I rapporti di forza tra i personaggi dei “Promessi sposi”

Il “sistema dei personaggi” dei Promessi sposi mette in luce il romanzo come un’opera costruita sui rapporti di forza [1]. L’ossatura della trama è assolutamente funzionale, secondo uno schema à la Propp, e «non esiste racconto più funzionale della fiaba in cui c’è un obiettivo da raggiungere malgrado gli ostacoli frapposti da personaggi oppositori e mediante il soccorso di personaggi aiutanti, e l’eroe e l’eroina non hanno altro da pensare che a fare le cose giuste e ad astenersi dalle cose sbagliate» [2].

promessi sposi

I protagonisti sono i due giovani promessi sposi: Renzo e Lucia. La macchina narrativa, tuttavia, è così complessa che non può gravare sulle sole spalle di un filatore di seta e di un’umile montanara: attorno ad essi gira un mondo intero e Manzoni costruisce un sistema dei personaggi tanto articolato, quanto equilibrato. Volendo sintetizzare all’estremo, i due protagonisti, per raggiungere l’obiettivo di sposarsi, ricorrono a due grandi personaggi di aiuto o protettori: nella prima parte fra Cristoforo, a cui si aggiunge, nella seconda il cardinale Federigo Borromeo.

A questi si oppongono don Rodrigo, cui si aggiunge poi l’Innominato: essi sono dunque gli oppressori, che rappresentano la violenza e l’ingiustizia del potere sociale. Per contrastare il matrimonio essi si servono, come strumenti, prima di don Abbondio, malgré lui connivente [3], poi di Gertrude. Il momento di svolta del romanzo si ha quando l’Innominato, con tutta la sua forza, passa dal campo degli oppressori a quello dei protettori.

Gli otto personaggi principali si dispongono dunque in coppie anzitutto per similarità: Renzo e Lucia sono le vittime, fra Cristoforo e il cardinal Federigo sono i protettori e, insieme, i rappresentanti della Chiesa “buona”; don Abbondio e la monaca di Monza sono gli strumenti degli oppressori e i rappresentanti della Chiesa “cattiva”; don Rodrigo e l’Innominato (solo agli inizi, quest’ultimo) gli oppressori, esponenti del potere sociale:

Vittime

Protettori Falsi aiutanti Oppressori
Renzo

Lucia

fra Cristoforo

Federigo Borromeo

don Abbondio

Gertrude

don Rodrigo

Innominato

Si possono stabilire anche coppie per opposizione: Renzo è in opposizione a don Rodrigo (ne è il rivale e sogna più volte di ucciderlo) e Lucia all’Innominato da cui viene fatta rapire. Renzo si oppone anche a don Abbondio, in quanto strumento di don Rodrigo e Lucia a Gertrude in quanto strumento dell’Innominato. Anche i protettori entrano in antitesi con gli oppressori o con i loro strumenti: così fra Cristoforo si oppone a don Rodrigo e il cardinale a don Abbondio.

Renzo

vs. don Rodrigo, don Abbondio

Lucia

vs. Innominato, Gertrude

Fra Cristoforo

vs. don Rodrigo

Federigo Borromeo

vs. don Abbondio

Gli otto personaggi rappresentano, esattamente per metà, il mondo laico (Renzo e Lucia, don Rodrigo e l’Innominato) e, per l’altra metà, il mondo ecclesiastico; questi ultimi sono distribuiti per coppie antitetiche: da un lato si oppongono fra loro, senza mai incontrarsi, i due rappresentanti di una Chiesa povera e popolare, fra Cristoforo e don Abbondio, dall’altro i due rappresentanti della Chiesa potente, il cardinale e la monaca di Monza.

