Appunti su Augusto e il potere delle immagini

Augusto e il rinnovamento religioso e culturale

1. Identificazioni mitologiche

La pretesa di discendere da una figura divina non era una novità per la tarda repubblica. Da tempo, infatti, i nobili romani usavano far risalire la propria stirpe ad eroi o a divinità greche. Si imitavano in questo modo le grandi case reali ellenistiche e si rivendicava la propria appartenenza originaria al mondo greco richiamandosi agli antenati troiani.

Cameo con Augusto che indossa una corona con i raggi del Sole (I sec. d.C.)
Cameo con Augusto che indossa una corona con i raggi del Sole (I sec. d.C.)

Il mito divenne strumento di propaganda: arrivò al punto di condizionare l’agire pubblico e privato dei protagonisti della scena politica di allora. Antonio adottò, come divinità di riferimento Dioniso-Bacco, Ottaviano scelse Apollo. Sicuramente la miseria del presente e la mancanza di sicurezza per il futuro contribuirono a creare un’aspettativa per un “salvatore” che traghettasse il popolo romano verso un’epoca più felice. In questo contesto chi ambiva al potere doveva necessariamente presentarsi come “salvatore” e il più efficace linguaggio visivo per comunicare ciò al popolo era quello fornito dalle divinità greche.

Antonio si identificò con Dioniso quando giunse in Asia dopo la suddivisione dell’impero fra i triumviri (42 a.C.). In un primo tempo lo stile di vita di Antonio fece davvero pensare di essere alle soglie di una nuova età dell’oro, grazie a un effimero stile di vita fatto di lusso e piaceri inebrianti. Fino all’ultimo fu fedele al suo personaggio.

Ottaviano aveva uno stile completamente diverso. Ereditava da Cesare ricchezze, clienti e carisma, e ne seppe fare ottimo uso fin dalla più giovane età; ereditava inoltre le “attese di redenzione” [1] del popolo romano, straziato da anni di guerre civili. Su Ottaviano circolavano storie che lo vedevano come ‘predestinato’: Cicerone aveva sognato un bambino che scendeva dal cielo lungo una catena dorata e riceveva una sferza da Giove Capitolino; all’assunzione del suo primo consolato gli erano apparse, come a Romolo, dodici oche in volo.

Augusto aureo raffigurante il capricorno, segno zodiacale di Augusto
Augusto aureo raffigurante il capricorno, segno zodiacale di Augusto

Quando Ottaviano studiava ad Apollonia (nel 45 a.C.), l’astrologo Teogene aveva dedotto, dalla visione della costellazione del Capricorno, sotto cui era nato, il nuovo padrone del mondo. Da quel momento, lo ricorda Svetonio (Svet., Aug. 94), il giovane Ottaviano ebbe tale fiducia nel suo destino da far coniare una moneta d’argento con il segno zodiacale del Capricorno [2]. In questa cornice di segni miracolosi, Ottaviano a poco a poco interpretò il ruolo del favorito di Apollo.

Già dall’epoca di Silla, Apollo e i suoi simboli rappresentavano la speranza in un futuro migliore. Dopo la battaglia di Filippi, nella quale Apollo era stato invocato da entrambe le fazioni schierate, il dio dimostrò di stare dalla parte dei cesariani. Del resto Cesare stesso aveva dato nuovo splendore ai ludi apollinares [3]. Addirittura ci si spinse a ritenere che Azia, madre di Ottaviano, avesse concepito il figlio non dal padre ma da Apollo in forma di serpente (una storia simile già circolava a proposito di Olimpiade, madre di Alessandro Magno) [4].

Area del tempio di Apollo Palatino
Area del tempio di Apollo Palatino, Roma

La vittoria su Sesto Pompeo fu ottenuta ovviamente con l’aiuto di Apollo e il tempio di Apollo sul Palatino sarebbe stato costruito in adempimento a un voto fatto durante la battaglia (36 a.C.). Il tempio fu eretto a fianco dell’abitazione di Ottaviano e vi comunicava direttamente attraverso una rampa di scale [5]. L’effetto scenografico era garantito, così come il legame fra Ottaviano e il dio. Per fare questo si era ispirato ai sovrani ellenistici di Pergamo e di Alessandria, in cui il santuario costituiva l’ala di rappresentanza del palazzo reale. Il pretesto per la fondazione del tempio, in posizione scenografica sopra il Circo Massimo, era data dal ricordo di un fulmine abbattutosi a fianco della casa subito dopo la battaglia di Nauloco, esprimendo così il volere divino di erigere un tempio in quel punto (vicino al suo protetto).

