Appunti su Augusto e il potere delle immagini

Augusto e il rinnovamento religioso e culturale

1. Identificazioni mitologiche

La pretesa di discendere da una figura divina non era una novità per la tarda repubblica. Da tempo, infatti, i nobili romani usavano far risalire la propria stirpe ad eroi o a divinità greche. Si imitavano in questo modo le grandi case reali ellenistiche e si rivendicava la propria appartenenza originaria al mondo greco richiamandosi agli antenati troiani.

Cameo con Augusto che indossa una corona con i raggi del Sole (I sec. d.C.)
Cameo con Augusto che indossa una corona con i raggi del Sole (I sec. d.C.)

Il mito divenne strumento di propaganda: arrivò al punto di condizionare l’agire pubblico e privato dei protagonisti della scena politica di allora. Antonio adottò, come divinità di riferimento Dioniso-Bacco, Ottaviano scelse Apollo. Sicuramente la miseria del presente e la mancanza di sicurezza per il futuro contribuirono a creare un’aspettativa per un “salvatore” che traghettasse il popolo romano verso un’epoca più felice. In questo contesto chi ambiva al potere doveva necessariamente presentarsi come “salvatore” e il più efficace linguaggio visivo per comunicare ciò al popolo era quello fornito dalle divinità greche.

Antonio si identificò con Dioniso quando giunse in Asia dopo la suddivisione dell’impero fra i triumviri (42 a.C.). In un primo tempo lo stile di vita di Antonio fece davvero pensare di essere alle soglie di una nuova età dell’oro, grazie a un effimero stile di vita fatto di lusso e piaceri inebrianti. Fino all’ultimo fu fedele al suo personaggio.

Ottaviano aveva uno stile completamente diverso. Ereditava da Cesare ricchezze, clienti e carisma, e ne seppe fare ottimo uso fin dalla più giovane età; ereditava inoltre le “attese di redenzione” [1] del popolo romano, straziato da anni di guerre civili. Su Ottaviano circolavano storie che lo vedevano come ‘predestinato’: Cicerone aveva sognato un bambino che scendeva dal cielo lungo una catena dorata e riceveva una sferza da Giove Capitolino; all’assunzione del suo primo consolato gli erano apparse, come a Romolo, dodici oche in volo.

Augusto aureo raffigurante il capricorno, segno zodiacale di Augusto
Augusto aureo raffigurante il capricorno, segno zodiacale di Augusto

Quando Ottaviano studiava ad Apollonia (nel 45 a.C.), l’astrologo Teogene aveva dedotto, dalla visione della costellazione del Capricorno, sotto cui era nato, il nuovo padrone del mondo. Da quel momento, lo ricorda Svetonio (Svet., Aug. 94), il giovane Ottaviano ebbe tale fiducia nel suo destino da far coniare una moneta d’argento con il segno zodiacale del Capricorno [2]. In questa cornice di segni miracolosi, Ottaviano a poco a poco interpretò il ruolo del favorito di Apollo.

Già dall’epoca di Silla, Apollo e i suoi simboli rappresentavano la speranza in un futuro migliore. Dopo la battaglia di Filippi, nella quale Apollo era stato invocato da entrambe le fazioni schierate, il dio dimostrò di stare dalla parte dei cesariani. Del resto Cesare stesso aveva dato nuovo splendore ai ludi apollinares [3]. Addirittura ci si spinse a ritenere che Azia, madre di Ottaviano, avesse concepito il figlio non dal padre ma da Apollo in forma di serpente (una storia simile già circolava a proposito di Olimpiade, madre di Alessandro Magno) [4].

Area del tempio di Apollo Palatino
Area del tempio di Apollo Palatino, Roma

La vittoria su Sesto Pompeo fu ottenuta ovviamente con l’aiuto di Apollo e il tempio di Apollo sul Palatino sarebbe stato costruito in adempimento a un voto fatto durante la battaglia (36 a.C.). Il tempio fu eretto a fianco dell’abitazione di Ottaviano e vi comunicava direttamente attraverso una rampa di scale [5]. L’effetto scenografico era garantito, così come il legame fra Ottaviano e il dio. Per fare questo si era ispirato ai sovrani ellenistici di Pergamo e di Alessandria, in cui il santuario costituiva l’ala di rappresentanza del palazzo reale. Il pretesto per la fondazione del tempio, in posizione scenografica sopra il Circo Massimo, era data dal ricordo di un fulmine abbattutosi a fianco della casa subito dopo la battaglia di Nauloco, esprimendo così il volere divino di erigere un tempio in quel punto (vicino al suo protetto).