Queste schematizzazioni hanno il fine di fornire l’idea dell’equilibrio nel romanzo, costruito su un sistema complesso ma anche estremamente vigoroso ed eloquente, di pesi e di contrappesi, di forze e di controforze. Il sistema di similarità e contraddizioni non è infatti un puro artificio ma serve a comunicare un messaggio ideologico, tutto giocato sul contrasto fra bene e male e sull’esemplarità dei “buoni” e dei “cattivi”. «Attorno a Renzo e Lucia e al loro contrastato matrimonio le forze in gioco si dispongono in una figura triangolare che ha per vertici tre autorità: il potere sociale, il falso potere spirituale e il potere spirituale vero. Due di queste forze sono avverse e una propizia: il potere sociale è sempre avverso, la Chiesa si divide in buona e cattiva Chiesa, e l’una s’adopera a sventare gli ostacoli frapposti dall’altra. Questa figura triangolare si presenta due volte sostanzialmente identica: nella prima parte del romanzo con Don Rodrigo, Don Abbondio e fra Cristoforo, nella seconda con l’Innominato, la Monaca di Monza e il cardinal Federigo» [4].

Allargando il quadro dal microcosmo dei personaggi al macrocosmo delle entità a loro superiori, a queste figure triangolari si può sovrapporre un terzo stadio che ha per vertici la storia umana (malgoverno, guerre, sommosse), la natura abbandonata da Dio (carestia) e la giustizia divina (la peste).

Lo schema con la figura dei triangoli sovrapposti può ben illustrare questa complessiva visione del mondo:

schema promessi sposi

Note

[1] Italo Calvino, “I promessi sposi”: il romanzo dei rapporti di forza, in Id., Una pietra sopra – Discorsi di letteratura e società, Mondadori, Milano, 1995, pp. 322-335.

[2] Ivi, p. 328.

[3] Cfr. Angelo Marchese (a cura di), I promessi sposi, Arnoldo Mondadori, Milano, 1987, p. 31: «Il progetto matrimoniale di Renzo e Lucia è impedito dal contro-progetto di don Rodrigo, l’antagonista; don Abbondio, che come sacerdote ha il compito di celebrare le nozze, adempie alla funzione narrativa del falso aiutante: subendo passivamente l’intimidazione dei bravi […] egli diventa connivente, collaboratore indiretto, e suo malgrado, del piano immorale dell’antagonista: nascostamente un oppositore».

[4] Italo Calvino, “I promessi sposi”: il romanzo dei rapporti di forza, cit., p. 327.

Annunci

Due descrizioni manzoniane a confronto: Gertrude e Lucia

Seguendo una chiave di lettura semiologica, possiamo dire che i personaggi sono effetti di senso [1] prodotti da un complesso dispositivo di artifici testuali. Attraverso le descrizioni dei personaggi il narratore crea un mondo che deve essere percepito per essere creduto vero: «I personaggi si muovono, vanno, vengono, possiedono un certo aspetto. Il lettore non soltanto può capirli, compatirli, ma li può vedere, ascoltare. Questa apparenza concreta […] fa di questi attori dei simulacri» [2].

Un’analisi delle procedure descrittive mette in luce una figura retorica imitativa, l’ipotiposi, che permetterebbe al linguaggio verbale di evocare quello che verbale non è: consisterebbe cioè nella rappresentazione immediata ed essenziale di oggetti o di situazioni. Il condizionale è d’obbligo perché ogni descrizione letteraria sembra fare i conti con una sorta di debolezza, di impotenza delle parole nei confronti della rappresentazione immediata e fisiognomica del reale (una sorta di afasia del linguaggio verbale [3]).

Monaca_di_Monza
Francesco Gonin, La Monaca di Monza, illustrazione per l’edizione dei Promessi sposi del 1840

Il linguaggio descrittivo ricorre a numerosi espedienti retorici: dalla sineddoche alla metonimia, dalla metafora alla tecnica del parallelismo; senza contare il fatto che, a parte qualche specifico caso di descrizione compressa e definita a tutta pagina, moltissime altre il più delle volte si dipanano lungo un ampio arco di momenti descrittivi [4]: qui un ritratto fisico, là un ritratto morale; ora la descrizione di uno stato d’animo, più oltre un quadro d’ambiente (vedi il cap. IV su fra Cristoforo).