La struttura del tempio di Apollo era molto simile ai santuari di Palestrina e di Tivoli [6]: Apollo era sinonimo di morale e di disciplina e ciò si adattava perfettamente allo svolgimento del programma politico di rinnovamento perseguito da Ottaviano-Apollo – purificatore e rinnovatore. Che le divinità fossero dalla parte di Ottaviano si può vedere anche dalle monete che fece coniare in argento già in parte prima della battaglia di Azio (e con cui pagava le sue truppe!).

2. Recupero del mito e rinnovamento religioso

Anche negli anni dopo Azio lo stato d’animo di molti Romani, soprattutto delle classi alte, rimase incline al pessimismo: uno dei principali motivi di ansietà e di sfiducia nel futuro era la diffusa sensazione che le guerre civili e gli altri disastri fossero una conseguenza della corruzione morale. Accanto a questi vi era tuttavia un mondo di aspettative utopiche fatto di sibille, indovini e uomini politici che promettevano un’età di pace e di benessere. Il princeps si trovò quindi a fronteggiare un clima emotivo oscillante fra profonda sfiducia e attese esaltate. Doveva dimostrare che non gli interessava soltanto consolidare il suo potere personale, ma anche e soprattutto rimettere ordine nello Stato e nella società. Doveva creare la sensazione di poter eliminare le vere cause del male.

Insieme alla restitutio rei publicae, Augusto avviò un vasto piano di “risanamento” della società, i cui motivi conduttori erano la rinascita religiosa e morale, il ritorno alla virtus e alla dignità peculiare del popolo romano.

La pietas non era soltanto una delle virtù del princeps illustrate sullo scudo [7]: essa doveva diventare l’idea-guida dello Stato augusteo. In questo il “salvatore” agì in modo sistematico: già all’inizio del 29 a.C. fu annunciato un programma di restaurazione religiosa e Ottaviano si fece affidare dal Senato l’incarico di reintegrare le vecchie cariche sacerdotali. Gli antichi culti, che in parte esistevano solo più di nome, tornarono in vigore. Tutte le prescrizioni religiose vennero fatte nuovamente rispettare con grande scrupolo. L’anno successivo veniva avviato, con la consacrazione del tempio di Apollo, il grande programma di risanamento dei vecchi templi:

Nel mio sesto consolato [28 a.C.] ho restaurato su incarico del Senato ottantadue templi nella città, senza trascurarne alcuno che avesse bisogno di un intervento risanatore.

(Augusto, Res Gestae, 20)

La rinascita dell’interesse per la religione degli antenati è la forma in cui meglio si esprime la nostalgica ricerca di identità propria della tarda repubblica.

Le Res Gestae volevano orgogliosamente riassumere come Cesare figlio, quando divenne Augusto, avesse fondato nel suo complesso la repubblica dei Romani. Da questo punto di vista sono innegabili i confronti con resoconti analoghi dei re dell’Oriente ellenistico, ma è altrettanto significativo che il conferimento del nome di Augusto fosse ricordato dal princeps solo a chiusura di quel resoconto, subito prima del conferimento del titolo di padre della patria.

Il principato di Augusto impose una forma di dominio basata sul rispetto (almeno formale) delle tradizioni. Cesare figlio, anche dopo che divenne Augusto, dovette attendere a lungo per ricoprire quel pontificato massimo la cui durata era vitalizia e che già era stato ricoperto da Giulio Cesare: una carica che conferiva a chi la deteneva poteri di supremo controllo sulla religione cittadina. Dovette attendere nel caso specifico la morte di Lepido che, a dire del princeps, si era impadronito di quel sommo sacerdozio “traendo occasione dalle guerre civili” [8]. Quando infine Lepido morì nel 13 a.C., Augusto, che già cumulava numerose cariche sacerdotali, poté finalmente assumere anche il pontificato massimo e divenne pertanto sia il supremo detentore di auctoritas in ambito magistratuale sia il supremo garante dei culti pubblici della città di Roma.

