I rapporti di forza tra i personaggi dei “Promessi sposi”

Il “sistema dei personaggi” dei Promessi sposi mette in luce il romanzo come un’opera costruita sui rapporti di forza [1]. L’ossatura della trama è assolutamente funzionale, secondo uno schema à la Propp, e «non esiste racconto più funzionale della fiaba in cui c’è un obiettivo da raggiungere malgrado gli ostacoli frapposti da personaggi oppositori e mediante il soccorso di personaggi aiutanti, e l’eroe e l’eroina non hanno altro da pensare che a fare le cose giuste e ad astenersi dalle cose sbagliate» [2].

promessi sposi

I protagonisti sono i due giovani promessi sposi: Renzo e Lucia. La macchina narrativa, tuttavia, è così complessa che non può gravare sulle sole spalle di un filatore di seta e di un’umile montanara: attorno ad essi gira un mondo intero e Manzoni costruisce un sistema dei personaggi tanto articolato, quanto equilibrato. Volendo sintetizzare all’estremo, i due protagonisti, per raggiungere l’obiettivo di sposarsi, ricorrono a due grandi personaggi di aiuto o protettori: nella prima parte fra Cristoforo, a cui si aggiunge, nella seconda il cardinale Federigo Borromeo.

A questi si oppongono don Rodrigo, cui si aggiunge poi l’Innominato: essi sono dunque gli oppressori, che rappresentano la violenza e l’ingiustizia del potere sociale. Per contrastare il matrimonio essi si servono, come strumenti, prima di don Abbondio, malgré lui connivente [3], poi di Gertrude. Il momento di svolta del romanzo si ha quando l’Innominato, con tutta la sua forza, passa dal campo degli oppressori a quello dei protettori.

Gli otto personaggi principali si dispongono dunque in coppie anzitutto per similarità: Renzo e Lucia sono le vittime, fra Cristoforo e il cardinal Federigo sono i protettori e, insieme, i rappresentanti della Chiesa “buona”; don Abbondio e la monaca di Monza sono gli strumenti degli oppressori e i rappresentanti della Chiesa “cattiva”; don Rodrigo e l’Innominato (solo agli inizi, quest’ultimo) gli oppressori, esponenti del potere sociale:

Vittime

Protettori Falsi aiutanti Oppressori
Renzo

Lucia

fra Cristoforo

Federigo Borromeo

don Abbondio

Gertrude

don Rodrigo

Innominato

Si possono stabilire anche coppie per opposizione: Renzo è in opposizione a don Rodrigo (ne è il rivale e sogna più volte di ucciderlo) e Lucia all’Innominato da cui viene fatta rapire. Renzo si oppone anche a don Abbondio, in quanto strumento di don Rodrigo e Lucia a Gertrude in quanto strumento dell’Innominato. Anche i protettori entrano in antitesi con gli oppressori o con i loro strumenti: così fra Cristoforo si oppone a don Rodrigo e il cardinale a don Abbondio.

Renzo

vs. don Rodrigo, don Abbondio

Lucia

vs. Innominato, Gertrude

Fra Cristoforo

vs. don Rodrigo

Federigo Borromeo

vs. don Abbondio

Gli otto personaggi rappresentano, esattamente per metà, il mondo laico (Renzo e Lucia, don Rodrigo e l’Innominato) e, per l’altra metà, il mondo ecclesiastico; questi ultimi sono distribuiti per coppie antitetiche: da un lato si oppongono fra loro, senza mai incontrarsi, i due rappresentanti di una Chiesa povera e popolare, fra Cristoforo e don Abbondio, dall’altro i due rappresentanti della Chiesa potente, il cardinale e la monaca di Monza.

Queste schematizzazioni hanno il fine di fornire l’idea dell’equilibrio nel romanzo, costruito su un sistema complesso ma anche estremamente vigoroso ed eloquente, di pesi e di contrappesi, di forze e di controforze. Il sistema di similarità e contraddizioni non è infatti un puro artificio ma serve a comunicare un messaggio ideologico, tutto giocato sul contrasto fra bene e male e sull’esemplarità dei “buoni” e dei “cattivi”. «Attorno a Renzo e Lucia e al loro contrastato matrimonio le forze in gioco si dispongono in una figura triangolare che ha per vertici tre autorità: il potere sociale, il falso potere spirituale e il potere spirituale vero. Due di queste forze sono avverse e una propizia: il potere sociale è sempre avverso, la Chiesa si divide in buona e cattiva Chiesa, e l’una s’adopera a sventare gli ostacoli frapposti dall’altra. Questa figura triangolare si presenta due volte sostanzialmente identica: nella prima parte del romanzo con Don Rodrigo, Don Abbondio e fra Cristoforo, nella seconda con l’Innominato, la Monaca di Monza e il cardinal Federigo» [4].

Allargando il quadro dal microcosmo dei personaggi al macrocosmo delle entità a loro superiori, a queste figure triangolari si può sovrapporre un terzo stadio che ha per vertici la storia umana (malgoverno, guerre, sommosse), la natura abbandonata da Dio (carestia) e la giustizia divina (la peste).

Lo schema con la figura dei triangoli sovrapposti può ben illustrare questa complessiva visione del mondo:

schema promessi sposi

Note

[1] Italo Calvino, “I promessi sposi”: il romanzo dei rapporti di forza, in Id., Una pietra sopra – Discorsi di letteratura e società, Mondadori, Milano, 1995, pp. 322-335.

[2] Ivi, p. 328.