Prendiamo il caso del ritratto di Gertrude, a cui Manzoni dedica una descrizione ampia e articolata nel capitolo IX:

Lucia […] guardò da quella parte, e vide una finestra d’una forma singolare, con due grosse e fitte grate di ferro, distanti l’una dall’altra un palmo; e dietro quelle una monaca ritta. Il suo aspetto, che poteva dimostrar venticinque anni, faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta. Un velo nero, sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, cadeva dalle due parti, discosto alquanto dal viso; sotto il velo, una bianchissima benda di lino cingeva, fino al mezzo, una fronte di diversa, ma non d’inferiore bianchezza; un’altra benda a pieghe circondava il viso, e terminava sotto il mento in un soggolo, che si stendeva alquanto sul petto, a coprire lo scollo d’un nero saio. Ma quella fronte si raggrinzava spesso, come per una contrazione dolorosa; e allora due sopraccigli neri si ravvicinavano, con un rapido movimento. Due occhi, neri neri anch’essi, si fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba; talora si chinavano in fretta, come per cercare un nascondiglio; in certi momenti, un attento osservatore avrebbe argomentato che chiedessero affetto, corrispondenza, pietà; altre volte avrebbe creduto coglierci la rivelazione istantanea d’un odio inveterato e compresso, un non so che di minaccioso e di feroce: quando restavano immobili e fissi senza attenzione, chi ci avrebbe immaginata una svogliatezza orgogliosa, chi avrebbe potuto sospettarci il travaglio d’un pensiero nascosto, d’una preoccupazione familiare all’animo, e più forte su quello che gli oggetti circostanti. Le gote pallidissime scendevano con un contorno delicato e grazioso, ma alterato e reso mancante da una lenta estenuazione. Le labbra, quantunque appena tinte d’un roseo sbiadito, pure, spiccavano in quel pallore: i loro moti erano, come quelli degli occhi, subitanei, vivi, pieni d’espressione e di mistero. La grandezza ben formata della persona scompariva in un certo abbandono del portamento, o compariva sfigurata in certe mosse repentine, irregolari e troppo risolute per una donna, non che per una monaca. Nel vestire stesso c’era qua e là qualcosa di studiato o di negletto, che annunziava una monaca singolare: la vita era attillata con una certa cura secolaresca, e dalla benda usciva sur una tempia una ciocchettina di neri capelli; cosa che dimostrava o dimenticanza o disprezzo della regola che prescriveva di tenerli sempre corti, da quando erano stati tagliati, nella cerimonia solenne del vestimento.

Qui il narratore si sofferma su alcuni tratti dell’aspetto di Gertrude e segue un percorso percettivo ben preciso, nell’intento di costruire un approfondito ritratto psicofisico: ogni particolare dell’aspetto fisico è un indizio che allude alla psicologia del personaggio. Se gli elementi fisici della monaca, da un lato, rivelano attenzione e cura della persona, dall’altro sono il segno di una ricerca di effetti mondani, di bellezza e vezzosità, estranei alle misure conventuali. «La stranezza esterna trova il suo elemento complementare nell’aria di ambiguità, di contraddizioni, di dibattito interiore, di forze sconvolgenti che operano dentro di lei e la fanno a volte apparire più vecchia che non sia e perfino l’imbruttiscono. E tutti gli elementi di cui si compone il ritratto nessuno lascia intravedere nella signora nulla di più che tormento, agitazione, lacerazione interiori» [5].

Molti altri ritratti “classici” [6], come questo, sono giocati su costruzioni neutralizzanti che inducono all’indecidibilità. La descrizione somatica della monaca di Monza presenta un insieme di tratti eterogenei: è un ritratto costruito da elementi contraddittori che pone una sorta di indecisione nel giudizio e crea una suspense narrativa. Il numero elevato di ma, un non so che, quasi sono elementi testuali che insinuano una dissonanza valutativa e richiedono un successivo scioglimento del dubbio: se il ritratto si costruisce non come oggetto omogeneo, se il positivo è neutralizzato dal negativo, come l’essere dal sembrare, come una prima impressione da una seconda, allora, per quanto riguarda il divenire narrativo del personaggio, si profila un orizzonte di attese gravido di foschi presagi.

lucia
Francesco Gonin, Lucia Mondella, illustrazione per l’edizione dei Promessi sposi del 1840