La struttura del tempio di Apollo era molto simile ai santuari di Palestrina e di Tivoli [6]: Apollo era sinonimo di morale e di disciplina e ciò si adattava perfettamente allo svolgimento del programma politico di rinnovamento perseguito da Ottaviano-Apollo – purificatore e rinnovatore. Che le divinità fossero dalla parte di Ottaviano si può vedere anche dalle monete che fece coniare in argento già in parte prima della battaglia di Azio (e con cui pagava le sue truppe!).

2. Recupero del mito e rinnovamento religioso

Anche negli anni dopo Azio lo stato d’animo di molti Romani, soprattutto delle classi alte, rimase incline al pessimismo: uno dei principali motivi di ansietà e di sfiducia nel futuro era la diffusa sensazione che le guerre civili e gli altri disastri fossero una conseguenza della corruzione morale. Accanto a questi vi era tuttavia un mondo di aspettative utopiche fatto di sibille, indovini e uomini politici che promettevano un’età di pace e di benessere. Il princeps si trovò quindi a fronteggiare un clima emotivo oscillante fra profonda sfiducia e attese esaltate. Doveva dimostrare che non gli interessava soltanto consolidare il suo potere personale, ma anche e soprattutto rimettere ordine nello Stato e nella società. Doveva creare la sensazione di poter eliminare le vere cause del male.

Insieme alla restitutio rei publicae, Augusto avviò un vasto piano di “risanamento” della società, i cui motivi conduttori erano la rinascita religiosa e morale, il ritorno alla virtus e alla dignità peculiare del popolo romano.

La pietas non era soltanto una delle virtù del princeps illustrate sullo scudo [7]: essa doveva diventare l’idea-guida dello Stato augusteo. In questo il “salvatore” agì in modo sistematico: già all’inizio del 29 a.C. fu annunciato un programma di restaurazione religiosa e Ottaviano si fece affidare dal Senato l’incarico di reintegrare le vecchie cariche sacerdotali. Gli antichi culti, che in parte esistevano solo più di nome, tornarono in vigore. Tutte le prescrizioni religiose vennero fatte nuovamente rispettare con grande scrupolo. L’anno successivo veniva avviato, con la consacrazione del tempio di Apollo, il grande programma di risanamento dei vecchi templi:

Nel mio sesto consolato [28 a.C.] ho restaurato su incarico del Senato ottantadue templi nella città, senza trascurarne alcuno che avesse bisogno di un intervento risanatore.

(Augusto, Res Gestae, 20)

La rinascita dell’interesse per la religione degli antenati è la forma in cui meglio si esprime la nostalgica ricerca di identità propria della tarda repubblica.

Le Res Gestae volevano orgogliosamente riassumere come Cesare figlio, quando divenne Augusto, avesse fondato nel suo complesso la repubblica dei Romani. Da questo punto di vista sono innegabili i confronti con resoconti analoghi dei re dell’Oriente ellenistico, ma è altrettanto significativo che il conferimento del nome di Augusto fosse ricordato dal princeps solo a chiusura di quel resoconto, subito prima del conferimento del titolo di padre della patria.

Il principato di Augusto impose una forma di dominio basata sul rispetto (almeno formale) delle tradizioni. Cesare figlio, anche dopo che divenne Augusto, dovette attendere a lungo per ricoprire quel pontificato massimo la cui durata era vitalizia e che già era stato ricoperto da Giulio Cesare: una carica che conferiva a chi la deteneva poteri di supremo controllo sulla religione cittadina. Dovette attendere nel caso specifico la morte di Lepido che, a dire del princeps, si era impadronito di quel sommo sacerdozio “traendo occasione dalle guerre civili” [8]. Quando infine Lepido morì nel 13 a.C., Augusto, che già cumulava numerose cariche sacerdotali, poté finalmente assumere anche il pontificato massimo e divenne pertanto sia il supremo detentore di auctoritas in ambito magistratuale sia il supremo garante dei culti pubblici della città di Roma.