Nelle Res Gestae è sottolineato l’aspetto eminentemente costituzionale dell’assunzione del pontificato massimo. Tuttavia, tale acquisizione da parte di Augusto determinò un sostanziale addensamento di poteri: l’elezione a pontifex maximus il 6 marzo del 12 a.C. sortì l’effetto di mettere fine a Roma alla separazione del potere religioso da quello politico nel momento in cui il supremo detentore dell’auctoritas ricomponeva nella sua persona l’unione originaria di potere politico e potere religioso che in passato era stata caratteristica solo dei re.

Tempio di Vesta, Foro Romano
Tempio di Vesta, Foro Romano

Augusto volle ricollegarsi alla dea Vesta che nel suo tempio rotondo del Foro rappresentava a Roma il “focolare comune” di tutti i cittadini, mentre a parte ogni singola famiglia romana rendeva onori divini nella propria casa al suo focolare. Gli antenati di Augusto, membro della gens Iulia, provenivano da Troia poiché discendevano da Iulo-Ascanio, il figlio di Enea. In tal modo la leggenda troiana delle origini di Roma fece sì che il princeps dovesse intendersi imparentato con la stessa Vesta, divinità che proveniva da Troia e che era stato Enea, conducendola con sé in tutte le sue peripezie, a portare fino in Italia.

Tutti voi presenti che venerate i penetrali della casta Vesta,
rendete grazie e ponete incenso sui fuochi di Ilio.
Ai titoli innumerevoli che Cesare preferì meritare
si è aggiunto l’onore del pontificato.
I numi dell’eterno Cesare vegliano su fuochi
eterni: tu vedi congiunte le garanzie dell’impero.
Divinità dell’antica Troia, preda degnissima per chi vi portava,
carico della quale Enea fu sicuro dai nemici,
un sacerdote disceso da Enea tocca numi che gli sono parenti:
tu, Vesta, proteggi il capo di chi ti è parente.

(Ovidio, Fasti, III 417-26)

Sacrificio di Enea ai Penati, Ara Pacis, Roma
Sacrificio di Enea ai Penati, Ara Pacis, Roma

Nel fascio di parentele stabilito da Ovidio, Augusto è rappresentato non solo come parente di Vesta, ma anche di altre divinità giunte a Roma da Troia: divinità che si identificano con gli dei Penati, gli dei protettori di Roma e del popolo romano quasi ne fossero i mitici antenati, sottratti alle fiamme nella notte in cui Ilio bruciò e anch’essi recati in salvo da Enea. Gli dei Penati proteggevano il popolo romano nel suo complesso, mentre a sua volta ogni famiglia possedeva Penati propri che erano oggetto di culto all’interno delle singole case. Evidentemente nello stabilire connessioni di parentela tra Augusto ed Enea e di conseguenza tra Augusto, Vesta e i Penati pubblici del popolo romano, Virgilio con la sua Eneide fu un veicolo poderoso. Queste connessioni però non si limitarono al campo della poesia ma divennero immediatamente patrimonio di un sapere condiviso.

Nei calendari non solo veniva registrata la nomina di Augusto al pontificato massimo ma anche una dedica che ne conseguì all’interno della sua casa sul Palatino: la dedica appunto a Vesta di un altare e di una statua. Sebbene una parte della dimora di Augusto – dove sorgeva il tempio di Apollo – fosse stata resa pubblica già nel 36 a.C., è estremamente significativo che allora, nel 12, per rendere pubblica una parte ulteriore di quella stessa casa il princeps facesse ricorso a Vesta, divinità sua parente.

Agli occhi dei contemporanei Vesta e i Penati del popolo romano tornavano sotto quella che doveva apparire la tutela naturale di un pontefice massimo disceso da Enea. Vesta e i Penati del popolo romano, nel 12 a.C., dal Foro ascendevano al Palatino: così culti privati erano assimilati di fatto a culti ritenuti in città eminentemente comunitari e pubblici.

Pensare i culti della città a immagine della propria casa e pensare allo stesso tempo i culti della propria casa a immagine della città corrisponde a un progetto eminentemente familistico. Un simile progetto si sarebbe realizzato fino in fondo nel 2 a.C. con il conferimento ad Augusto del titolo di pater patriae.

Se il nome di Augusto aveva conferito al suo detentore un alone di carattere sacrale e se l’auctoritas, che ne conseguì, aveva formalizzato la posizione del princeps in rapporto agli altri magistrati, in una società fondata sui sentimenti di timore reverenziale che i padri tradizionalmente suscitavano, il titolo di pater patrie appariva allo stesso tempo autoritario e venerando.

3. La letteratura e la ricostruzione dell’identità romana

Nel corso di alcuni decenni, da prima della cosiddetta età di Cesare (78-44 a.C.) fino alla vittoria di Augusto sulla flotta di Antonio e Cleopatra (battaglia di Azio, 31 a.C.) Roma era stata teatro di avvenimenti tragici e violenti: i Romani avevano sperimentato uno sconvolgimento politico e culturale la cui natura si presentava profondamente nuova: i cives facevano la guerra non a nemici esterni ma ad altri cives, nobili e generali ormai consideravano la res publica una cosa personale, da ottenere o difendere con la spada. Era stata la fine di un regime politico fondato sul potere del senato e sulla rotazione elettiva fra le cariche supreme; la fine di un insieme di modelli culturali che regolavano da secoli il comportamento pubblico di Roma. Un tempo gli hostes, i nemici, erano per definizione gli stranieri, e i cives erano gli amici che condividevano valori e regole di comportamento propri di un’unica comunità: questa mentalità non aveva ormai più riscontro nella realtà e lo smarrimento di identità era grande.

Questa esperienza di crollo e trasformazione era stata vissuta da generazioni di intellettuali che per parte loro avevano ricevuto una educazione ormai molto lontana dai modelli culturali tradizionali. L’assetto tradizionale della comunità, nella forma del mos maiorum e dei grandi exempla del passato, era caduto. Intanto Roma era percorsa da correnti religiose nuove, che lasciavano sperare in una “rinascita” personale e sociale ignota alla tradizione della religione pubblica.

Allorché Augusto ebbe definitivamente consolidato il suo potere, negli anni successivi alla battaglia di Azio, venne il momento in cui a Roma i poeti e gli scrittori tentarono di ricostruire quel tessuto culturale tradizionale distrutto durante gli anni della guerra. Augusto stesso diede l’impulso principale a intraprendere questa strada, in accordo con la scelta di una politica che intendeva fare del suo ruolo di princeps il garante di una società che fosse ispirata ai valori della tradizione più pura e antica. Si deve anche ritenere, tuttavia, che questo impulso non fosse semplicemente pilotato dall’alto, con gli abili strumenti della propaganda, ma rispondesse a un sentimento comune, spontaneo. Ecco dunque Virgilio lanciarsi nella grande avventura  di un poema di respiro nazionale, l’Eneide; ecco Properzio concludere la sua carriera di poeta elegiaco con la composizione di alcune elegie ispirate al patrimonio mitico e religioso della cultura romana; ecco Livio riprendere l’antico schema della storiografia annalistica per ripercorrere, nei suoi Ab urbe condita libri, l’intero cammino della storia della città, partendo dalla sua fondazione per giungere sino all’età contemporanea; persino Ovidio, poeta dell’ultima generazione augustea, poco prima dell’esilio abbandonerà il suo mondo galante per dedicarsi alla composizione di un poema sul calendario religioso, i Fasti.

La cultura romana cercò insomma di ritrovare la sua identità, ripercorrendo con passione sia la propria storia sia i modelli più tipici della propria cultura. Modelli rappresentati da figure mitiche della tradizione (Enea, Attilio Regolo, Tarpea, Numa) e soprattutto una rete di valori che essi, con il solo ricordo delle imprese che avevano compiuto, erano in grado di suscitare: la pietas verso gli dei e verso i genitori, la virtus, i mores maiorum che avevano costituito la sostanza del comportamento antico.

Gli strumenti attraverso i quali gli scrittori di questa età si volgono all’indietro, ricercando nel passato la propria identità sono però quelli di una cultura non vecchia e tradizionale, ma  spiccatamente nuova. Properzio si dedicherà alla mitologia e alla religione di Roma arcaica con la mentalità alessandrina di un Callimaco; neppure Virgilio fa eccezione: ad esempio, nel libro VI dell’Eneide, il poeta ambienta uno degli episodi più fortemente “tradizionali” del poema – l’incontro con i grandi Romani, quelli che da Romolo in poi hanno costituito il nerbo stesso della storia e della cultura romana – in un quadro religioso che della religiosità tradizionale ha ben poco. I grandi esempi del passato vivono e si muovono all’interno di un mondo ultraterreno che presuppone adesso la sopravvivenza dell’anima nell’aldilà,  la possibilità di una rinascita dopo la morte, l’esistenza esplicita di una giustizia oltremondana.

La ricostruzione dell’identità romana, messa in atto nel periodo augusteo, risponde in realtà alla creazione di una identità nuova.

4. I discendenti di Enea, la sfilata delle «imagines maiorum» e i portici del tempio di Marte Ultore

Nel libro VI dell’Eneide (vv. 752 sgg.) si racconta la discesa di Enea nell’Ade  e si descrive la processione dei discendenti di Enea. L’eroe e suo padre Anchise si trovano su un tumulus, un luogo elevato e da qui assistono alla sfilata. I discendenti di Enea sono immaginati “in cammino”, a suggerire il fatto che il tempo è già in movimento e che il fato non può più in alcun modo essere arrestato: gli eroi sono ineluttabilmente avviati verso il momento in cui, uno di seguito all’altro, sorgeranno alla vita. È l’intera storia romana che si snoda davanti agli occhi di Anchise e di suo figlio, sotto forma dei futuri re o condottieri di Roma. Si tratta di un vero e proprio corteo, che comincia con Silvio, il figlio postumo di Enea, al quale seguono Proca, Capi, e così di seguito sino a giungere al più “recente” dei grandi Romani: cioè Marcello, figlio di Ottavia, sorella di Augusto, un nipote assai amato dal princeps e da questi adottato. Questo corteo dei discendenti non è semplicemente una grande creazione della fantasia drammatica virgiliana. L’episodio è infatti costruito su un modello profondamente radicato nella cultura romana, quello delle imagines maiorum (“maschere degli antenati”) che, indossate da uomini abbigliati al modo proprio di ciascun defunto e dotati delle sue stesse caratteristiche fisiche, durante il funerale gentilizio, accompagnavano il feretro.

Anchise aveva parlato e condusse il figlio e insieme
la Sibilla in mezzo all’affollata turba risonante,
e salì su un’altura di dove potesse distinguere tutti in lungo ordine,
di fronte, e riconoscere il volto delle anime che passavano.
“Ora ti svelerò con parole quale gloria si riserbi
alla prole dardania, quali discendenti dall’italica
gente siano sul punto di sorgere, anime illustri
e che formeranno la nostra gloria, e ti ammaestrerò sul tuo fato.
Quel giovane, vedi, che si appoggia alla pura asta,
ha in sorte i luoghi prossimi alla luce, per primo
sorgerà agli aliti eterei; commisto di sangue italico,
Silvio, nome albano, tua prossima prole,
che tardi a te carico d’anni la sposa Lavinia
alleverà nelle selve, re e padre di re,
da cui la nostra stirpe dominerà su Alba la Lunga.
Vicino a lui è Proca, gloria della gente troiana,
e Capi, e Numitore, e Silvio Enea che ti rinnoverà
nel nome, in uguale misura egregio nella pietà
e nelle armi, se mai otterrà di regnare su Alba.
[…] E all’avo s’accompagnerà il marzio Romolo,
che la madre Ilia partorirà, del sangue
di Assaraco […].
Ecco, figlio, coi suoi auspici la gloriosa Roma
uguaglierà il suo dominio alla superficie della terra e il suo spirito all’Olimpo,
e unica cingerà di mura i sette colli, feconda
d’una stirpe di eroi […].
Ora volgi qui gli occhi, esamina questa gente
dei tuoi Romani. Qui è Cesare [Ottaviano Augusto] e tutta la progenie
di Iulo che verrà sotto l’ampia volta del cielo.
Questo è l’uomo che spesso ti senti promettere,
l’Augusto Cesare, figlio del Divo, che fonderà
di nuovo il secolo d’oro nel Lazio per i campi
regnati un tempo da Saturno; estenderà l’impero
sui Garamanti e sugli Indi, sulla terra che giace oltre le stelle,
oltre le vie dell’anno e del sole, dove Atlante, portatore del cielo,
volge sull’omero la volta trapunta di stelle lucenti.

(Virgilio, Eneide, VI, 752-70; 781-84; 788-97)

Foro di Augusto, Roma
Foro di Augusto, Roma

Per comprendere quanto questo richiamo ai discendenti di Enea non fosse veicolato soltanto dalla poesia virgiliana ma bensì fosse patrimonio ormai acquisito di un sapere condiviso dalla collettività, è utile ricordare il Foro di Augusto, subito a nord della Curia Iulia, separato solo dal Foro di Cesare. Nel Foro di Augusto sorgeva il tempio di Marte Ultore, costruito già prima della battaglia di Filippi, santuario che soddisfaceva anche alcune necessità pratiche della vita quotidiana. Ma lo scopo più importante era pur sempre quello di integrare visivamente il nuovo princeps nel contesto della gens Iulia e dell’intera storia romana, di presentarlo come punto di arrivo della vicenda di Roma.

Frontone del tempio di Marte Ultore; sono raffigurati (da sinistra) la personificazione del Palatino semisdraiata; Romolo seduto che segue con lo sguardo il volo degli uccelli (come un augure); Venere Genitrix con Eros, a simboleggiare la fecondità; Marte progenitore dei Romani; la Fortuna Redux, simbolo di chi è reduce dalle campagne militari; la dea Roma, seduta su una catasta d'armi e la personificazione del fiume Tevere.
Frontone del tempio di Marte Ultore; sono raffigurati (da sinistra) la personificazione del Palatino semisdraiata; Romolo seduto che segue con lo sguardo il volo degli uccelli (come un augure); Venere Genitrix con Eros, a simboleggiare la fecondità; Marte progenitore dei Romani; la Fortuna Redux, simbolo di chi è reduce dalle campagne militari; la dea Roma, seduta su una catasta d’armi e la personificazione del fiume Tevere.

Le immagini sul frontone del tempio rappresentavano Marte, il padre di Romolo, come figura dominante, e al suo fianco Venere, la progenitrice della gens Iulia. Nei portici a fianco del tempio veniva continuata la linea mitologica fino al tempo storico. Statue dei più importanti uomini di Roma, da Romolo ad Appio Claudio Cieco, il famoso censore, fino al dittatore Silla e a Pompeo, l’avversario di Cesare, erano collocate nelle nicchie del portico a sinistra del tempio. I ritratti erano illustrati da iscrizioni che descrivevano la loro carriera politico-militare e le imprese a favore della res publica. Tutte le loro opere, le loro res gestae, conducevano ad Augusto, che si basava su di loro, ma che li superava di molto con le sue proprie res gestae.

A destra del tempio si presentava in modo analogo la gens Iulia, che aveva inizio con l’eroe troiano Enea e finiva con Marcello, genero di Augusto prematuramente scomparso, e con Druso, il suo figliastro. Le due linee però trovavano il loro punto finale comune in Augusto, la cui statua, in piedi su un carro trionfale, dominava la piazza subito di fronte al tempio. L’iscrizione sulla base della statua lo celebrava come pater patriae. Il detentore del potere militare veniva caratterizzato come monarca paterno.

Bibliografia:

  • Augusto, Res Gestae, trad. Luca Canali, Milano, Mondadori, 2002.
  • Ovidio, I fasti, trad. Luca Canali, Milano, Rizzoli, 1998.
  • Virgilio, Eneide, trad. Luca Canali, Milano, Mondadori, 1989.
  • Maurizio Bettini, La letteratura latina. Storia letteraria e antropologia romana, Vol. 2, Firenze, La Nuova Italia, 1995, pp. 363-779.
  • Werner Eck, Augusto e il suo tempo, Bologna, il Mulino, 2000.
  • Augusto Fraschetti, Roma e il principe, Roma-Bari, Laterza, 1990.
  • Augusto Fraschetti, Augusto, Roma-Bari, Laterza, 1998.
  • Paul Zanker, Augusto e il potere delle immagini, Torino, Einaudi, 1989.