[3] Cfr. Angelo Marchese (a cura di), I promessi sposi, Arnoldo Mondadori, Milano, 1987, p. 31: «Il progetto matrimoniale di Renzo e Lucia è impedito dal contro-progetto di don Rodrigo, l’antagonista; don Abbondio, che come sacerdote ha il compito di celebrare le nozze, adempie alla funzione narrativa del falso aiutante: subendo passivamente l’intimidazione dei bravi […] egli diventa connivente, collaboratore indiretto, e suo malgrado, del piano immorale dell’antagonista: nascostamente un oppositore».

[4] Italo Calvino, “I promessi sposi”: il romanzo dei rapporti di forza, cit., p. 327.

Perpetua (e don Abbondio)

La figura di Perpetua appare, attraverso una descrizione di poche righe, nelle ultime pagine del primo capitolo:

Era Perpetua […] la serva di don Abbondio: serva affezionata e fedele, che sapeva ubbidire e comandare, secondo l’occasione, tollerare a tempo il brontolio e le fantasticaggini del padrone, e fargli a tempo tollerare le proprie, che divenivan di giorno in giorno più frequenti, da che aveva passata l’età sinodale dei quaranta, rimanendo celibe, per aver rifiutato tutti i partiti che le si erano offerti, come diceva lei, o per non avere mai trovato un cane che la volesse, come dicevan le sue amiche.

perpetuaCome gran parte dei personaggi minori nei riguardi dei maggiori, la figura di Perpetua, rappresentata con la solita acutezza manzoniana, ha anche la funzione di apportare nuove note di comicità al personaggio di don Abbondio, al quale è messa accanto nella sua mansione di serva fedele. Perpetua è talmente legata alla figura del curato che è impossibile pensare a un don Abbondio senza Perpetua: pronta, impudente, petulante, sfacciata, è proprio quello che il suo padrone non avrebbe voluto, eppure al tempo stesso rappresenta il necessario pendant di don Abbondio, un suo «complemento inseparabile» [1]. Il curato, del resto, ha bisogno di lei per sfogarsi, soprattutto nella terribile circostanza in cui si trova dopo l’incontro con i bravi.

Nella scena dialogata tra don Abbondio e Perpetua del primo capitolo (la seconda dopo quella di don Abbondio e i bravi) siamo in presenza di un capolavoro dell’umorismo manzoniano, che qui si cimenta in un crescendo di teatrale gestualità (dal lasciarsi andare di don Abbondio tutto ansante sul suo seggiolone al conclusivo, scongiurante dito sulla bocca), mentre al centro della rappresentazione è Perpetua con la rude concretezza del suo linguaggio e con il famoso “parere”, tanto semplice quanto impensabile per il terrorizzato padrone.

A prima vista questo personaggio femminile potrebbe apparire come un’ennesima variante di una tipica figura della commedia dell’arte, la serva padrona, e un motivo convenzionale può essere quello della zitella risentita del fatto di non essersi sposata (e sulle maldicenze delle “amiche” farà leva Agnese nel colloquio notturno del cap. VIII); ma il personaggio trascende il tipo per la vivacità delle movenze e del linguaggio, per la verve comaresca e il sano realismo che ne caratterizzano l’indole genuinamente popolare.

Perpetua è sicura nei giudizi e fa da contraltare, con la sua forza e il suo spirito ardimentoso, all’estrema debolezza del padrone. Tuttavia il suo coraggio si ferma al solo proposito: sebbene in ogni suo atto o parola la serva sia animata dalle migliori intenzioni, le sue iniziative sono destinate a fallire per colpa del suo temperamento, non sempre così fermo alla prova, come i consigli sicuri che impartisce potrebbero lasciar credere. È una donna di paese, e come tale è in possesso di tutti i difetti che caratterizzano le comari di villaggio: in particolare la curiosità pettegola e la tendenza alla chiacchiera, difetti che la tradiranno, pur nelle sue buone intenzioni.

Così nell’episodio in analisi estorce a don Abbondio, che ha del resto altrettanta voglia di parlare quanto lei di ascoltare, il segreto delle sue paure per potergli essere di conforto; poi, sempre nell’intento di difendere il suo padrone, lascia trapelare a Renzo qualcosa di segreto, che le è stato gelosamente confidato.

Se messa a paragone con un’altra donna di villaggio, Agnese, vediamo che a quest’ultima un’esperienza più completa di vita le ha insegnato maggiore prudenza e accortezza. Agnese – diversamente dalla serva di don Abbondio – non perde mai di vista lo scopo che si prefigge, cioè il bene dei suoi cari, la figlia Lucia e il futuro genero Renzo, e per far ciò mette in atto tutta l’astuzia di cui è capace. Sfrutta abilmente il punto debole di Perpetua – la tendenza alla chiacchiera e una certa suscettibilità di zitella – dimostrando di saper conoscere le debolezze dell’animo umano.

Persino don Abbondio conta sulla loquacità di Perpetua, quando desidera far sapere al paese, e nel modo meno compromettente, che in tutta la faccenda della liberazione di Lucia lui non c’entrava affatto. Il curato sa bene che nessun avvenimento, di cui la serva fosse stata messa al corrente, poteva rimanere segreto, ma sarebbe sicuramente trapelato come il vino molto giovane in una botte troppo vecchia, che «se non manda il tappo per aria, gli geme all’intorno, e vien fuori in ischiuma, e trapela tra doga e doga, e gocciola di qua e di là, tanto che uno può assaggiarlo, e dire a un di presso che vino è» (cap. XI).

Don Abbondio, tuttavia, inizia a conoscere bene Perpetua solo quando l’evidenza dei fatti lo pone di fronte alla constatazione che la sua serva non gli dava consigli di poco conto: il curato deve pentirsi del tono di sufficienza che usa con lei, quando, durante il colloquio con Federigo Borromeo, si accorge che il parere datogli da Perpetua coincide con quello del cardinale (cap. XXV).