Nelle Res Gestae è sottolineato l’aspetto eminentemente costituzionale dell’assunzione del pontificato massimo. Tuttavia, tale acquisizione da parte di Augusto determinò un sostanziale addensamento di poteri: l’elezione a pontifex maximus il 6 marzo del 12 a.C. sortì l’effetto di mettere fine a Roma alla separazione del potere religioso da quello politico nel momento in cui il supremo detentore dell’auctoritas ricomponeva nella sua persona l’unione originaria di potere politico e potere religioso che in passato era stata caratteristica solo dei re.

Tempio di Vesta, Foro Romano
Tempio di Vesta, Foro Romano

Augusto volle ricollegarsi alla dea Vesta che nel suo tempio rotondo del Foro rappresentava a Roma il “focolare comune” di tutti i cittadini, mentre a parte ogni singola famiglia romana rendeva onori divini nella propria casa al suo focolare. Gli antenati di Augusto, membro della gens Iulia, provenivano da Troia poiché discendevano da Iulo-Ascanio, il figlio di Enea. In tal modo la leggenda troiana delle origini di Roma fece sì che il princeps dovesse intendersi imparentato con la stessa Vesta, divinità che proveniva da Troia e che era stato Enea, conducendola con sé in tutte le sue peripezie, a portare fino in Italia.

Tutti voi presenti che venerate i penetrali della casta Vesta,
rendete grazie e ponete incenso sui fuochi di Ilio.
Ai titoli innumerevoli che Cesare preferì meritare
si è aggiunto l’onore del pontificato.
I numi dell’eterno Cesare vegliano su fuochi
eterni: tu vedi congiunte le garanzie dell’impero.
Divinità dell’antica Troia, preda degnissima per chi vi portava,
carico della quale Enea fu sicuro dai nemici,
un sacerdote disceso da Enea tocca numi che gli sono parenti:
tu, Vesta, proteggi il capo di chi ti è parente.

(Ovidio, Fasti, III 417-26)

Sacrificio di Enea ai Penati, Ara Pacis, Roma
Sacrificio di Enea ai Penati, Ara Pacis, Roma

Nel fascio di parentele stabilito da Ovidio, Augusto è rappresentato non solo come parente di Vesta, ma anche di altre divinità giunte a Roma da Troia: divinità che si identificano con gli dei Penati, gli dei protettori di Roma e del popolo romano quasi ne fossero i mitici antenati, sottratti alle fiamme nella notte in cui Ilio bruciò e anch’essi recati in salvo da Enea. Gli dei Penati proteggevano il popolo romano nel suo complesso, mentre a sua volta ogni famiglia possedeva Penati propri che erano oggetto di culto all’interno delle singole case. Evidentemente nello stabilire connessioni di parentela tra Augusto ed Enea e di conseguenza tra Augusto, Vesta e i Penati pubblici del popolo romano, Virgilio con la sua Eneide fu un veicolo poderoso. Queste connessioni però non si limitarono al campo della poesia ma divennero immediatamente patrimonio di un sapere condiviso.

Nei calendari non solo veniva registrata la nomina di Augusto al pontificato massimo ma anche una dedica che ne conseguì all’interno della sua casa sul Palatino: la dedica appunto a Vesta di un altare e di una statua. Sebbene una parte della dimora di Augusto – dove sorgeva il tempio di Apollo – fosse stata resa pubblica già nel 36 a.C., è estremamente significativo che allora, nel 12, per rendere pubblica una parte ulteriore di quella stessa casa il princeps facesse ricorso a Vesta, divinità sua parente.

Agli occhi dei contemporanei Vesta e i Penati del popolo romano tornavano sotto quella che doveva apparire la tutela naturale di un pontefice massimo disceso da Enea. Vesta e i Penati del popolo romano, nel 12 a.C., dal Foro ascendevano al Palatino: così culti privati erano assimilati di fatto a culti ritenuti in città eminentemente comunitari e pubblici.