[1] Paul Zanker, Augusto e il potere delle immagini, Torino, Einaudi, 1989, p. 52.

[2] Ivi, p. 53, fig. 36.

[3] Nello stesso periodo Ottaviano iniziò anche ad usare nei sigilli l’immagine della sfinge, simbolo del regnum apollinis profetizzato dalla sibilla. Cfr. Paul Zanker, op. cit., p. 55.

[4] Cfr. ivi, p. 39.

[5] Cfr. ivi, p. 57, fig. 40.

[6] Cfr. ivi, pp. 73 sgg.

[7] Il Senato fece appendere nella Curia Iulia, ove si riuniva, uno scudo onorario d’oro su cui furono riconosciute pubblicamente le virtù di Augusto: il coraggio (virtus), la clemenza (clementia), la giustizia (iustitia) e l’adempimento dei doveri nei confronti degli uomini e degli dei (pietas), virtù ce furono indicate come fondamento della sua posizione straordinaria. Cfr. Werner Eck, Augusto e il suo tempo, Bologna, il Mulino, 2000, p. 8; 50.

[8] Vedi Res Gestae, 10.

Dante illustrato – Inferno, Canto IV

"...e sol di tanto offesi / che sanza speme vivemo in disio". vv. 41-42
“…e sol di tanto offesi / che sanza speme vivemo in disio” (vv. 41-42)

Il primo cerchio dell’Inferno ospita il limbo. Qui si trovano coloro i quali, pur comportandosi rettamente, sono morti senza ricevere il battesimo o, se vissuti prima di Cristo, non hanno creduto nell’unico vero Dio. Queste anime sono tormentate dal desiderio senza speranza della luce divina. La loro sofferenza è tutta intellettuale, non fisica. Questa condizione è la stessa di Virgilio.

Così vid’i’ adunar la bella scola / di quel segnor de l’altissimo canto / che sovra li altri com’aquila vola. vv. 94-96
Così vid’i’ adunar la bella scola / di quel segnor de l’altissimo canto / che sovra li altri com’aquila vola. (vv. 94-96)

In una zona separata del limbo, dove una tenue luce riesce a vincere le tenebre, Dante vede le anime di personaggi che si distinsero per sapienza e virtù. Tra loro un gruppo ristretto, formato dai grandi poeti classici, Omero, Orazio, Ovidio e Lucano, saluta il ritorno di Virgilio e accoglie Dante, sesto tra cotanto senno.

Le illustrazioni sono di Gustave Doré (1832-1883).

Inferno, Canto IV

[Canto quarto, nel quale mostra del primo cerchio de l’inferno, luogo detto Limbo, e quivi tratta de la pena de’ non battezzati e de’ valenti uomini, li quali moriron innanzi l’avvenimento di Gesù Cristo e non conobbero debitamente Idio; e come Iesù Cristo trasse di questo luogo molte anime.]

Ruppemi l’alto sonno ne la testa
un greve truono, sì ch’io mi riscossi
come persona ch’è per forza desta;

e l’occhio riposato intorno mossi,
dritto levato, e fiso riguardai
per conoscer lo loco dov’ io fossi.

Vero è che ‘n su la proda mi trovai
de la valle d’abisso dolorosa
che ‘ntrono accoglie d’infiniti guai.

Oscura e profonda era e nebulosa
tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
io non vi discernea alcuna cosa.

«Or discendiam qua giù nel cieco mondo»,
cominciò il poeta tutto smorto.
«Io sarò primo, e tu sarai secondo».

E io, che del color mi fui accorto,
dissi: «Come verrò, se tu paventi
che suoli al mio dubbiare esser conforto?».

Ed elli a me: «L’angoscia de le genti
che son qua giù, nel viso mi dipigne
quella pietà che tu per tema senti.

Andiam, ché la via lunga ne sospigne».
Così si mise e così mi fé intrare
nel primo cerchio che l’abisso cigne.

Quivi, secondo che per ascoltare,
non avea pianto mai che di sospiri
che l’aura etterna facevan tremare;

ciò avvenia di duol sanza martìri,
ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,
d’infanti e di femmine e di viri.

Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi
che spiriti son questi che tu vedi?
Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,

ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,
non basta, perché non ebber battesmo,
ch’è porta de la fede che tu credi;

e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,
non adorar debitamente a Dio:
e di questi cotai son io medesmo.

Per tai difetti, non per altro rio,
semo perduti, e sol di tanto offesi
che sanza speme vivemo in disio».

Gran duol mi prese al cor quando lo ‘ntesi,
però che gente di molto valore
conobbi che ‘n quel limbo eran sospesi.

«Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore»,
comincia’ io per volere esser certo
di quella fede che vince ogne errore:

«uscicci mai alcuno, o per suo merto
o per altrui, che poi fosse beato?».
E quei che ‘ntese il mio parlar coverto,

rispuose: «Io era nuovo in questo stato,
quando ci vidi venire un possente,
con segno di vittoria coronato.

Trasseci l’ombra del primo parente,
d’Abèl suo figlio e quella di Noè,
di Moïsè legista e ubidente;

Abraàm patrïarca e Davìd re,
Israèl con lo padre e co’ suoi nati
e con Rachele, per cui tanto fé,

e altri molti, e feceli beati.
E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,
spiriti umani non eran salvati».

Non lasciavam l’andar perch’ ei dicessi,
ma passavam la selva tuttavia,
la selva, dico, di spiriti spessi.

Non era lunga ancor la nostra via
di qua dal sonno, quand’ io vidi un foco
ch’emisperio di tenebre vincia.

Di lungi n’eravamo ancora un poco,
ma non sì ch’io non discernessi in parte
ch’orrevol gente possedea quel loco.

«O tu ch’onori scïenzïa e arte,
questi chi son c’hanno cotanta onranza,
che dal modo de li altri li diparte?».

E quelli a me: «L’onrata nominanza
che di lor suona sù ne la tua vita,
grazïa acquista in ciel che sì li avanza».

Intanto voce fu per me udita:
«Onorate l’altissimo poeta;
l’ombra sua torna, ch’era dipartita».

Poi che la voce fu restata e queta,
vidi quattro grand’ ombre a noi venire:
sembianz’ avevan né trista né lieta.

Lo buon maestro cominciò a dire:
«Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre sì come sire:

quelli è Omero poeta sovrano;
l’altro è Orazio satiro che vene;
Ovidio è ‘l terzo, e l’ultimo Lucano.

Però che ciascun meco si convene
nel nome che sonò la voce sola,
fannomi onore, e di ciò fanno bene».

Così vid’ i’ adunar la bella scola
di quel segnor de l’altissimo canto
che sovra li altri com’ aquila vola.

Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,
e ‘l mio maestro sorrise di tanto;

e più d’onore ancora assai mi fenno,
ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.

Così andammo infino a la lumera,
parlando cose che ‘l tacere è bello,
sì com’ era ‘l parlar colà dov’ era.

Venimmo al piè d’un nobile castello,
sette volte cerchiato d’alte mura,
difeso intorno d’un bel fiumicello.

Questo passammo come terra dura;
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca verdura.

Genti v’eran con occhi tardi e gravi,
di grande autorità ne’ lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi.

Traemmoci così da l’un de’ canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
sì che veder si potien tutti quanti.

Colà diritto, sovra ‘l verde smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m’essalto.

I’ vidi Eletra con molti compagni,
tra ‘ quai conobbi Ettòr ed Enea,
Cesare armato con li occhi grifagni.

Vidi Cammilla e la Pantasilea;
da l’altra parte vidi ‘l re Latino
che con Lavina sua figlia sedea.

Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;
e solo, in parte, vidi ‘l Saladino.

Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
vidi ‘l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.

Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid’ ïo Socrate e Platone,
che ‘nnanzi a li altri più presso li stanno;

Democrito che ‘l mondo a caso pone,
Dïogenès, Anassagora e Tale,
Empedoclès, Eraclito e Zenone;

e vidi il buono accoglitor del quale,
Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulïo e Lino e Seneca morale;

Euclide geomètra e Tolomeo,
Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
Averoìs, che ‘l gran comento feo.

Io non posso ritrar di tutti a pieno,
però che sì mi caccia il lungo tema,
che molte volte al fatto il dir vien meno.

La sesta compagnia in due si scema:
per altra via mi mena il savio duca,
fuor de la queta, ne l’aura che trema.

E vegno in parte ove non è che luca.