Torniamo all’analisi della scena dialogata tra don Abbondio e Perpetua nel primo capitolo. Don Abbondio, giunto alla porta di casa sua, apre, entra, richiude diligentemente la porta. Le tre mosse sono marionettistiche ed esplodono nel grido iterato di “Perpetua! Perpetua!”, come la scarica di una tensione arrivata al suo punto estremo. Perpetua rappresenta per il curato il suo rifugio. Notiamo che nella descrizione della serva è il suo carattere a prevalere tra le caratteristiche – non abbiamo informazioni relative al suo aspetto, possiamo solo accontentarci di sapere che ha passato l’età dei quarant’anni. Questo carattere presenta significative ambivalenze: Perpetua è una serva affezionata e fedele che sa sia ubbidire, sia comandare, sa tollerare il caratteraccio di don Abbondio e sa anche far tollerare il suo. Il ritratto, destinato ad arricchirsi di tratti coloriti nel corso del romanzo, mette in luce soprattutto il rapporto di interdipendenza che lega reciprocamente la serva al curato. (De Sanctis definiva la serva il due di don Abbondio, nel senso che l’uomo pauroso ha sempre bisogno del suo due, di qualcuno cioè che l’incoraggi). Notiamo, infine, che gli occhi di Perpetua hanno un attributo qualitativo (occhi esperti) che denota da un lato la familiare conoscenza che lei ha del padrone, dall’altro la bramosia di carpire il segreto di tanto sgomento (guardandolo fisso, quasi volesse succhiargli dagli occhi il segreto).

Nella prima parte del dialogo, così stretto, a battute incalzanti si assiste a una lotta tra i due, Perpetua che vuole sapere e don Abbondio che muore dalla voglia di dire se non lo trattenesse la paura. Alla calma quasi aggressiva e comunque dominatrice di lei fa contrasto l’agitazione di don Abbondio che giunge quasi alla massima esasperazione con quel “Ne va la vita” che rimbalza dalla bocca del curato a quella di Perpetua come un’eco amplificante. Perpetua ha il vizio di spettegolare e rendere la notizia più riservata di dominio pubblico. Don Abbondio lo sa bene e inizia a ricordarle precedenti episodi, sicuramente meno gravi di questo. Di fronte a queste parole la serva cambia tattica e tono di voce: sceglie la via della persuasione e vi insiste con crescente astuzia, mista a dolcezza dopo aver schivato il rimprovero del padrone.

Il dialogo ha un’interruzione: in realtà i due continuano a discutere ma il narratore adotta una diversa tecnica. Attraverso un riassunto di dialogo (sommario) che sarebbe stato superfluo ripetere nell’articolazione diretta delle sue battute, perché noi lettori ne possiamo bene comprendere il contenuto, il curato confida finalmente ciò che è accaduto. Pronunciato quel nome (don Rodrigo!) sembra che don Abbondio si sia liberato da un peso non più sopportabile. La mimica del personaggio non cessa di essere d’effetto umoristico. Perpetua a quel nome non si spaventa, anzi gratifica don Rodrigo con un climax di irrisioni (“Che birbone! Che soverchiatore! Che uomo senza timor di Dio!”) che spaventano ancora di più il povero don Abbondio, disperato che qualcuno possa sentire. Perpetua, invece, non perde il suo sangue freddo sino a proporgli il suo bravo parere: andare a denunciare il fatto al proprio arcivescovo. Miglior parere di questo la serva fedele non avrebbe potuto dare, ma perché questo potesse essere preso sul serio bisognava che il curato non fosse di quella pasta. Ricorrere al cardinale Borromeo, d’altra parte, sarebbe stato anche come mettere subito la parola “fine” ai Promessi sposi! Certo, se don Abbondio fosse stato un sacerdote coraggioso non avrebbe rifiutato il consiglio, ma l’umorismo della scena nasce proprio da questo contrasto, dalla calma di Perpetua e dalle reiterate ingiunzioni di tacere di don Abbondio. Dovranno passare molte peripezie perché questo parere di Perpetua venga riconosciuto valido e confermato dalle stesse parole del Cardinale.

Al termine di questa concitata discussione il nostro Abbondio si ritira nella sua camera, col lume in mano, ripetendo per tre volte “Ci vuol altro”. La comicità manzoniana, sparendo la marionetta, si scioglie in un sentimento vicino alla compassione.

Scarica il pdf estratto dal romanzo: Don Abbondio e Perpetua

Note

[1] Angelo Marchese (a cura di), I promessi sposi, Arnoldo Mondadori, Milano, 1987, p. 26, nota.

Sei personaggi dei “Promessi sposi”

don abbondio

  • Nome: Don Abbondio
  • Ruolo: Don Abbondio è uno dei rappresentanti del ceto ecclesiastico. È un parroco di paese troppo preoccupato a risolvere i propri problemi per essere il punto di riferimento dei suoi compaesani.
  • Presentazione: Incontriamo don Abbondio nel cap. I del romanzo, dove l’autore ci dà l’opportunità di comprendere meglio il personaggio grazie ad una breve digressione storica sulla sua vita.

