Dante illustrato – Inferno, Canto VIII

segando se ne va l'antica prora / de l'acqua più che non suol con altrui (vv. 29-30)
segando se ne va l’antica prora / de l’acqua più che non suol con altrui (vv. 29-30)

Per attraversare la palude stigia, Dante e Virgilio si servono della barca di Flegiàs, personaggio del mito che nella radice del nome porta il fuoco, l’infiammabilità dell’ira. Il traghettatore sopraggiunge rapidissimo, con la convinzione di avere una nuova anima da destinare al castigo eterno, ma le parole di Virgilio spengono il suo entusiasmo costringendolo a reprimere anche l’ira per la delusione: Dante è vivo, ed è lì solo di passaggio. Quando l’insolito viaggiatore sale sulla barca, questa affonda leggermente sotto il peso del suo corpo, rendendo più lenta del consueto la traversata.

per che 'l maestro accorto lo sospinse, / dicendo: «Via costà con li altri cani!» (vv. 41-42)
per che ‘l maestro accorto lo sospinse, / dicendo: «Via costà con li altri cani!» (vv. 41-42)

All’improvviso un dannato si fa incontro alla barca che solca la palude, chiedendo chi sia quell’uomo che attraversa l’inferno ancora vivo. Nonostante sia coperto di fango, Dante lo riconosce e lo tratta con sommo disprezzo, spalleggiato da Virgilio: si tratta di Filippo Argenti, che come tanti altri si è dato arie da re in vita e ora sembra un maiale in una pozza lurida: giusto castigo per chi ha lasciato dietro di sé solo gli orrendi ricordi della propria arroganza.

Udir non potti quello ch'a lor porse (v. 112)
Udir non potti quello ch’a lor porse (v. 112)

Durante il tragitto Dante e Virgilio vedono farsi sempre più vicine le mura infuocate della città di Dite, che racchiude la parte più bassa dell’Inferno. Giunti a riva trovano ad aspettarli più di mille diavoli, che vogliono sbarrare il cammino a Dante: se ne torni solo, dicono, per la «folle strada» che ha avuto l’ardire di percorrere. Virgilio si reca a parlamentare con i demoni. Dante non può sentire le sue parole, ma il risultato è chiaro: i diavoli si ritirano precipitosamente dentro le mura, chiudendo la porta ai viandanti.

Le illustrazioni sono di Gustave Doré (1832-1883).

Inferno, Canto VIII

[Canto ottavo, ove tratta del quinto cerchio de l’inferno e alquanto del sesto, e de la pena del peccato de l’ira, massimamente in persona d’uno cavaliere fiorentino chiamato messer Filippo Argenti, e del dimonio Flegias e de la palude di Stige e del pervenire a la città d’inferno detta Dite.]

Io dico, seguitando, ch’assai prima
che noi fossimo al piè de l’alta torre,
li occhi nostri n’andar suso a la cima

per due fiammette che i vedemmo porre,
e un’altra da lungi render cenno,
tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.

E io mi volsi al mar di tutto ‘l senno;
dissi: «Questo che dice? e che risponde
quell’ altro foco? e chi son quei che ‘l fenno?».

Ed elli a me: «Su per le sucide onde
già scorgere puoi quello che s’aspetta,
se ‘l fummo del pantan nol ti nasconde».

Corda non pinse mai da sé saetta
che sì corresse via per l’aere snella,
com’ io vidi una nave piccioletta

venir per l’acqua verso noi in quella,
sotto ‘l governo d’un sol galeoto,
che gridava: «Or se’ giunta, anima fella!».

«Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto»,
disse lo mio segnore, «a questa volta:
più non ci avrai che sol passando il loto».

Qual è colui che grande inganno ascolta
che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.

Lo duca mio discese ne la barca,
e poi mi fece intrare appresso lui;
e sol quand’ io fui dentro parve carca.

Tosto che ‘l duca e io nel legno fui,
segando se ne va l’antica prora
de l’acqua più che non suol con altrui.

Mentre noi corravam la morta gora,
dinanzi mi si fece un pien di fango,
e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?».

E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango;
ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?».
Rispuose: «Vedi che son un che piango».

E io a lui: «Con piangere e con lutto,
spirito maladetto, ti rimani;
ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto».

Allor distese al legno ambo le mani;
per che ‘l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: «Via costà con li altri cani!».

Lo collo poi con le braccia mi cinse;
basciommi ‘l volto e disse: «Alma sdegnosa,
benedetta colei che ‘n te s’incinse!

Quei fu al mondo persona orgogliosa;
bontà non è che sua memoria fregi:
così s’è l’ombra sua qui furïosa.

Quanti si tegnon or là sù gran regi
che qui staranno come porci in brago,
di sé lasciando orribili dispregi!».

E io: «Maestro, molto sarei vago
di vederlo attuffare in questa broda
prima che noi uscissimo del lago».

Ed elli a me: «Avante che la proda
ti si lasci veder, tu sarai sazio:
di tal disïo convien che tu goda».

Dopo ciò poco vid’ io quello strazio
far di costui a le fangose genti,
che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.

Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»;
e ‘l fiorentino spirito bizzarro
in sé medesmo si volvea co’ denti.

Quivi il lasciammo, che più non ne narro;
ma ne l’orecchie mi percosse un duolo,
per ch’io avante l’occhio intento sbarro.

Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo,
s’appressa la città c’ha nome Dite,
coi gravi cittadin, col grande stuolo».

E io: «Maestro, già le sue meschite
là entro certe ne la valle cerno,
vermiglie come se di foco uscite

fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno
ch’entro l’affoca le dimostra rosse,
come tu vedi in questo basso inferno».

Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse
che vallan quella terra sconsolata:
le mura mi parean che ferro fosse.

Non sanza prima far grande aggirata,
venimmo in parte dove il nocchier forte
«Usciteci», gridò: «qui è l’intrata».

Io vidi più di mille in su le porte
da ciel piovuti, che stizzosamente
dicean: «Chi è costui che sanza morte

va per lo regno de la morta gente?».
E ‘l savio mio maestro fece segno
di voler lor parlar segretamente.

Allor chiusero un poco il gran disdegno
e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada
che sì ardito intrò per questo regno.

Sol si ritorni per la folle strada:
pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,
che li ha’ iscorta sì buia contrada».

Pensa, lettor, se io mi sconfortai
nel suon de le parole maladette,
ché non credetti ritornarci mai.

«O caro duca mio, che più di sette
volte m’hai sicurtà renduta e tratto
d’alto periglio che ‘ncontra mi stette,

non mi lasciar», diss’ io, «così disfatto;
e se ‘l passar più oltre ci è negato,
ritroviam l’orme nostre insieme ratto».

E quel segnor che lì m’avea menato,
mi disse: «Non temer; ché ‘l nostro passo
non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.

Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso
conforta e ciba di speranza buona,
ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso».

Così sen va, e quivi m’abbandona
lo dolce padre, e io rimagno in forse,
che sì e no nel capo mi tenciona.

Udir non potti quello ch’a lor porse;
ma ei non stette là con essi guari,
che ciascun dentro a pruova si ricorse.

Chiuser le porte que’ nostri avversari
nel petto al mio segnor, che fuor rimase
e rivolsesi a me con passi rari.

Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:
«Chi m’ha negate le dolenti case!».

E a me disse: «Tu, perch’ io m’adiri,
non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
qual ch’a la difension dentro s’aggiri.

Questa lor tracotanza non è nova;
ché già l’usaro a men segreta porta,
la qual sanza serrame ancor si trova.

Sovr’ essa vedestù la scritta morta:
e già di qua da lei discende l’erta,
passando per li cerchi sanza scorta,

tal che per lui ne fia la terra aperta».

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Dante illustrato – Inferno, Canto VII

e disse: «Taci, maladetto lupo! / consuma dentro te con la tua rabbia (vv. 8-9)
e disse: “Taci, maladetto lupo! / consuma dentro te con la tua rabbia” (vv. 8-9)

A guardia del quarto cerchio si trova Plutone, dio della ricchezza, i cui tratti sono bestialmente deformati. Dalla sua bocca. di fronte al passaggio del vivo Dante, esce uno strano miscuglio di latino ed ebraico, una protesta a Satana messa subito a tacere da Virgilio: quel viaggio nelle profondità infernali è voluto da Dio stesso. Al «maledetto lupo», come lo apostrofa la guida, non resta che sfogare dentro di sé la propria rabbia.

ché tutto l'oro ch'è sotto la luna / e che già fu, di quest' anime stanche / non poterebbe farne posare una (vv. 64-66)
ché tutto l’oro ch’è sotto la luna / e che già fu, di quest’ anime stanche / non poterebbe farne posare una (vv. 64-66)

Nel quarto cerchio sono puniti gli avari e i prodighi. Le due schiere spingono enormi massi dai lati opposti del girone, finendo poi per scontrarsi e rinfacciarsi reciprocamente i loro peccati. Nemmeno tutto l’oro del mondo potrebbe dare riposo a queste anime sottoposte dalla giustizia divina a un’assurda fatica dopo una vita in cui si affannarono altrettanto vanamente dietro le ricchezze terrene, accumulandone o spendendole senza alcuna misura.

Figlio, or vedi / l'anime di color cui vinse l'ira (vv.115-116)
Figlio, or vedi / l’anime di color cui vinse l’ira (vv. 115-116)

Dante e Virgilio giungono sulla riva della palude dello Stige, nel quinto cerchio. Qui, nel pantano, si trovano gli iracondi, che si percuotono l’un l’altro con ogni parte del corpo, facendosi così docili strumenti della giustizia divina. Completamente immerse nella palude, tanto da far affiorare solo le bolle di un canto che resta strozzato in gola, sono invece le anime degli accidiosi: affetti da una cupa disperazione, Incapaci di provare gioia quando godevano della luce del sole, ora si rattristano sprofondati in quel fango nero come la notte.

Le illustrazioni sono di Gustave Doré (1832-1883).