Un personaggio evidentemente importante come quello della protagonista Lucia è, stranamente, quello meno descritto: più che descritto esso viene suggerito. «A Lucia, Manzoni dà la parola o di lei narra o rammenta indirettamente, ma con il segreto scopo di non esaurire mai definitivamente una linea, un tocco, uno sguardo, un discorso: in una parola, il ritratto» [7]. Non abbiamo, nel romanzo, un luogo delimitato in cui poter isolare una descrizione compiuta di questo personaggio così centrale; si può ricordare il suo apparire in abito da sposa in un passo del secondo capitolo dettagliato nei particolari, che, tuttavia, lasciano il quadro del tutto incompleto:

Lucia usciva in quel momento tutta attillata dalle mani della madre. Le amiche si rubavano la sposa, e le facevan forza perché si lasciasse vedere; e lei s’andava schermendo, con quella modestia un po’ guerriera delle contadine, facendosi scudo alla faccia col gomito, chinandola sul busto, e aggrottando i lunghi e neri sopraccigli, mentre però la bocca s’apriva al sorriso. I neri e giovanili capelli, spartiti sopra la fronte, con una bianca e sottile dirizzatura, si ravvolgevan, dietro il capo, in cerchi moltiplici di trecce, trapassate da lunghi spilli d’argento, che si dividevano all’intorno, quasi a guisa de’ raggi d’un’aureola, come ancora usano le contadine nel Milanese. Intorno al collo aveva un vezzo di granati alternati con bottoni d’oro a filigrana: portava un bel busto di broccato a fiori, con le maniche separate e allacciate da bei nastri: una corta gonnella di filaticcio di seta, a pieghe fitte e minute, due calze vermiglie, due pianelle, di seta anch’esse, a ricami. Oltre a questo, ch’era l’ornamento particolare del giorno delle nozze, Lucia aveva quello quotidiano d’una modesta bellezza, rilevata allora e accresciuta dalle varie affezioni che le si dipingevan sul viso: una gioia temperata da un turbamento leggiero, quel placido accoramento che si mostra di quand’in quando sul volto delle spose, e, senza scompor la bellezza, le dà un carattere particolare.

Lucia appare al lettore per la prima volta appena uscita dalle mani della madre, contesa dalle amiche che le fanno forza affinché si lasci vedere. Si va schermendo, facendo scudo alla faccia col gomito, chinandola sul busto. I particolari fisici sono omessi ad esclusione di quei neri sopraccigli che si aggrottano, dell’acconciatura dei capelli, della bocca che si apre al sorriso [8]. L’atto di schermirsi, in definitiva, è quello che la caratterizza per sempre: la sua figura femminile attraversa il romanzo come creatura mai del tutto sondata. I pochi frammenti descrittivi di un personaggio come quello di Lucia sono disseminati lungo l’intero arco narrativo e funzionano come una catena di anafore semantiche [9] che non solo rimandano a Lucia, ma che a Lucia aggiungono sempre qualcosa in più. Alcuni particolari del suo corpo diventano simboli della sua immagine: così nella lontananza Renzo ricorderà Lucia attraverso un particolare del suo corpo (“una treccia nera”, cap. XVII) e la ritroverà nel lazzaretto solo grazie a una effimera traccia somatica (“la voce soave”, cap. XXXVI).

In realtà la personalità di Lucia e la sua visione del mondo non subiscono mutamenti dall’inizio alla fine – a  differenza di Renzo che vive lungo tutto il romanzo un processo di evoluzione psicologica e spirituale. Fiduciosa nella provvidenza divina, serena nell’accettare i patimenti e le prove, Lucia incarna appieno l’ideologia manzoniana. I suoi attributi competono alla sfera etica che caratterizza il suo comportamento: umiltà, dolcezza, amabilità, purezza, lealtà, religiosità. Ed è significativo osservare che questi non hanno quasi per nulla un aggancio psicosomatico, un correlativo oggettivo con il volto e la figura fisica del personaggio. Lucia, “Beatrice dell’età moderna”, come è stata felicemente definita da Giorgio Cavallini [10], realizza perfettamente e fin dall’inizio quel cammino morale e spirituale che altri personaggi, a cominciare da Renzo, compiono progressivamente durante lo svolgimento della vicenda. Se da una parte Manzoni non si sofferma a descrivere la sua modesta bellezza, dall’altra in Lucia vi è una luce, interiore più che esteriore, che si espande nell’ambiente intimo della casa, a contatto con i suoi cari; e oltre a questo cerchio di affetti, Lucia riuscirà a toccare per un attimo il cuore incallito della monaca di Monza e, in maniera determinante, quello dell’Innominato.