Don Abbondio (il lettore se n’è già avveduto) non era nato con un cuor di leone. Ma, fin da’ suoi primi anni, aveva dovuto comprendere che la peggior condizione, a que’ tempi, era quella d’un animale senza artigli e senza zanne, e che pure non si sentisse inclinazione d’esser divorato. […] Il nostro Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’esser in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva quindi assai di buon grado ubbidito ai parenti che lo vollero prete. […] Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel cedere in quelli che non poteva scansare. Neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui…

  • Ritratto psicologico:  La storia di don Abbondio è la storia della sua paura e delle varie e diversissime manifestazioni attraverso le quali questa sua debolezza si rivela. Sotto tale aspetto, il personaggio viene studiato dall’autore con sottile penetrazione e sorridente arguzia, e con una tale sicurezza di tratti da fare di lui una delle figure più famose del romanzo. La vita di don Abbondio si svolge tutta nell’orbita di un personaggio, don Rodrigo, e sotto l’influsso di un incomodo difetto, la paura: paura quindi di don Rodrigo, delle sue minacce e della sua forza. La nostra conoscenza di don Abbondio ha inizio quando, durante la sua famosa passeggiata serale, si incontra con due bravi di don Rodrigo, e da lui ci congediamo quando, esultante per la morte del tiranno, si decide finalmente di unire i due giovani in matrimonio. Manzoni, nonostante l’uso dell’ironia come arma di disapprovazione per l’atteggiamento superficiale di don Abbondio nei confronti della religione, in tutto il romanzo non è mai aspro con lui («il nostro don Abbondio»), poiché in caso contrario, probabilmente, l’asprezza avrebbe sminuito la comicità del personaggio. Egli fa strazio del suo personaggio ma nello stesso tempo è indulgente verso le sue debolezze. Don Abbondio non è un uomo cattivo, perché, per essere cattivi, occorre una buona dose di intraprendenza e coraggio, quasi quanta ne è richiesta per essere integralmente e cristianamente buoni. Ma don Abbondio non è neppure buono. Egli vive in un mondo tutto suo, costretto nella paura; soffre e si arrovella, e passa momenti che non si augurerebbero a nessuno. È un personaggio che non riesce a imparare dalle vicende che lo colpiscono. Egli non solo teme il pericolo, ma vede ostacoli e insidie anche dove non ci sono, e si crea pregiudizi e timori infondati, rinchiudendosi in un ottuso egoismo, che gli impedisce, nel modo più assoluto, di distinguere con serenità il bene dal male.

 

  • don rodrigoNome: Don Rodrigo
  • Ruolo: Don Rodrigo è l’antagonista della storia, colui che si pone contro i protagonisti e dà origine a tutta la vicenda e alle conseguenze subite dagli altri personaggi.
  • Presentazione e descrizione fisica: Sebbene sia colui che, con il suo agire avventato e prepotente, rende possibile tutta la vicenda, è l’unico personaggio di cui non ci venga fatta una presentazione vera e propria, né fisica, né morale. Lo conosciamo solo attraverso i simboli e gli attributi della sua forza e dell’autorità, e attraverso il suo agire, o meglio le conseguenze del suo agire. Egli tuttavia è sempre presente immaterialmente, quando non lo è fisicamente, come il cattivo genio di tutta l’azione. Appare sin dall’inizio tramite le parole dei bravi e il racconto di Lucia, ma la sua vera comparsa fisica è nel cap. V:

Don Rodrigo […] era lì in capo di tavola, in casa sua, nel suo regno, circondato d’amici, d’omaggi, di tanti segni della sua potenza, con un viso da far morire in bocca a chi si dia una preghiera, non che un consiglio, non che una correzione, non che un rimprovero…

  • Ritratto psicologico: Per quanto riguarda la psicologia di Don Rodrigo, egli compie il male semplicemente perché è sicuro che la sua posizione sociale e gli appoggi di persone molto influenti e poco scrupolose gli garantiscano l’impunità, e perché, nella sua assenza d’ogni principio morale, egli conosce solo una legge: quella del più forte, o meglio del più potente e prepotente, perché le altre leggi, quelle codificate, sa di poterle violare a suo piacimento. Ma, pur essendo un malvagio, non ha il coraggio delle proprie azioni, perché si preoccupa di salvare le apparenze, come vediamo in parecchie circostanze, ad esempio nello sgomento che prova dopo il fallito tentativo di rapimento di Lucia, operato dal Griso. È un piccolo tiranno di campagna, che non è preparato ad accettare le conseguenze delle sue azioni, e quindi non sa essere grande neppure nel male: non si ferma davanti a nessun ostacolo e per un futile capriccio mette in atto le più cocciute prepotenze e osa le più assurde spregiudicatezze. Coinvolge Egidio e Gertrude, ricorre al conte zio, giunge infine all’Innominato, dimostrando in questa progressiva scelleratezza un risvolto di debolezza e sudditanza psicologica. Da un certo punto di vista, Don Rodrigo può essere considerato un personaggio statico: non cambia, né nel bene, né nel male: non è la testardaggine che lo induce a persistere nel suo “scellerato disegno”, bensì le beffarde parole del cugino, il conte Attilio. Probabilmente Don Rodrigo desidererebbe, in cuor suo, abbandonare l’impresa, che però è costretto a condurre fino in fondo, per una questione di puntiglio e di banale principio dell’onore.

 

  • renzoNome: Renzo Tramaglino
  • Ruolo: Renzo è il protagonista della storia, e rappresenta il ceto popolare che, nel suo caso specifico, subisce una trasformazione dal negativo al positivo.
  • Presentazione e descrizione fisica: Manzoni presenta Renzo tramite un breve ritratto diretto all’inizio del cap. II, procurandoci una breve descrizione:

Lorenzo, o come dicevan tutti, Renzo non si fece molto aspettare […]. Era fin dall’adolescenza, rimasto privo de’ parenti, ed esercitava la professione di filatore di seta, ereditaria, per dir così, nella sua famiglia […] Oltre di questo possedeva Renzo un poderetto che faceva lavorare e lavorava egli stesso, quando il filatoio stava fermo; in modo che, per la sua condizione, poteva dirsi agiato[…]. Comparve davanti a don Abbondio, in gran gala, con penne di vario colore al cappello, col suo pugnale dal manico bello, nel taschino dei calzoni, con una cert’aria di festa e nello stesso tempo di braveria, comune allora anche agli uomini più quieti…