Inferno, Canto VII

[Canto settimo, dove si dimostra del quarto cerchio de l’inferno e alquanto del quinto; qui pone la pena del peccato de l’avarizia e del vizio de la prodigalità; e del dimonio Pluto; e quello che è fortuna.]

«Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,
cominciò Pluto con la voce chioccia;
e quel savio gentil, che tutto seppe,

disse per confortarmi: «Non ti noccia
la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,
non ci torrà lo scender questa roccia».

Poi si rivolse a quella ‘nfiata labbia,
e disse: «Taci, maladetto lupo!
consuma dentro te con la tua rabbia.

Non è sanza cagion l’andare al cupo:
vuolsi ne l’alto, là dove Michele
fé la vendetta del superbo strupo».

Quali dal vento le gonfiate vele
caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,
tal cadde a terra la fiera crudele.

Così scendemmo ne la quarta lacca,
pigliando più de la dolente ripa
che ‘l mal de l’universo tutto insacca.

Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
nove travaglie e pene quant’ io viddi?
e perché nostra colpa sì ne scipa?

Come fa l’onda là sovra Cariddi,
che si frange con quella in cui s’intoppa,
così convien che qui la gente riddi.

Qui vid’ i’ gente più ch’altrove troppa,
e d’una parte e d’altra, con grand’ urli,
voltando pesi per forza di poppa.

Percotëansi ‘ncontro; e poscia pur lì
si rivolgea ciascun, voltando a retro,
gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».

Così tornavan per lo cerchio tetro
da ogne mano a l’opposito punto,
gridandosi anche loro ontoso metro;

poi si volgea ciascun, quand’ era giunto,
per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.
E io, ch’avea lo cor quasi compunto,

dissi: «Maestro mio, or mi dimostra
che gente è questa, e se tutti fuor cherci
questi chercuti a la sinistra nostra».

Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci
sì de la mente in la vita primaia,
che con misura nullo spendio ferci.

Assai la voce lor chiaro l’abbaia,
quando vegnono a’ due punti del cerchio
dove colpa contraria li dispaia.

Questi fuor cherci, che non han coperchio
piloso al capo, e papi e cardinali,
in cui usa avarizia il suo soperchio».

E io: «Maestro, tra questi cotali
dovre’ io ben riconoscere alcuni
che furo immondi di cotesti mali».

Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:
la sconoscente vita che i fé sozzi,
ad ogne conoscenza or li fa bruni.

In etterno verranno a li due cozzi:
questi resurgeranno del sepulcro
col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.

Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
qual ella sia, parole non ci appulcro.

Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
d’i ben che son commessi a la fortuna,
per che l’umana gente si rabuffa;

ché tutto l’oro ch’è sotto la luna
e che già fu, di quest’ anime stanche
non poterebbe farne posare una».

«Maestro mio», diss’ io, «or mi dì anche:
questa fortuna di che tu mi tocche,
che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».

E quelli a me: «Oh creature sciocche,
quanta ignoranza è quella che v’offende!
Or vo’ che tu mia sentenza ne ‘mbocche.

Colui lo cui saver tutto trascende,
fece li cieli e diè lor chi conduce
sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende,

distribuendo igualmente la luce.
Similemente a li splendor mondani
ordinò general ministra e duce

che permutasse a tempo li ben vani
di gente in gente e d’uno in altro sangue,
oltre la difension d’i senni umani;

per ch’una gente impera e l’altra langue,
seguendo lo giudicio di costei,
che è occulto come in erba l’angue.

Vostro saver non ha contasto a lei:
questa provede, giudica, e persegue
suo regno come il loro li altri dèi.

Le sue permutazion non hanno triegue:
necessità la fa esser veloce;
sì spesso vien chi vicenda consegue.

Quest’ è colei ch’è tanto posta in croce
pur da color che le dovrien dar lode,
dandole biasmo a torto e mala voce;

ma ella s’è beata e ciò non ode:
con l’altre prime creature lieta
volve sua spera e beata si gode.

Or discendiamo omai a maggior pieta;
già ogne stella cade che saliva
quand’ io mi mossi, e ‘l troppo star si vieta».

Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva
sovr’ una fonte che bolle e riversa
per un fossato che da lei deriva.

L’acqua era buia assai più che persa;
e noi, in compagnia de l’onde bige,
intrammo giù per una via diversa.

In la palude va c’ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand’ è disceso
al piè de le maligne piagge grige.

E io, che di mirare stava inteso,
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte, con sembiante offeso.

Queste si percotean non pur con mano,
ma con la testa e col petto e coi piedi,
troncandosi co’ denti a brano a brano.

Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi
l’anime di color cui vinse l’ira;
e anche vo’ che tu per certo credi

che sotto l’acqua è gente che sospira,
e fanno pullular quest’ acqua al summo,
come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.

Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo
ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
portando dentro accidïoso fummo:

or ci attristiam ne la belletta negra”.
Quest’ inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con parola integra».

Così girammo de la lorda pozza
grand’ arco, tra la ripa secca e ‘l mézzo,
con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.

Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.