Pensare i culti della città a immagine della propria casa e pensare allo stesso tempo i culti della propria casa a immagine della città corrisponde a un progetto eminentemente familistico. Un simile progetto si sarebbe realizzato fino in fondo nel 2 a.C. con il conferimento ad Augusto del titolo di pater patriae.

Se il nome di Augusto aveva conferito al suo detentore un alone di carattere sacrale e se l’auctoritas, che ne conseguì, aveva formalizzato la posizione del princeps in rapporto agli altri magistrati, in una società fondata sui sentimenti di timore reverenziale che i padri tradizionalmente suscitavano, il titolo di pater patrie appariva allo stesso tempo autoritario e venerando.

3. La letteratura e la ricostruzione dell’identità romana

Nel corso di alcuni decenni, da prima della cosiddetta età di Cesare (78-44 a.C.) fino alla vittoria di Augusto sulla flotta di Antonio e Cleopatra (battaglia di Azio, 31 a.C.) Roma era stata teatro di avvenimenti tragici e violenti: i Romani avevano sperimentato uno sconvolgimento politico e culturale la cui natura si presentava profondamente nuova: i cives facevano la guerra non a nemici esterni ma ad altri cives, nobili e generali ormai consideravano la res publica una cosa personale, da ottenere o difendere con la spada. Era stata la fine di un regime politico fondato sul potere del senato e sulla rotazione elettiva fra le cariche supreme; la fine di un insieme di modelli culturali che regolavano da secoli il comportamento pubblico di Roma. Un tempo gli hostes, i nemici, erano per definizione gli stranieri, e i cives erano gli amici che condividevano valori e regole di comportamento propri di un’unica comunità: questa mentalità non aveva ormai più riscontro nella realtà e lo smarrimento di identità era grande.

Questa esperienza di crollo e trasformazione era stata vissuta da generazioni di intellettuali che per parte loro avevano ricevuto una educazione ormai molto lontana dai modelli culturali tradizionali. L’assetto tradizionale della comunità, nella forma del mos maiorum e dei grandi exempla del passato, era caduto. Intanto Roma era percorsa da correnti religiose nuove, che lasciavano sperare in una “rinascita” personale e sociale ignota alla tradizione della religione pubblica.

Allorché Augusto ebbe definitivamente consolidato il suo potere, negli anni successivi alla battaglia di Azio, venne il momento in cui a Roma i poeti e gli scrittori tentarono di ricostruire quel tessuto culturale tradizionale distrutto durante gli anni della guerra. Augusto stesso diede l’impulso principale a intraprendere questa strada, in accordo con la scelta di una politica che intendeva fare del suo ruolo di princeps il garante di una società che fosse ispirata ai valori della tradizione più pura e antica. Si deve anche ritenere, tuttavia, che questo impulso non fosse semplicemente pilotato dall’alto, con gli abili strumenti della propaganda, ma rispondesse a un sentimento comune, spontaneo. Ecco dunque Virgilio lanciarsi nella grande avventura  di un poema di respiro nazionale, l’Eneide; ecco Properzio concludere la sua carriera di poeta elegiaco con la composizione di alcune elegie ispirate al patrimonio mitico e religioso della cultura romana; ecco Livio riprendere l’antico schema della storiografia annalistica per ripercorrere, nei suoi Ab urbe condita libri, l’intero cammino della storia della città, partendo dalla sua fondazione per giungere sino all’età contemporanea; persino Ovidio, poeta dell’ultima generazione augustea, poco prima dell’esilio abbandonerà il suo mondo galante per dedicarsi alla composizione di un poema sul calendario religioso, i Fasti.

La cultura romana cercò insomma di ritrovare la sua identità, ripercorrendo con passione sia la propria storia sia i modelli più tipici della propria cultura. Modelli rappresentati da figure mitiche della tradizione (Enea, Attilio Regolo, Tarpea, Numa) e soprattutto una rete di valori che essi, con il solo ricordo delle imprese che avevano compiuto, erano in grado di suscitare: la pietas verso gli dei e verso i genitori, la virtus, i mores maiorum che avevano costituito la sostanza del comportamento antico.