  • Ritratto psicologico: Renzo, di indole buona, ha tuttavia un temperamento impetuoso, incline a scatti e ribellioni improvvise («un agnello se nessun lo tocca – pensa di lui don Abbondio – ma se uno vuol contraddirgli…ih!»): scatti e ribellioni che presto vengono e presto si dissipano e si calmano. Si tratta quindi d’esuberanza più che di prepotenza, di vivacità unita ad un’ingenuità talvolta fanciullesca. Renzo, poi, non è privo di una naturale intelligenza e furberia, che si rivelano particolarmente infallibili nei momenti più critici. Renzo non pensa al male, è anzi incline a giudicare il suo prossimo con ottimismo; ma, quando è ben certo d’esser fatto segno al sopruso e alla prepotenza, si ribella, mettendo in moto tutta la sua intelligenza. Renzo nel corso della storia subisce una evoluzione. Il suo processo di formazione, si attua attraverso due esperienze: la sommossa e la Milano appestata. Grazie a questi momenti, Renzo comprende la vanità delle pretese umane, e si rassegna alla volontà di Dio. Fondamentali per questa trasformazione sono la notte passata sull’Adda, in cui Renzo fa il bilancio degli errori commessi durante la sommossa, e il perdono concesso a Don Rodrigo in agonia nel lazzaretto.

 

  • luciaNome: Lucia Mondella
  • Ruolo: La protagonista femminile del romanzo è una figura di giovane donna, le cui caratteristiche fisiche sono tra le meno appariscenti che ci sia dato attribuire ad un soggetto umano e ad un personaggio del romanzo.
  • Presentazione e descrizione fisica: Lucia ci viene presentata in modo diretto, con la sua descrizione in abito da sposa, nel cap. II.

Lucia usciva in quel momento tutta attillata dalle mani della madre. Le amiche si rubavano la sposa, e le facevan forza perché si lasciasse vedere; e lei s’andava schermendo, con quella modestia un po’ guerriera delle contadine, facendosi scudo alla faccia col gomito, chinandola sul busto, e aggrottando i lunghi e neri sopraccigli, mentre però la bocca s’apriva al sorriso. I neri e giovanili capelli, spartiti sopra la fronte, con una bianca e sottile dirizzatura, si ravvolgevan, dietro il capo, in cerchi moltiplici di trecce, trapassate da lunghi spilli d’argento, che si dividevano all’intorno, quasi a guisa de’raggi d’un’aureola, come ancora usano le contadine del Milanese. Intorno al collo aveva un vezzo di granati alternati con bottoni d’oro a filigrana: portava un bel busto di broccato a fiori, con le maniche separate e allacciate da bei nastri: una corta gonnella di filaticcio di seta, a pieghe fitte e minute, due calze vermiglie, due pianelle, di seta anch’esse, a ricami. Oltre a questo, ch’era l’ornamento particolare del giorno delle nozze, Lucia aveva quello quotidiano d’una modesta bellezza, rilevata allora e accresciuta dalle varie affezioni che le si dipingevan sul viso: una gioia temperata da un turbamento leggiero, quel placido acoramento che si mostra quand’in quando sul volto delle spose, e, senza scompor la bellezza, le dà un carattere particolare…

  • Ritratto psicologico: Il ritratto della sposa è in ogni particolare stupendo, specialmente dove la vediamo schermirsi con quella modestia un po’ guerriera delle contadine, modestia che la contraddistingue e che è confermata in molti punti del romanzo: ma oltre a questi particolari minuziosi non abbiamo precise indicazioni sul suo aspetto. La caratteristica principale di Lucia è la fede: una fede intrinseca, basata sul principio della Provvidenza, che aiuta coloro che fanno il bene. In Lucia c’è uno spontaneo rifiuto della violenza, un abbandono fiducioso, totale alla volontà di Dio. Proprio per questo, Lucia è vista di solito come un personaggio statico, che non subisce trasformazioni nel corso della vicenda, perché “non ha bisogno di imparare nulla”. Nonostante subisca soprusi in tutta la vicenda del romanzo, Lucia non si dà per vinta: non è un personaggio passivo, anzi si oppone con tanta forza e decisione a tutto ciò che la sua coscienza non può tollerare; è attiva in una sola direzione, quella del bene, e le sue armi sono la fede, la preghiera, la speranza.

 

  • federigo borromeoNome: Cardinal Federigo Borromeo
  • Ruolo: Il cardinale assume il ruolo di aiutante, permettendo la realizzazione del riscatto religioso e morale dell’Innominato, che libererà Lucia.
  • Presentazione: Manzoni, per evidenziare l’importanza di questo personaggio, ne descrive la vita nel cap. XXII, e rappresenta la vita del cardinale con una metafora del ruscello:

Federigo Borromeo, nato nel 1564, fu degli uomini rari in qualunque tempo, che abbiano impiegato un ingegno egregio, tutti i mezzi di una grand’opulenza, tutti i vantaggi di una condizione privilegiata, un intento continuo, nella ricerca e nell’esercizio del meglio. La sua vita è come un ruscello, che, scaturito limpido dalla roccia, senza ristagnare, né intorbidirsi mai, va limpido a gettarsi nel fiume… Persuaso che la vita non è già destinata ad essere un peso per molti, e una festa per alcuni, ma per tutti un impiego, del quale ognuno renderà conto, cominciò da fanciullo a pensare come potesse render la sua utile e santa.

  • Ritratto psicologico: Modesto, frugale, umilissimo, il cardinale deve lottare contro il suo stesso ambiente per affermare i suoi principi. Ma è una lotta incruenta, che con le armi della carità e dell’esempio portano a una vita integralmente cristiana. Instancabile nell’operare il bene, egli trova anche il tempo di dedicarsi agli studi, applicandosi talmente da essere considerato uno degli uomini più dotti dell’epoca… Queste le notizie biografiche che ci fornisce il Manzoni. Ma, più che da questa presentazione, la figura del cardinale trae la sua realtà artistica da altri elementi. Personaggi eccelsi per qualche virtù, ne troviamo più d’uno nel romanzo (basti pensare a fra Cristoforo o all’Innominato dopo la conversione), ma la loro bontà è sempre una conquista, frutto di un interno travaglio, di un’esperienza purificatrice. C’è sempre, insomma, il dramma spirituale. Il Cardinale, invece, è libero completamente da ogni umana debolezza: è integro, magnanimo, perfetto.

 

  • innominatoNome: Innominato
  • Ruolo: Il ruolo dell’Innominato è un ruolo-chiave di tutta la vicenda perché passa dal ruolo di antagonista a quello di aiutante, lasciando libera Lucia imprigionata nel suo castello.
  • Presentazione e descrizione fisica: In seguito alle anticipazioni di Don Rodrigo, la presentazione dell’Innominato avviene nel cap. XIX:

Un terribile uomo. Di costui non possiam dire né il nome, né il cognome, né un titolo, e nemmeno una congettura sopra nulla di tutto ciò. […] un tale che, essendo de’ primi tra i grandi della città, aveva stabilita la sua dimora in una campagna, situata sul confine; e lì, assicurandosi a forza di delitti, teneva per niente i giudizi, i giudici, ogni magistratura, la sovranità; menava una vita affatto indipendente; ricettatore di forusciti, foruscito un tempo anche lui; poi tornato, come se niente fosse […]. Fare ciò ch’era vietato dalle leggi, o impedito da una forza qualunque; esser arbitro, padrone negli affari altrui, senz’altro interesse che il gusto di comandare; esser temuto da tutti, aver la mano da coloro ch’eran soliti averla dagli altri; tali erano state in ogni tempo le passioni principali di costui.

  • Ritratto psicologico: L’Innominato è una delle figure psicologicamente più complesse e interessanti del romanzo. Figura storicamente esistita, riceve dalla rielaborazione artistica di Manzoni una vita autonoma e una interiorità coerente e compiuta. Il dramma dell’Innominato si svolge tutto nell’interno del suo spirito, ed è seguito, nel suo nascere e nel suo sviluppo, con un occhio acuto e scrutatore, che si muove nei meandri dell’anima. Il personaggio, nella rappresentazione fatta dall’autore, non ci si presenta, fin dal principio, come il malvagio spregevole e ripugnante; quella stessa grande, raccolta paura che induce la folla a far spazio rispettosamente al suo passaggio, incute timore più che ribrezzo. Conserva, nella sua posizione di “ribelle”, qualcosa di regale e maestoso, come di chi ha creato, anche su presupposti di violenza, una propria legge, e ha raggiunto, attraverso l’immunità ottenuta dalla forza, una propria libertà. L’uomo che, libero da vincoli, difende con coraggio estremo una causa anche ingiusta, desta sempre un sentimento che, se non si può chiamare ammirazione, ne assomiglia molto. L’Innominato è grande anche nel male, superiore di parecchio ai piccoli malvagi tiranni della razza di Don Rodrigo. Solo in un animo simile, svincolato a ogni compromesso, incapace di vie di mezzo, una crisi interiore può portare ad una trasformazione integrale. Quando egli fa la sua entrata nel romanzo, tale crisi è già iniziata, e appare ancora in forma incosciente: un’inquietudine, un disgusto, un fastidio, che si faranno a poco a poco coscienza durante la famosa notte della sua conversione. La crisi tocca il fondo della disperazione, ma il pensiero dell’aldilà, il pensiero di Dio («…E se c’è quest’altra vita…!»), e più le parole di Lucia («Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia!»), determinano la sua risoluzione.

La trama dei “Promessi sposi” capitolo per capitolo

Spoiler alert: il titolo dell’articolo che stai per leggere dovrebbe già metterti in guardia. Non è mia intenzione rovinarti il piacere della lettura di questo incredibile romanzo: quindi, se stai leggendo I promessi sposi per tuo diletto o se sei in procinto di farlo, non leggere oltre il qui presente post. Spero che questo abbozzo di trama sia cosa gradita, invece, qualora ti serva per un ripasso e per non perderti nei meandri del racconto che, spesso, nelle antologie è orrendamente decurtato e, per questo, quasi inutile. Purtroppo, e molto probabilmente perché si studia a scuola, questo bel librone è uno dei testi più detestati di sempre… Povero Manzoni!