Note

[1] Patrizia Magli, Il lavoro narrativo del volto, in Giovanni Manetti (a cura di), Leggere i Promessi Sposi – Analisi semiotiche di Umberto Eco [et alii], Bompiani, Milano, 1999, p. 111.

[2] Ibid., p. 112.

[3] Ibid., p. 113. Cfr. anche Bartolomeo Bellanova, La didattica dell’italiano nel quadro dell’educazione linguistica – Finalità, metodologie e tecniche didattiche, Centro Programmazione Editoriale, Modena, 1994, p. 79: «Il rapporto fra un’immagine e la sua descrizione in parole non è mai biunivoco, nel senso che, se è possibile comunicare con la lingua gli stessi significati, è possibile comunicare attraverso le immagini, il contrario non sempre è vero. Inoltre, immagine e messaggio linguistico esprimono gli stessi contenuti in modi diversi, per cui non si può mai stabilire una corrispondenza precisa tra parola e immagine. D’altra parte i messaggi linguistici sono arbitrari, simbolici, mentre i messaggi iconici sono motivati dal fatto che l’immagine riproduce la forma dell’oggetto: sono cioè analogici».

[4] Patrizia Magli, Il lavoro narrativo del volto, cit., p. 113: «Un personaggio è un’entità semiologica diffusa, difficilmente localizzabile ma non per questo priva di coerenza. È un soggetto accumulativo, ripetuto, modulato. L’effetto-personaggio, in quanto individuazione di identità, è costruito come risultato finale di un certo numero di effetti descrittivi disseminati lungo lo svolgimento sintagmatico del racconto».

[5] Contributo di Tommaso Di Salvo, in Simonetta Damele, Tiziano Franzi, Voltare pagina, Volume A, La narrazione, Loescher, Milano, 2004, p. 354.

[6] Si possono riprendere ad esempio comparativo altri ritratti antologizzatissimi come quello di fra Cristoforo (cap. IV) o della madre di Cecilia (cap. XXXIV), trionfo stucchevole del “ma” secondo la divertente parodia di Domenico Starnone ne La madre di Belinda,  (in Fuori registro, Feltrinelli, Milano, 1991).

[7] Claudio Toscani, Come leggere i Promessi Sposi, Mursia, Milano, 1984, p. 96.

[8] Quasi a chiudere un circolo, il sorriso di Lucia ritorna nella conclusione del romanzo: in occasione delle ultime parole che Lucia, soavemente sorridendo (cap. XXXVIII), pronuncia a Renzo.

[9] Patrizia Magli, Il lavoro narrativo del volto, cit., p. 114.

[10] Giorgio Cavallini, Un filo per giungere al vero. Studi e note su Manzoni, Casa Editrice D’Anna, Biblioteca di Cultura Contemporanea / CLVII, Messina-Firenze, 1993, pp. 126-142.

La trama dei “Promessi sposi” capitolo per capitolo

Spoiler alert: il titolo dell’articolo che stai per leggere dovrebbe già metterti in guardia. Non è mia intenzione rovinarti il piacere della lettura di questo incredibile romanzo: quindi, se stai leggendo I promessi sposi per tuo diletto o se sei in procinto di farlo, non leggere oltre il qui presente post. Spero che questo abbozzo di trama sia cosa gradita, invece, qualora ti serva per un ripasso e per non perderti nei meandri del racconto che, spesso, nelle antologie è orrendamente decurtato e, per questo, quasi inutile. Purtroppo, e molto probabilmente perché si studia a scuola, questo bel librone è uno dei testi più detestati di sempre… Povero Manzoni!