Gli strumenti attraverso i quali gli scrittori di questa età si volgono all’indietro, ricercando nel passato la propria identità sono però quelli di una cultura non vecchia e tradizionale, ma  spiccatamente nuova. Properzio si dedicherà alla mitologia e alla religione di Roma arcaica con la mentalità alessandrina di un Callimaco; neppure Virgilio fa eccezione: ad esempio, nel libro VI dell’Eneide, il poeta ambienta uno degli episodi più fortemente “tradizionali” del poema – l’incontro con i grandi Romani, quelli che da Romolo in poi hanno costituito il nerbo stesso della storia e della cultura romana – in un quadro religioso che della religiosità tradizionale ha ben poco. I grandi esempi del passato vivono e si muovono all’interno di un mondo ultraterreno che presuppone adesso la sopravvivenza dell’anima nell’aldilà,  la possibilità di una rinascita dopo la morte, l’esistenza esplicita di una giustizia oltremondana.

La ricostruzione dell’identità romana, messa in atto nel periodo augusteo, risponde in realtà alla creazione di una identità nuova.

4. I discendenti di Enea, la sfilata delle «imagines maiorum» e i portici del tempio di Marte Ultore

Nel libro VI dell’Eneide (vv. 752 sgg.) si racconta la discesa di Enea nell’Ade  e si descrive la processione dei discendenti di Enea. L’eroe e suo padre Anchise si trovano su un tumulus, un luogo elevato e da qui assistono alla sfilata. I discendenti di Enea sono immaginati “in cammino”, a suggerire il fatto che il tempo è già in movimento e che il fato non può più in alcun modo essere arrestato: gli eroi sono ineluttabilmente avviati verso il momento in cui, uno di seguito all’altro, sorgeranno alla vita. È l’intera storia romana che si snoda davanti agli occhi di Anchise e di suo figlio, sotto forma dei futuri re o condottieri di Roma. Si tratta di un vero e proprio corteo, che comincia con Silvio, il figlio postumo di Enea, al quale seguono Proca, Capi, e così di seguito sino a giungere al più “recente” dei grandi Romani: cioè Marcello, figlio di Ottavia, sorella di Augusto, un nipote assai amato dal princeps e da questi adottato. Questo corteo dei discendenti non è semplicemente una grande creazione della fantasia drammatica virgiliana. L’episodio è infatti costruito su un modello profondamente radicato nella cultura romana, quello delle imagines maiorum (“maschere degli antenati”) che, indossate da uomini abbigliati al modo proprio di ciascun defunto e dotati delle sue stesse caratteristiche fisiche, durante il funerale gentilizio, accompagnavano il feretro.

Anchise aveva parlato e condusse il figlio e insieme
la Sibilla in mezzo all’affollata turba risonante,
e salì su un’altura di dove potesse distinguere tutti in lungo ordine,
di fronte, e riconoscere il volto delle anime che passavano.
“Ora ti svelerò con parole quale gloria si riserbi
alla prole dardania, quali discendenti dall’italica
gente siano sul punto di sorgere, anime illustri
e che formeranno la nostra gloria, e ti ammaestrerò sul tuo fato.
Quel giovane, vedi, che si appoggia alla pura asta,
ha in sorte i luoghi prossimi alla luce, per primo
sorgerà agli aliti eterei; commisto di sangue italico,
Silvio, nome albano, tua prossima prole,
che tardi a te carico d’anni la sposa Lavinia
alleverà nelle selve, re e padre di re,
da cui la nostra stirpe dominerà su Alba la Lunga.
Vicino a lui è Proca, gloria della gente troiana,
e Capi, e Numitore, e Silvio Enea che ti rinnoverà
nel nome, in uguale misura egregio nella pietà
e nelle armi, se mai otterrà di regnare su Alba.
[…] E all’avo s’accompagnerà il marzio Romolo,
che la madre Ilia partorirà, del sangue
di Assaraco […].
Ecco, figlio, coi suoi auspici la gloriosa Roma
uguaglierà il suo dominio alla superficie della terra e il suo spirito all’Olimpo,
e unica cingerà di mura i sette colli, feconda
d’una stirpe di eroi […].
Ora volgi qui gli occhi, esamina questa gente
dei tuoi Romani. Qui è Cesare [Ottaviano Augusto] e tutta la progenie
di Iulo che verrà sotto l’ampia volta del cielo.
Questo è l’uomo che spesso ti senti promettere,
l’Augusto Cesare, figlio del Divo, che fonderà
di nuovo il secolo d’oro nel Lazio per i campi
regnati un tempo da Saturno; estenderà l’impero
sui Garamanti e sugli Indi, sulla terra che giace oltre le stelle,
oltre le vie dell’anno e del sole, dove Atlante, portatore del cielo,
volge sull’omero la volta trapunta di stelle lucenti.

(Virgilio, Eneide, VI, 752-70; 781-84; 788-97)

Foro di Augusto, Roma
Foro di Augusto, Roma

Per comprendere quanto questo richiamo ai discendenti di Enea non fosse veicolato soltanto dalla poesia virgiliana ma bensì fosse patrimonio ormai acquisito di un sapere condiviso dalla collettività, è utile ricordare il Foro di Augusto, subito a nord della Curia Iulia, separato solo dal Foro di Cesare. Nel Foro di Augusto sorgeva il tempio di Marte Ultore, costruito già prima della battaglia di Filippi, santuario che soddisfaceva anche alcune necessità pratiche della vita quotidiana. Ma lo scopo più importante era pur sempre quello di integrare visivamente il nuovo princeps nel contesto della gens Iulia e dell’intera storia romana, di presentarlo come punto di arrivo della vicenda di Roma.

Frontone del tempio di Marte Ultore; sono raffigurati (da sinistra) la personificazione del Palatino semisdraiata; Romolo seduto che segue con lo sguardo il volo degli uccelli (come un augure); Venere Genitrix con Eros, a simboleggiare la fecondità; Marte progenitore dei Romani; la Fortuna Redux, simbolo di chi è reduce dalle campagne militari; la dea Roma, seduta su una catasta d'armi e la personificazione del fiume Tevere.
Frontone del tempio di Marte Ultore; sono raffigurati (da sinistra) la personificazione del Palatino semisdraiata; Romolo seduto che segue con lo sguardo il volo degli uccelli (come un augure); Venere Genitrix con Eros, a simboleggiare la fecondità; Marte progenitore dei Romani; la Fortuna Redux, simbolo di chi è reduce dalle campagne militari; la dea Roma, seduta su una catasta d’armi e la personificazione del fiume Tevere.

Le immagini sul frontone del tempio rappresentavano Marte, il padre di Romolo, come figura dominante, e al suo fianco Venere, la progenitrice della gens Iulia. Nei portici a fianco del tempio veniva continuata la linea mitologica fino al tempo storico. Statue dei più importanti uomini di Roma, da Romolo ad Appio Claudio Cieco, il famoso censore, fino al dittatore Silla e a Pompeo, l’avversario di Cesare, erano collocate nelle nicchie del portico a sinistra del tempio. I ritratti erano illustrati da iscrizioni che descrivevano la loro carriera politico-militare e le imprese a favore della res publica. Tutte le loro opere, le loro res gestae, conducevano ad Augusto, che si basava su di loro, ma che li superava di molto con le sue proprie res gestae.

A destra del tempio si presentava in modo analogo la gens Iulia, che aveva inizio con l’eroe troiano Enea e finiva con Marcello, genero di Augusto prematuramente scomparso, e con Druso, il suo figliastro. Le due linee però trovavano il loro punto finale comune in Augusto, la cui statua, in piedi su un carro trionfale, dominava la piazza subito di fronte al tempio. L’iscrizione sulla base della statua lo celebrava come pater patriae. Il detentore del potere militare veniva caratterizzato come monarca paterno.

Bibliografia:

  • Augusto, Res Gestae, trad. Luca Canali, Milano, Mondadori, 2002.
  • Ovidio, I fasti, trad. Luca Canali, Milano, Rizzoli, 1998.
  • Virgilio, Eneide, trad. Luca Canali, Milano, Mondadori, 1989.
  • Maurizio Bettini, La letteratura latina. Storia letteraria e antropologia romana, Vol. 2, Firenze, La Nuova Italia, 1995, pp. 363-779.
  • Werner Eck, Augusto e il suo tempo, Bologna, il Mulino, 2000.
  • Augusto Fraschetti, Roma e il principe, Roma-Bari, Laterza, 1990.
  • Augusto Fraschetti, Augusto, Roma-Bari, Laterza, 1998.
  • Paul Zanker, Augusto e il potere delle immagini, Torino, Einaudi, 1989.

[1] Paul Zanker, Augusto e il potere delle immagini, Torino, Einaudi, 1989, p. 52.

[2] Ivi, p. 53, fig. 36.

[3] Nello stesso periodo Ottaviano iniziò anche ad usare nei sigilli l’immagine della sfinge, simbolo del regnum apollinis profetizzato dalla sibilla. Cfr. Paul Zanker, op. cit., p. 55.

[4] Cfr. ivi, p. 39.

[5] Cfr. ivi, p. 57, fig. 40.

[6] Cfr. ivi, pp. 73 sgg.

[7] Il Senato fece appendere nella Curia Iulia, ove si riuniva, uno scudo onorario d’oro su cui furono riconosciute pubblicamente le virtù di Augusto: il coraggio (virtus), la clemenza (clementia), la giustizia (iustitia) e l’adempimento dei doveri nei confronti degli uomini e degli dei (pietas), virtù ce furono indicate come fondamento della sua posizione straordinaria. Cfr. Werner Eck, Augusto e il suo tempo, Bologna, il Mulino, 2000, p. 8; 50.

[8] Vedi Res Gestae, 10.

Dante illustrato – Inferno, Canto XVII

inferno xvii 1
E quella sozza imagine di froda / sen venne, e arrivò la testa e ‘l busto (vv. 7-8)

Nel settimo cerchio si apre una voragine che non è possibile percorrere con i normali mezzi umani. Virgilio e Dante si dovranno servire dell’aiuto di un mostro simile a un drago, Gerione. Ha un volto umano, che ispira fiducia, ma il tronco di un serpente, le zampe da felino e soprattutto la coda di uno scorpione, sempre pronta a ferire: è una perfetta immagine della frode, il peccato che domina gli ultimi due cerchi dell’Inferno.

inferno xvii 2
Allor fu’ io più timido a lo stoscio (v. 121)

In groppa a Gerione, Dante compie un’esperienza totalmente nuova: il volo. Nuova è anche la paura che lo assale, ma Virgilio lo cinge e lo sostiene, e grazie alle sue raccomandazioni il mostro plana lentamente verso l’ottavo cerchio, avvicinandosi al quale Dante vede fiamme e sente gemiti che accrescono in lui la paura di cadere.

Le illustrazioni sono di Gustave Doré (1832-1883).

Inferno, Canto XVII

[Canto XVII, nel quale si tratta del discendimento nel luogo detto Malebolge, che è l’ottavo cerchio de l’inferno; ancora fa proemio alquanto di quelli che sono nel settimo circulo; e quivi si truova il demonio Gerione sopra ‘l quale passaro il fiume; e quivi parlò Dante ad alcuni prestatori e usurai del settimo cerchio.]

«Ecco la fiera con la coda aguzza,
che passa i monti e rompe i muri e l’armi!
Ecco colei che tutto ‘l mondo appuzza!».

Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
e accennolle che venisse a proda,
vicino al fin d’i passeggiati marmi.

E quella sozza imagine di froda
sen venne, e arrivò la testa e ‘l busto,
ma ‘n su la riva non trasse la coda.

La faccia sua era faccia d’uom giusto,
tanto benigna avea di fuor la pelle,
e d’un serpente tutto l’altro fusto;

due branche avea pilose insin l’ascelle;
lo dosso e ‘l petto e ambedue le coste
dipinti avea di nodi e di rotelle.

Con più color, sommesse e sovraposte
non fer mai drappi Tartari né Turchi,
né fuor tai tele per Aragne imposte.

Come talvolta stanno a riva i burchi,
che parte sono in acqua e parte in terra,
e come là tra li Tedeschi lurchi

lo bivero s’assetta a far sua guerra,
così la fiera pessima si stava
su l’orlo ch’è di pietra e ‘l sabbion serra.