I_promessi_sposi_-_2nd_edition_cover

  • Cap. 1. 1628. Due bravi di don Rodrigo, signorotto locale, intimano a don Abbondio, curato del paese di ***, nel contado di Lecco, di non celebrare le nozze fra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, di cui don Rodrigo si è invaghito. Don Abbondio promette obbedienza e silenzio. Tragicomico colloquio con la serva Perpetua.
  • Cap. 2. Costretto da Renzo a rivelargli i motivi per cui rifiuta di celebrare il suo matrimonio, don Abbondio si dà per malato e si barrica in casa. Renzo, meditando fantasie di vendetta contro don Rodrigo, si reca a informare Lucia dell’accaduto.
  • Cap. 3. Renzo consulta il dottor Azzecca-garbugli, che rifiuta di aiutarlo, per non mettersi in urto con don Rodrigo.
  • Cap. 4. Si narrano le vicende che hanno trasformato il giovane Lodovico di un tempo, generoso, ma violento e impulsivo, in fra Cristoforo, votato all’espiazione della sua antica colpa, alla difesa dei poveri e degli oppressi.
  • Cap. 5. Informato di quanto è accaduto a Renzo e Lucia, fra Cristoforo si reca a casa di don Rodrigo per parlargli e deve assistere alle fatue conversazioni dei suoi commensali.
  • Cap. 6. Drammatico colloquio tra il frate e don Rodrigo, in seguito al quale padre Cristoforo è cacciato dal castello. Agnese, madre di Lucia, propone ai due giovani di cogliere di sorpresa don Abbondio, costringendolo ad ascoltare alla presenza di due testimoni le formule di rito. Tacitate le resistenze di Lucia, Renzo mette a punto il piano per la notte seguente.
  • Cap. 7. Il racconto del colloquio di fra Cristoforo con don Rodrigo riaccende propositi di vendetta in Renzo, che si placa solo alla promessa di Lucia di acconsentire al matrimonio a sorpresa.
  • Cap. 8. Il matrimonio di sorpresa fallisce per l’inaspettata reazione di don Abbondio; il suono delle campane a martello spaventa e mette in fuga i bravi penetrati in casa di Lucia per rapirla. Padre Cristoforo consiglia ai promessi sposi e ad Agnese di allontanarsi dal paese. I fuggitivi si imbarcano per un domani incerto e sconosciuto.
  • Cap. 9. Giunti a Monza, i fidanzati si separano; Renzo si dirige  Milano e le donne presso il convento della monaca di Monza di cui il Narratore traccia le tormentate vicende.
  • Cap. 10. Continua la storia della monaca di Monza. Nel primo incontro con Lucia l’interesse e la curiosità che Gertrude manifesta per le sue avventure turbano l’innocenza della giovane.
  • Cap. 11. Il conte Attilio, cugino di don Rodrigo, fa intervenire il potente «conte zio» per punire fra Cristoforo della sua audacia. Il paese è in subbuglio per la scomparsa dei tre fuggitivi. Don Rodrigo scopre la destinazione di Lucia. Renzo arriva a Milano durante la rivolta della popolazione per il rincaro del pane ed è attirato dai tumulti che scoppiano un po’ ovunque.
  • Cap. 12. Dopo due anni di raccolto scarso, con l’impegno di approvvigionare l’esercito che combatte a Casale Monferrato, il grano a Milano scarseggia; i provvedimenti contraddittori delle autorità fanno infuriare il popolo, che decide di assaltare i forni; la rivolta si esaspera e porta all’attacco della casa del vicario di provvisione, ritenuto protettore dei fornai.
  • Cap. 13. Renzo è nel pieno del tumulto, davanti alla casa del vicario, quando arriva il gran cancelliere Antonio Ferrer, che il popolo considera con benevolenza: la folla gli lascia spazio e Ferrer porta in salvo il vicario, promettendo di consegnarlo alla giustizia.
  • Cap. 14. Travolto dall’eccitazione della giornata, Renzo prende a inveire contro il malgoverno e le ingiustizie cui la povera gente è soggetta. Condotto da uno sconosciuto a una locanda e stordito dal vino, ricomincia le sue arringhe, assecondato dalla sua guida, un agente in borghese, che gli strappa infine le sue generalità.
  • Cap. 15. Denunciato sia dall’agente che dall’oste, al suo risveglio Renzo è arrestato e condotto in manette fuori dalla locanda.
  • Cap. 16. Liberato dalla folla attirata dalle sue grida, Renzo scappa, risoluto a rifugiarsi nel territorio di Bergamo, presso il cugino Bortolo. Il viaggio è lungo, una sosta in un’osteria di Gorgonzola rivela al giovane di essere ricercato come uno dei capi della rivolta milanese.
  • Cap. 17. Ripreso il cammino verso l’Adda, confine tra il ducato di Milano e la repubblica veneta, Renzo medita sugli avvenimenti trascorsi e si propone per il futuro maggiore prudenza; la sua veglia si popola di ricordi e pensieri. Trasportato da un barcaiolo sulla sponda veneta del fiume, Renzo, finalmente in salvo, riesce a trovare il cugino al quale racconta le sue vicende; Bortolo lo accoglie in casa sua e gli procura un lavoro.
  • Cap. 18. Calmatisi i tumulti di Milano, giunge a Lecco un dispaccio con l’ordine di cattura per Renzo. Don Rodrigo risolve di chiedere aiuto all’Innominato per espugnare il convento di Monza. Lucia e Agnese sono informate della fuga di Renzo da Milano, in seguito a fatti che restano loro oscuri. Per avere notizie più precise, Agnese torna in paese, e non vi trova fra Cristoforo, trasferito dal Padre Provinciale a Rimini.
  • Cap. 19. Il Narratore svela i retroscena del trasferimento di padre Cristoforo, allontanato in ossequio alle richieste fatte dal conte zio al Padre Provinciale. Si mette a fuoco la figura dell’Innominato.
  • Cap. 20. Don Rodrigo, recatosi dall’Innominato, ne ottiene una promessa di aiuto. Con la collaborazione della monaca di Monza, i bravi dell’Innominato rapiscono Lucia e la conducono al castello.
  • Cap. 21. L’incontro don Lucia, la dignità della sua innocenza e delle sue preghiere sconvolgono l’Innominato, che veglia per tutta la notte in preda all’angoscia e al rimorso, tentato anche dall’idea del suicidio. Intanto Lucia, terrorizzata, promette alla Madonna di mantenersi vergine se riuscirà a scampare alla tragica situazione in cui si trova.
  • Cap. 22. Incuriosito dall’arrivo di Federigo Borromeo nelle vicinanze del castello e dalla fama che lo accompagna, l’Innominato decide di recarsi da lui. Il Narratore traccia il ritratto del cardinale e ne racconta la vita, fatta di umiltà, generosità e abnegazione.
  • Cap. 23. Durante l’incontro con il cardinale, soggiogato dalla sua grandezza morale, l’Innominato confessa la propria angoscia e la disperata ansia di redenzione; riceve parole di consolazione e di speranza che fanno maturare il suo pentimento e la decisione di liberare Lucia. Il cardinale comanda a don Abbondio di recarsi con l’Innominato a prendere la giovane per riaccompagnarla poi da lui.
  • Cap. 24. Dopo avere chiesto il suo perdono, l’Innominato affida Lucia a don Abbondio e a una donna del luogo, nella cui casa la giovane è raggiunta dalla madre. Il commosso incontro fra le due donne è interrotto dall’arrivo del cardinale, che si fa raccontare la loro storia. L’Innominato comunica ai suoi bravi il proposito di cambiare la propria vita.
  • Cap. 25. Il cardinale si reca in visita pastorale al paese di Lucia, fa chiamare don Abbondio e ha con lui un colloquio di grande intensità morale sui doveri del sacerdozio e sulle mancanze cui il curato si è lasciato indurre dall’egoismo e dalla paura.
  • Cap. 26. Continua il colloquio del capitolo precedente. Lucia confida alla madre il voto fatto, la incarica di comunicarlo al fidanzato e, su consiglio del cardinale, si reca a Milano, dove sarà ospitata da don Ferrante e donna Prassede. Renzo, per sfuggire alla giustizia, cambia nome e lavoro.
  • Cap. 27. Il Narratore dà alcune notizie sullo svolgimento della guerra del Monferrato. Una lettera fatta scrivere da Agnese informa Renzo, che non vi si rassegna, del voto di Lucia. Si riflette sulla personalità di donna Prassede e su quella di don Ferrante.
  • Cap. 28. Le conseguenze della rivolta di San Martino esasperano la carestia nel milanese. Il cardinale Federigo si prodiga per i poveri rifugiati nella città, dove si muore di fame, mentre sempre nuovi mendicanti continuano ad arrivare dalle campagne. Il tribunale di provvisione decide di riunire tutti i poveri nel Lazzaretto. Il nuovo raccolto sembra porre fine alla carestia. Casale è ceduta ai francesi e i mercenari dell’imperatore (i lanzichenecchi), fra i quali la peste è endemica, scendono nel milanese saccheggiando e devastando.
  • Cap. 29. Agnese, don Abbondio e Perpetua, come molti altri contadini, spaventati dalla violenza dei lanzichenecchi, si dirigono verso il castello dell’Innominato, ormai aperto a tutti i bisognosi, per trovarvi rifugio.
  • Cap. 30. Accolti affettuosamente dall’Innominato, Agnese, don Abbondio e Perpetua restano nel castello fino a che è cessato ogni pericolo e ritornano al paese, che trovano sconvolto dal passaggio dei lanzichenecchi.
  • Cap. 31. Scoppia a Milano la peste, affrontata con inettitudine e approssimazione dai governanti e dal Tribunale della Sanità. Cresce la convinzione che responsabili della sua diffusione siano gli untori.
  • Cap. 32. I Decurioni chiedono e ottengono dal cardinale di organizzare una processione con il corpo di san Carlo, per allontanare la peste da Milano. La processione moltiplica la rapidità del contagio. Si aprono fosse comuni, i monatti invadono la città per raccogliere i cadaveri. Gli ecclesiastici, guidati da Federigo Borromeo, danno prova di coraggio e abnegazione.
  • Cap. 33. Don Rodrigo è colpito dal contagio. Renzo, guarito dalla peste decide di recarsi a Milano a cercare Lucia. Passando dal suo paese, incontra don Abbondio che gli elenca i tanti morti provocati dall’epidemia: anche Perpetua.
  • Cap. 34. Renzo arriva in una Milano sconvolta dalla peste e dalla paura degli untori; fra tante cose turpi assiste alla scena della madre di Cecilia; alla casa di donna Prassede, gli dicono che Lucia si trova al Lazzaretto; preso per un untore, si salva saltando su un carro dei monatti, carico di cadaveri.
  • Cap. 35. Giunto al Lazzaretto, Renzo si imbatte in fra Cristoforo, malato ma sempre attivo nel servizio dei più bisognosi, che lo conduce al capezzale di don Rodrigo morente e gli impone di perdonarlo.
  • Cap. 36. Trovata finalmente Lucia, Renzo la convince a raccontare a padre Cristoforo le vicende legate al suo voto. Dopo averla ascoltata, il frate scioglie la giovane dalla promessa fatta, benedice i due fidanzati e affida Lucia alla vedova che stava curando, mentre Renzo si appresta a ripartire per il paese.
  • Cap. 37. La pioggia tanto attesa pone termine all’epidemia. Renzo, ritrovata Agnese sana e salva, si reca da Bortolo per organizzare il proprio futuro e torna poi al paese ad aspettare Lucia che, intanto, uscita con la vedova dal Lazzaretto, viene a conoscenza della morte di fra Cristoforo, di don Ferrante e di donna Prassede, e del pentimento della monaca di Monza.
  • Cap. 38. Lucia arriva al paese con la vedova, ma don Abbondio solo dopo essere stato assicurato della morte di don Rodrigo accetta di celebrare il matrimonio dei due giovani. Il successore di don Rodrigo acquista ad altissimo prezzo, per aiutarli, le povere proprietà di Renzo e di Lucia, decisi a trasferirsi nel bergamasco, e si incarica di far cancellare l’ordine di cattura che ancora pesa su Renzo. Renzo e Lucia, finalmente sposati, si sistemano con Agnese alle porte di Bergamo.

Ed arrivati a questo punto, per svagarsi un po’…

E con questa, per veri intenditori, vi saluto, ciao!