprica
Mi fere il Sol che tra lontani monti,
Dopo il giorno sereno,
Cadendo si dilegua, e par che dica
Che la beata gioventù vien meno.

Tu, solingo augellin, venuto a sera
Del viver che daranno a te le stelle,
Certo del tuo costume
Non ti dorrai; che di natura è frutto
Ogni vostra vaghezza.
A me, se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro,
Quando muti questi occhi all’altrui core,
E lor fia vòto il mondo, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest’anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirommi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro.