Fra Cristoforo

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Francesco Gonin, Fra Cristoforo, illustrazione per l’edizione dei Promessi sposi del 1840

È passato il giorno delle nozze non celebrate, nella delusione amara per il fallito intervento della giustizia (Azzecca-garbugli) e nella trepida speranza di un aiuto ben più valido, quello di fra Cristoforo. Questo personaggio è talmente importante che l’autore ha voluto dedicare esclusivamente a lui un intero capitolo. Il frate che giunge in aiuto di Lucia veste, nella storia complessiva, il ruolo di aiutante, ma, isolando la sua figura in questo capitolo, il quarto del romanzo, possiamo considerarlo come il protagonista di una storia nella storia. Dopo il ritratto viene infatti narrata la storia del personaggio.

Rileggiamone la descrizione:

Il padre Cristoforo da *** era un uomo più vicino ai sessanta che ai cinquant’anni. Il suo capo raso, salvo la piccola corona di capelli, che vi girava intorno, secondo il rito cappuccinesco, s’alzava di tempo in tempo, con un movimento che lasciava trasparire un non so che d’altero e d’inquieto; e subito s’abbassava, per riflessione d’umiltà.

Ciò che spicca nella fisionomia del frate è quel capo che si alza lasciando intravvedere un non so che d’altero e d’inquieto, indicazione vaga che nasconde un tratto morale da spiegare successivamente, e che si subito si abbassa per riflessione di umiltà. L’accenno all’età è anch’esso vago, per accrescere la solennità dell’aspetto fisico. Quell’alterezza inquieta è corretta dunque, e quasi tenuta a freno, più che dall’obbligo dell’umiltà, dalla coscienza sempre vigile di se stesso e della sua condizione.

La barba bianca e lunga, che gli copriva le guance e il mento, faceva ancor più risaltare le forme rilevate della parte superiore del volto, alle quali un’astinenza, già da gran pezzo abituale, aveva assai più aggiunto di gravità che tolto d’espressione.

In questo periodo è colto, nella sua prima parte, un altro elemento fisico di fra Cristoforo (la barba bianca e lunga…), ma l’attenzione si ferma su di una caratteristica morale, interna: l’astinenza, che, esercitata a lungo su se stesso aveva conferito al volto del padre un aspetto di maggiore gravità pur senza togliere l’espressione, cioè una vivacità immediata nell’atteggiamento. È da notare il felice accostamento dei due sostantivi “morali”, gravità ed espressione, che sottintendono un contrasto dominato però da un saldo equilibrio interiore.

Due occhi incavati eran per lo più chinati a terra, ma talvolta sfolgoravano, con vivacità repentina; come due cavalli bizzarri, condotti a mano da un cocchiere, col quale sanno, per esperienza, che non si può vincerla, pure fanno, di tempo in tempo, qualche sgambetto, che scontan subito, con una buona tirata di morso.

Di tutto il ritratto di fra Cristoforo, questo particolare degli occhi come due cavalli bizzarri corretti da un esperto cocchiere è quello che è rimasto più celebre. Il contrasto prima accennato tra gravità ed espressione, umiltà e fierezza, si rivela in questo periodo: gli occhi colti nello star chinati a terra e nel loro improvviso sfolgorare da cui scaturisce questa famosa similitudine con i cavalli bizzarri. Il centro spirituale della fisionomia morale di fra Cristoforo consiste in questo equilibrio tra la sua vecchia natura di giovane irruento ma generoso e sdegnoso di ogni sopruso e la sua anima nuova, sposata alla più sincera e attiva vita religiosa, vestendo il saio di un ordine di assoluta povertà, il francescano, ma non esulandosi dal mondo e dalle sue passioni.

Il ritratto del frate è dunque sobrio di elementi fisici, essendo tutto l’interesse dello scrittore rivolto al carattere che si riflette nel viso macerato dal digiuno e negli occhi sfolgoranti di vivacità improvvisa. È questo un segno di quel non so che d’altero e d’inquieto che testimonia la presenza di un antico e indomito vigore.