I_promessi_sposi_-_2nd_edition_cover

  • Cap. 1. 1628. Due bravi di don Rodrigo, signorotto locale, intimano a don Abbondio, curato del paese di ***, nel contado di Lecco, di non celebrare le nozze fra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, di cui don Rodrigo si è invaghito. Don Abbondio promette obbedienza e silenzio. Tragicomico colloquio con la serva Perpetua.
  • Cap. 2. Costretto da Renzo a rivelargli i motivi per cui rifiuta di celebrare il suo matrimonio, don Abbondio si dà per malato e si barrica in casa. Renzo, meditando fantasie di vendetta contro don Rodrigo, si reca a informare Lucia dell’accaduto.
  • Cap. 3. Renzo consulta il dottor Azzecca-garbugli, che rifiuta di aiutarlo, per non mettersi in urto con don Rodrigo.
  • Cap. 4. Si narrano le vicende che hanno trasformato il giovane Lodovico di un tempo, generoso, ma violento e impulsivo, in fra Cristoforo, votato all’espiazione della sua antica colpa, alla difesa dei poveri e degli oppressi.
  • Cap. 5. Informato di quanto è accaduto a Renzo e Lucia, fra Cristoforo si reca a casa di don Rodrigo per parlargli e deve assistere alle fatue conversazioni dei suoi commensali.
  • Cap. 6. Drammatico colloquio tra il frate e don Rodrigo, in seguito al quale padre Cristoforo è cacciato dal castello. Agnese, madre di Lucia, propone ai due giovani di cogliere di sorpresa don Abbondio, costringendolo ad ascoltare alla presenza di due testimoni le formule di rito. Tacitate le resistenze di Lucia, Renzo mette a punto il piano per la notte seguente.
  • Cap. 7. Il racconto del colloquio di fra Cristoforo con don Rodrigo riaccende propositi di vendetta in Renzo, che si placa solo alla promessa di Lucia di acconsentire al matrimonio a sorpresa.
  • Cap. 8. Il matrimonio di sorpresa fallisce per l’inaspettata reazione di don Abbondio; il suono delle campane a martello spaventa e mette in fuga i bravi penetrati in casa di Lucia per rapirla. Padre Cristoforo consiglia ai promessi sposi e ad Agnese di allontanarsi dal paese. I fuggitivi si imbarcano per un domani incerto e sconosciuto.
  • Cap. 9. Giunti a Monza, i fidanzati si separano; Renzo si dirige  Milano e le donne presso il convento della monaca di Monza di cui il Narratore traccia le tormentate vicende.
  • Cap. 10. Continua la storia della monaca di Monza. Nel primo incontro con Lucia l’interesse e la curiosità che Gertrude manifesta per le sue avventure turbano l’innocenza della giovane.
  • Cap. 11. Il conte Attilio, cugino di don Rodrigo, fa intervenire il potente «conte zio» per punire fra Cristoforo della sua audacia. Il paese è in subbuglio per la scomparsa dei tre fuggitivi. Don Rodrigo scopre la destinazione di Lucia. Renzo arriva a Milano durante la rivolta della popolazione per il rincaro del pane ed è attirato dai tumulti che scoppiano un po’ ovunque.
  • Cap. 12. Dopo due anni di raccolto scarso, con l’impegno di approvvigionare l’esercito che combatte a Casale Monferrato, il grano a Milano scarseggia; i provvedimenti contraddittori delle autorità fanno infuriare il popolo, che decide di assaltare i forni; la rivolta si esaspera e porta all’attacco della casa del vicario di provvisione, ritenuto protettore dei fornai.
  • Cap. 13. Renzo è nel pieno del tumulto, davanti alla casa del vicario, quando arriva il gran cancelliere Antonio Ferrer, che il popolo considera con benevolenza: la folla gli lascia spazio e Ferrer porta in salvo il vicario, promettendo di consegnarlo alla giustizia.
  • Cap. 14. Travolto dall’eccitazione della giornata, Renzo prende a inveire contro il malgoverno e le ingiustizie cui la povera gente è soggetta. Condotto da uno sconosciuto a una locanda e stordito dal vino, ricomincia le sue arringhe, assecondato dalla sua guida, un agente in borghese, che gli strappa infine le sue generalità.