il capo si alza

traspare un non so che d’altero e d’inquieto

il capo si abbassa

per riflessione di umiltà

l’astinenza

non toglie l’espressione

l’astinenza

conferisce gravità

gli occhi

sono talvolta sfolgoranti

gli occhi

sono perlopiù chinati a terra

Perché questo continuo e irrequieto contrasto in fra Cristoforo? Perché è vivo in lui l’uomo antico, di cui si traccia di seguito la vicenda, che lo ha indotto a convertirsi e prendere gli ordini. Fra Cristoforo vive la perenne espiazione del suo peccato e noi possiamo riconoscere, già in queste poche righe, la persistenza dell’uomo antico nel nuovo, del peccatore nel santo, di Lodovico in fra Cristoforo. Il dramma che ha vissuto in giovinezza è sempre attuale: Manzoni in questa breve descrizione lo testimonia attraverso questi tratti oppositivi e non dipinge la sua esperienza come quella della conversione di un violento in un mite e umile uomo religioso a tutto tondo: ciò sarebbe stato troppo semplice, non sarebbe bastato. Il frate espia una colpa gravissima e la sua contrizione è in perpetuo; il pane del perdono che egli porta nella sua sporta, per tutta la vita, non è un semplice simbolo ma è un ricordo perennemente attuale, un ricordo perpetuo celato nella sua anima.

La presenza di fra Cristoforo giganteggia nel romanzo, non tanto come quella di un essere superiore, che è al di sopra e al di fuori del dramma storico ed umano, quale può apparire, nella sua integrale santità, il cardinal Federigo, ma come quella di «un uomo fra gli uomini» [1], che ha vissuto le sue esperienze e ha formato il suo carattere proprio in mezzo al complicato mondo secentesco [2]. Anche egli è, insomma, figlio del suo secolo, sebbene le risorse non comuni del suo spirito concorrano a fargli trascendere, come succede alle grandi anime, i confini del suo tempo per attingere valori umani e universali.

Il XVII secolo si presta a illustrare con efficacia un problema particolarmente urgente per Manzoni: il ruolo storico della Chiesa. La Chiesa seicentesca viene impietosamente descritta da Manzoni come gravemente compromessa a più livelli con un potere politico insieme inetto e prevaricatore – ed esempi, in questo senso, sono rappresentati dai personaggi di don Abbondio, della monaca di Monza, del padre provinciale. Ma è anche vero che, proprio in quest’epoca in cui le istituzioni civili, politiche e religiose sembrano coalizzarsi con il fine di opprimere il debole e mirare al proprio esclusivo vantaggio, la Chiesa appare a Manzoni l’unica istituzione capace di esprimere la forza morale e politica necessaria a soccorrere gli oppressi: figure luminose come il cardinale Federigo Borromeo e fra Cristoforo incarnano nel romanzo un ideale decisamente positivo.

Sebbene la sua figura sia realisticamente rappresentata, non si può non sentire in fra Cristoforo quasi il simbolo dell’eterna lotta tra il bene e il male, tra la forza materiale e quella spirituale, che, sorretta dalla fede, è destinata a trionfare. In fra Cristoforo appare il dualismo del carattere tipico della figura dell’eroe romanzesco dell’Ottocento [3]: in lui il dissidio interiore non è risolto se non in termini di disciplina e di fermo addomesticamento della propria indole ribelle. Il frate è un «peccatore contrito, ma che nella sua contrizione mostra lampante la sua perpetua capacità di peccare, frenata soltanto dalla riflessione di umiltà» [4].

L’indole di fra Cristoforo, ribelle e generosa, è delineata fin da quando egli si chiama ancora Lodovico: abituato al lusso e all’agiatezza di una vita signorile, anche se non suggellata da un blasone nobiliare, cresce alimentando dentro di sé una naturale fierezza in contrasto con i complessi di inferiorità ereditati dal padre mercante e arrampicatore sociale. Come il padre, egli non è accettato alla pari degli aristocratici di sangue e deve subire ogni sorta di umiliazioni e soprusi («gli conveniva fare una nuova scuola di pazienza e di sommissione, star sempre al di sotto, e ingozzarne una, ogni momento»). Il suo orgoglio lo costringe a una solitudine insopportabile; la ripicca e il dispetto lo portano a un antagonismo che è pur sempre un segno di dipendenza non superata («non potendo frequentarli famigliarmente, e volendo pure avere che far con loro in qualche modo, s’era dato a competer con loro di sfoggi e magnificenza, comprandosi così a contanti inimicizie, invidie e ridicolo»).

La psicologia del giovane Lodovico è colta nel legame di attrazione e repulsione verso i veri signori, agli occhi dei quali teme soprattutto di apparire ridicolo. Di qui la molla anarchica che lo spinge a combattere violentemente il mondo che lo rifiuta e a farsi protettor degli oppressi e vendicatore de’ torti. È importante far capire che il ruolo assunto da Lodovico non è motivato da amore dei poveri né da un barlume di coscienza di classe, ma soprattutto dal gusto della rivincita fomentato da un antico sentimento di subalternità sociale: il giovane accetta lo spirito della storia in cui è totalmente calato e deve «usare un machiavellismo che intimamente gli ripugna» [5].

In lui, tuttavia, scatta una molla inattesa ma non sorprendente in un carattere anarchico come il suo:

[…] più d’una volta, o scoraggiato, dopo una trista riuscita, o inquieto per un pericolo imminente, annoiato del continuo guardarsi, stomacato della sua compagnia, in pensiero dell’avvenire, per le sue sostanze che se n’andavan, di giorno in giorno, in opere buone e in braverie, più d’una volta gli era saltata la fantasia di farsi frate; che, a que’ tempi, era il ripiego più comune, per uscir d’impicci.

Aspetto che accomuna la sua figura a quella dell’Innominato («le due grandi figure di “convertiti” del romanzo manzoniano […] che approdano al bene dopo diverse o contrarie esperienze» [6]), anche Lodovico ha una vita interiore che è sul filo della frattura: se irrequietezza, noia e disgusto di sé sono le avvisaglie di un travaglio spirituale che sta per aprirsi alla conversione, inizialmente, la fantasia di farsi frate si affaccia come un ripiego, come una fuga o un’ammissione di sconfitta.

Sarà l’evento traumatico – il duello, la morte del fedele servitore e l’uccisione del rivale – a far esplodere la catarsi: la conversione, la scelta del sacerdozio e dell’ordine cappuccino trasformano il giovane imprigionato nei meccanismi del suo tempo in un rigoroso profeta della carità e della giustizia cristiana, «in un uomo radicalmente contro la logica della storia» [7].

Note

[1] Luigi Russo, Personaggi dei Promessi Sposi, Laterza, Roma-Bari, 1998, p. 295.

[2] Si ricordi, per inciso, un passo della lettera che Manzoni scrive a Fauriel il 29 maggio 1822 in cui si ribadisce la condanna morale verso questo secolo e la necessità di ambientare l’opera proprio nel Seicento perché sospinto da una sorta di sfida a far luce su una delle epoche più buie e meno note della storia italiana: «[…] Le memorie che ci restano di quest’epoca presentano e fanno pensare a una situazione della società del tutto eccezionale: un governo il più arbitrario, commisto di anarchia feudale e di anarchia popolare, un sistema legislativo perlomeno paradossale nei provvedimenti che emana e in quelli che lascia intravedere o che suggerisce; un livello di ignoranza profonda, feroce e pretenziosa, classi sociali diverse, con interessi e principi addirittura opposti; qualche episodio malnoto, ma consegnato a testi degnissimi di fede, che testimoniano di siffatte condizioni nel loro sfrenato sviluppo; infine una peste come occasione delle prove della nefandezza più cruda e svergognata, ai pregiudizi più assurdi, all’esercizio delle virtù toccanti, ecc. ecc. ecco di cosa riempire un canovaccio» (in Cesare Segre, Clelia Martignoni (a cura di), Testi nella storia, Vol. 3, L’Ottocento, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori, Milano, 2000, p. 410).

[3] Cfr. Romano Luperini, Pietro Cataldi (et alii) La scrittura e l’interpretazione. Storia e antologia della letteratura italiana nel quadro della civiltà europea (Edizione verde modulare), Vol. 2, tomo X, L’eroe nella prosa del mondo: il modello romanzesco di Manzoni, G. B. Palumbo Editore, Palermo, 1998, pp. 7-8: nel romanzo dell’Ottocento ha origine «un tipo particolare di personaggio: l’eroe problematico che, con il suo bisogno di valori introduce in un mondo alienato le esigenze di rinnovamento o almeno la coscienza dell’immoralità e del cinismo dominanti. Sono eroi problematici i protagonisti dei romanzi di Stendhal, di Balzac, come anche quelli di Manzoni (e non solo padre Cristoforo, ma anche Adelchi) […]».

[4] Luigi Russo, Personaggi dei Promessi Sposi, cit., p. 295.

[5] Angelo Marchese (a cura di), I promessi sposi, Arnoldo Mondadori, Milano, 1987, p. 86.

[6] Claudio Toscani, Come leggere i Promessi Sposi, Mursia, Milano, 1984, p. 99.

[7] Angelo Marchese (a cura di), I promessi sposi, cit., p. 86.

Il punk di Monza

Quello che stai per leggere è un laboratorio sulla descrizione che ho svolto in classe e che ho ripreso con poche modifiche da un sito di didattica (http://www.atuttascuola.it/scuola/descrizione/indice.htm).

Laboratorio sulla descrizione

lisander

Imparare a scrivere un testo descrittivo è come imparare l’abc della scrittura. Anche quando impareremo a fare testi molto complessi, ci capiterà di dover descrivere qualcosa, e lì sarà importante avere fatto degli esercizi per consolidare questa abilità. Cosa fanno fare infatti gli insegnanti di disegno fra i primi esercizi per imparare a disegnare? Mettono un oggetto sulla cattedra e dicono agli alunni: disegnatelo! E cos’è, in fondo, una descrizione, se non un ritratto di una cosa, di una persona, o di un luogo?

Tieni presente che, per continuare l’esempio dell’insegnante di disegno di prima, spesso per imparare a disegnare occorre copiare, o prendere spunto da qualche grande artista, o addirittura usare il proprio foglio in trasparenza e ricalcare l’originale che è posto sotto. Sono tutti ottimi metodi per imparare a disegnare, rubando i segreti da coloro che sanno già realizzare opere d’arte. Allo stesso modo è possibile utilizzare l’originale di un autore, magari poi modificandolo in parte minima per adattarlo al nostro scopo comunicativo. Qui di seguito c’è un esercizio di descrizione in cui si tratterà sostanzialmente di “rifare” l’originale (si tratta di una descrizione, è bene notarlo, che usa il procedimento dall’alto verso il basso).

 

LA MONACA DI MONZA

Virginia-Maria-de-LeyvaIl suo aspetto, che poteva dimostrar venticinque anni, faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta. Un velo nero, sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, cadeva dalle due parti, discosto alquanto dal viso; sotto il velo, una bianchissima benda di lino cingeva, fino al mezzo, una fronte di diversa, ma non di inferiore bianchezza; un’altra benda a pieghe circondava il viso, e terminava sotto il mento in un soggolo, che si stendeva alquanto sul petto, a coprire lo scollo d’un nero saio. Ma quella fronte si raggrinzava spesso, come per una contrazione dolorosa; e allora due sopraccigli neri si ravvicinavano, con un rapido movimento. Due occhi, neri neri anch’essi, si fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba; talora si chinavano in fretta, come per cercare un nascondiglio; in certi momenti, un attento osservatore avrebbe argomentato che chiedessero affetto, corrispondenza, pietà; altre volte avrebbe creduto coglierci la rivelazione istantanea d’un odio inveterato e compresso, un non so che di minaccioso e di feroce: quando restavano immobili e fissi senza attenzione, chi ci avrebbe immaginata una svogliatezza orgogliosa, chi avrebbe potuto sospettarci il travaglio di un pensiero nascosto, d’una preoccupazione familiare all’animo, e più forte su quello che gli oggetti circostanti. Le gote pallidissime scendevano con un contorno delicato e grazioso, ma alterato e reso mancante da una lenta estenuazione. Le labbra, quantunque appena tinte d’un roseo sbiadito, pure spiccavano in quel pallore: i loro moti erano, come quelli degli occhi, subitanei, vivi, pieni d’espressione e di mistero. La grandezza ben formata della persona scompariva in un certo abbandono del portamento, o compariva sfigurata in certe mosse repentine, irregolari e troppo risolute per una donna, nonché per una monaca. Nel vestire stesso c’era qua e là qualcosa di studiato e di negletto, che annunziava una monaca singolare: la vita era attillata con una certa cura secolaresca e dalla benda usciva sur una tempia una ciocchettina di neri capelli; cosa che dimostrava o dimenticanza o disprezzo della regola, che prescriveva di tenerli sempre corti, da quando erano stati tagliati, nella cerimonia solenne del vestimento.

Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, cap.IX

Esercizio:

Sostituisci alla Monaca un altro soggetto scegliendolo fra quelli indicati qui di seguito, mantenendo le scelte di Manzoni:

  1. Marinaio
  2. Giovane punk
  3. Tramviere
  4. Carabiniere in alta uniforme
  5. Motociclista in viaggio verso le vacanze
  6. Militare americano in tenuta da combattimento

Esempio 1:

IL PUNK DI MONZA

punk-fashion--large-msg-134894697785Il suo aspetto, che poteva dimostrare venticinque anni, faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta. Un cappello nero, sospeso orizzontalmente sulla testa, cadeva da una parte, discosto alquanto dal viso; sotto il cappello, una fascia nera cingeva, fino al mezzo, una fronte di diversa, ma non d’inferiore cupezza; un alto colletto nero circondava il collo, e una catena a mo’ di collana, si stendeva alquanto sul petto, a coprire lo scollo della giacca in pelle di un nero sporco. Ma quella fronte si raggrinzava spesso, come per una contrazione dolorosa; e allora due sopraccigli neri si ravvicinavano, con un rapido movimento. Due occhi, neri neri anch’essi, si fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba; talora si chinavano in fretta, come per cercare un nascondiglio; in certi momenti, un attento osservatore avrebbe argomentato che chiedessero affetto, corrispondenza, pietà; altre volte avrebbe creduto coglierci la rivelazione istantanea d’un odio inveterato e compresso, un non so che di minaccioso e di feroce: quando restavano immobili e fissi senza attenzione, chi ci avrebbe immaginato una svogliatezza orgogliosa, chi avrebbe potuto sospettarci il travaglio di un pensiero nascosto, d’una preoccupazione familiare all’animo, e più forte su quello che gli oggetti circostanti. Le gote pallidissime scendevano con un contorno marcato e spigoloso, alterato e reso mancante da una lenta estenuazione. Le labbra, quantunque appena tinte d’un roseo sbiadito, pure spiccavano in quel pallore: i loro moti erano, come quelli degli occhi, subitanei, vivi, pieni d’espressione e di mistero. La grandezza ben formata della persona scompariva in un certo abbandono del portamento, o compariva sfigurata in certe mosse repentine, irregolari e troppo risolute. Nel vestire stesso c’era qua e là qualcosa di studiato e di negletto, che annunziava un classico punk: jeans stracciati, scarponi neri allacciati larghi e dal cappello usciva sur una tempia una ciocchettina di verdi capelli; cosa che dimostrava o dimenticanza o disprezzo della regola.

(dal compito di italiano di Amedeo G., classe prima, anno scolastico 2000-01)

 Esempio 2:

IL MARINAIO DI MONZA

Brianbarry_Corto-MalteseIl suo aspetto, che poteva dimostrare venticinque anni, faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma di una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta. Un cappello blu e bianco, con un’ancora d’argento attaccata sul davanti, sospeso orizzontalmente sulla testa, cadeva da una parte, discosto alquanto dal viso; sotto il cappello una fascia blu cingeva, fino al mezzo, una fronte di diversa, ma non di inferiore cupezza; una collana hawaiana e una catena di denti di squalo si stendevano alquanto sul petto, a coprire lo scollo della sottile maglietta di cotone a righe bianche e rosse, che evidenziava la muscolatura delle braccia e da cui usciva la peluria a ciuffetti. Ma quella fronte si raggrinzava spesso, come per una contrazione dolorosa; e allora due sopraccigli neri si ravvicinavano con un rapido movimento. Due occhi, neri neri anch’essi, si fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba; talora si chinavano in fretta come per cercare un nascondiglio; in certi momenti, un attento osservatore avrebbe argomentato che chiedessero affetto, corrispondenza, pietà; altre volte avrebbe creduto coglierci la rivelazione istantanea di un odio inveterato e compresso, un non so che di minaccioso e di feroce: quando restavano immobili e fissi senza attenzione, chi ci avrebbe immaginato una svogliatezza orgogliosa, chi avrebbe potuto sospettarci il travaglio di un pensiero nascosto, d’una preoccupazione familiare all’animo, e più forte su quello che gli oggetti circostanti. Le gote abbronzate dal sole erano piene paffute, con a tratti qualche bruciatura, e ricoperte di una barbetta nera sottile. Le labbra rosee erano nascoste dai baffi folti e neri anch’essi: i loro moti erano, come quelli degli occhi, subitanei, vivi, pieni d’espressione e di mistero. La grandezza ben formata della persona scompariva in un certo abbandono del portamento, o compariva sfigurata in certe mosse repentine, irregolari e troppo risolute. Nel vestire stesso c’era qua e là qualcosa di studiato e di negletto, che annunziava un classico marinaio: pantaloni blu a tratti sbiaditi per gli spruzzi di acqua salata, scarponi neri, massicci e dal cappello usciva sur una tempia una ciocchettina di neri capelli; cosa che dimostrava la semplicità e la spontaneità di quell’uomo.

(Francesca, classe terza, anno scolastico 2013-14)