  • Cap. 15. Denunciato sia dall’agente che dall’oste, al suo risveglio Renzo è arrestato e condotto in manette fuori dalla locanda.
  • Cap. 16. Liberato dalla folla attirata dalle sue grida, Renzo scappa, risoluto a rifugiarsi nel territorio di Bergamo, presso il cugino Bortolo. Il viaggio è lungo, una sosta in un’osteria di Gorgonzola rivela al giovane di essere ricercato come uno dei capi della rivolta milanese.
  • Cap. 17. Ripreso il cammino verso l’Adda, confine tra il ducato di Milano e la repubblica veneta, Renzo medita sugli avvenimenti trascorsi e si propone per il futuro maggiore prudenza; la sua veglia si popola di ricordi e pensieri. Trasportato da un barcaiolo sulla sponda veneta del fiume, Renzo, finalmente in salvo, riesce a trovare il cugino al quale racconta le sue vicende; Bortolo lo accoglie in casa sua e gli procura un lavoro.
  • Cap. 18. Calmatisi i tumulti di Milano, giunge a Lecco un dispaccio con l’ordine di cattura per Renzo. Don Rodrigo risolve di chiedere aiuto all’Innominato per espugnare il convento di Monza. Lucia e Agnese sono informate della fuga di Renzo da Milano, in seguito a fatti che restano loro oscuri. Per avere notizie più precise, Agnese torna in paese, e non vi trova fra Cristoforo, trasferito dal Padre Provinciale a Rimini.
  • Cap. 19. Il Narratore svela i retroscena del trasferimento di padre Cristoforo, allontanato in ossequio alle richieste fatte dal conte zio al Padre Provinciale. Si mette a fuoco la figura dell’Innominato.
  • Cap. 20. Don Rodrigo, recatosi dall’Innominato, ne ottiene una promessa di aiuto. Con la collaborazione della monaca di Monza, i bravi dell’Innominato rapiscono Lucia e la conducono al castello.
  • Cap. 21. L’incontro don Lucia, la dignità della sua innocenza e delle sue preghiere sconvolgono l’Innominato, che veglia per tutta la notte in preda all’angoscia e al rimorso, tentato anche dall’idea del suicidio. Intanto Lucia, terrorizzata, promette alla Madonna di mantenersi vergine se riuscirà a scampare alla tragica situazione in cui si trova.
  • Cap. 22. Incuriosito dall’arrivo di Federigo Borromeo nelle vicinanze del castello e dalla fama che lo accompagna, l’Innominato decide di recarsi da lui. Il Narratore traccia il ritratto del cardinale e ne racconta la vita, fatta di umiltà, generosità e abnegazione.
  • Cap. 23. Durante l’incontro con il cardinale, soggiogato dalla sua grandezza morale, l’Innominato confessa la propria angoscia e la disperata ansia di redenzione; riceve parole di consolazione e di speranza che fanno maturare il suo pentimento e la decisione di liberare Lucia. Il cardinale comanda a don Abbondio di recarsi con l’Innominato a prendere la giovane per riaccompagnarla poi da lui.
  • Cap. 24. Dopo avere chiesto il suo perdono, l’Innominato affida Lucia a don Abbondio e a una donna del luogo, nella cui casa la giovane è raggiunta dalla madre. Il commosso incontro fra le due donne è interrotto dall’arrivo del cardinale, che si fa raccontare la loro storia. L’Innominato comunica ai suoi bravi il proposito di cambiare la propria vita.
  • Cap. 25. Il cardinale si reca in visita pastorale al paese di Lucia, fa chiamare don Abbondio e ha con lui un colloquio di grande intensità morale sui doveri del sacerdozio e sulle mancanze cui il curato si è lasciato indurre dall’egoismo e dalla paura.
  • Cap. 26. Continua il colloquio del capitolo precedente. Lucia confida alla madre il voto fatto, la incarica di comunicarlo al fidanzato e, su consiglio del cardinale, si reca a Milano, dove sarà ospitata da don Ferrante e donna Prassede. Renzo, per sfuggire alla giustizia, cambia nome e lavoro.
  • Cap. 27. Il Narratore dà alcune notizie sullo svolgimento della guerra del Monferrato. Una lettera fatta scrivere da Agnese informa Renzo, che non vi si rassegna, del voto di Lucia. Si riflette sulla personalità di donna Prassede e su quella di don Ferrante.
  • Cap. 28. Le conseguenze della rivolta di San Martino esasperano la carestia nel milanese. Il cardinale Federigo si prodiga per i poveri rifugiati nella città, dove si muore di fame, mentre sempre nuovi mendicanti continuano ad arrivare dalle campagne. Il tribunale di provvisione decide di riunire tutti i poveri nel Lazzaretto. Il nuovo raccolto sembra porre fine alla carestia. Casale è ceduta ai francesi e i mercenari dell’imperatore (i lanzichenecchi), fra i quali la peste è endemica, scendono nel milanese saccheggiando e devastando.
  • Cap. 29. Agnese, don Abbondio e Perpetua, come molti altri contadini, spaventati dalla violenza dei lanzichenecchi, si dirigono verso il castello dell’Innominato, ormai aperto a tutti i bisognosi, per trovarvi rifugio.
  • Cap. 30. Accolti affettuosamente dall’Innominato, Agnese, don Abbondio e Perpetua restano nel castello fino a che è cessato ogni pericolo e ritornano al paese, che trovano sconvolto dal passaggio dei lanzichenecchi.
  • Cap. 31. Scoppia a Milano la peste, affrontata con inettitudine e approssimazione dai governanti e dal Tribunale della Sanità. Cresce la convinzione che responsabili della sua diffusione siano gli untori.
  • Cap. 32. I Decurioni chiedono e ottengono dal cardinale di organizzare una processione con il corpo di san Carlo, per allontanare la peste da Milano. La processione moltiplica la rapidità del contagio. Si aprono fosse comuni, i monatti invadono la città per raccogliere i cadaveri. Gli ecclesiastici, guidati da Federigo Borromeo, danno prova di coraggio e abnegazione.
  • Cap. 33. Don Rodrigo è colpito dal contagio. Renzo, guarito dalla peste decide di recarsi a Milano a cercare Lucia. Passando dal suo paese, incontra don Abbondio che gli elenca i tanti morti provocati dall’epidemia: anche Perpetua.
  • Cap. 34. Renzo arriva in una Milano sconvolta dalla peste e dalla paura degli untori; fra tante cose turpi assiste alla scena della madre di Cecilia; alla casa di donna Prassede, gli dicono che Lucia si trova al Lazzaretto; preso per un untore, si salva saltando su un carro dei monatti, carico di cadaveri.
  • Cap. 35. Giunto al Lazzaretto, Renzo si imbatte in fra Cristoforo, malato ma sempre attivo nel servizio dei più bisognosi, che lo conduce al capezzale di don Rodrigo morente e gli impone di perdonarlo.
  • Cap. 36. Trovata finalmente Lucia, Renzo la convince a raccontare a padre Cristoforo le vicende legate al suo voto. Dopo averla ascoltata, il frate scioglie la giovane dalla promessa fatta, benedice i due fidanzati e affida Lucia alla vedova che stava curando, mentre Renzo si appresta a ripartire per il paese.
  • Cap. 37. La pioggia tanto attesa pone termine all’epidemia. Renzo, ritrovata Agnese sana e salva, si reca da Bortolo per organizzare il proprio futuro e torna poi al paese ad aspettare Lucia che, intanto, uscita con la vedova dal Lazzaretto, viene a conoscenza della morte di fra Cristoforo, di don Ferrante e di donna Prassede, e del pentimento della monaca di Monza.
  • Cap. 38. Lucia arriva al paese con la vedova, ma don Abbondio solo dopo essere stato assicurato della morte di don Rodrigo accetta di celebrare il matrimonio dei due giovani. Il successore di don Rodrigo acquista ad altissimo prezzo, per aiutarli, le povere proprietà di Renzo e di Lucia, decisi a trasferirsi nel bergamasco, e si incarica di far cancellare l’ordine di cattura che ancora pesa su Renzo. Renzo e Lucia, finalmente sposati, si sistemano con Agnese alle porte di Bergamo.

Ed arrivati a questo punto, per svagarsi un po’…

E con questa, per veri intenditori, vi saluto, ciao!