Nel vano tutta sua coda guizzava,
torcendo in sù la venenosa forca
ch’a guisa di scorpion la punta armava.

Lo duca disse: «Or convien che si torca
la nostra via un poco insino a quella
bestia malvagia che colà si corca».

Però scendemmo a la destra mammella,
e diece passi femmo in su lo stremo,
per ben cessar la rena e la fiammella.

E quando noi a lei venuti semo,
poco più oltre veggio in su la rena
gente seder propinqua al loco scemo.

Quivi ‘l maestro «Acciò che tutta piena
esperïenza d’esto giron porti»,
mi disse, «va, e vedi la lor mena.

Li tuoi ragionamenti sian là corti;
mentre che torni, parlerò con questa,
che ne conceda i suoi omeri forti».

Così ancor su per la strema testa
di quel settimo cerchio tutto solo
andai, dove sedea la gente mesta.

Per li occhi fora scoppiava lor duolo;
di qua, di là soccorrien con le mani
quando a’ vapori, e quando al caldo suolo:

non altrimenti fan di state i cani
or col ceffo or col piè, quando son morsi
o da pulci o da mosche o da tafani.

Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
ne’ quali ‘l doloroso foco casca,
non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi

che dal collo a ciascun pendea una tasca
ch’avea certo colore e certo segno,
e quindi par che ‘l loro occhio si pasca.

E com’ io riguardando tra lor vegno,
in una borsa gialla vidi azzurro
che d’un leone avea faccia e contegno.

Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
vidine un’altra come sangue rossa,
mostrando un’oca bianca più che burro.

E un che d’una scrofa azzurra e grossa
segnato avea lo suo sacchetto bianco,
mi disse: «Che fai tu in questa fossa?

Or te ne va; e perché se’ vivo anco,
sappi che ‘l mio vicin Vitalïano
sederà qui dal mio sinistro fianco.

Con questi Fiorentin son padoano:
spesse fïate mi ‘ntronan li orecchi
gridando: “Vegna ‘l cavalier sovrano,

che recherà la tasca con tre becchi!”».
Qui distorse la bocca e di fuor trasse
la lingua, come bue che ‘l naso lecchi.

E io, temendo no ‘l più star crucciasse
lui che di poco star m’avea ‘mmonito,
torna’mi in dietro da l’anime lasse.

Trova’ il duca mio ch’era salito
già su la groppa del fiero animale,
e disse a me: «Or sie forte e ardito.

Omai si scende per sì fatte scale;
monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo,
sì che la coda non possa far male».

Qual è colui che sì presso ha ‘l riprezzo
de la quartana, c’ha già l’unghie smorte,
e triema tutto pur guardando ‘l rezzo,

tal divenn’ io a le parole porte;
ma vergogna mi fé le sue minacce,
che innanzi a buon segnor fa servo forte.

I’ m’assettai in su quelle spallacce;
sì volli dir, ma la voce non venne
com’ io credetti: ‘Fa che tu m’abbracce’.

Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne
ad altro forse, tosto ch’i’ montai
con le braccia m’avvinse e mi sostenne;

e disse: «Gerïon, moviti omai:
le rote larghe, e lo scender sia poco;
pensa la nova soma che tu hai».

Come la navicella esce di loco
in dietro in dietro, sì quindi si tolse;
e poi ch’al tutto si sentì a gioco,

là ‘v’ era ‘l petto, la coda rivolse,
e quella tesa, come anguilla, mosse,
e con le branche l’aere a sé raccolse.

Maggior paura non credo che fosse
quando Fetonte abbandonò li freni,
per che ‘l ciel, come pare ancor, si cosse;

né quando Icaro misero le reni
sentì spennar per la scaldata cera,
gridando il padre a lui «Mala via tieni!»,

che fu la mia, quando vidi ch’i’ era
ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta
ogne veduta fuor che de la fera.

Ella sen va notando lenta lenta;
rota e discende, ma non me n’accorgo
se non che al viso e di sotto mi venta.

Io sentia già da la man destra il gorgo
far sotto noi un orribile scroscio,
per che con li occhi ‘n giù la testa sporgo.

Allor fu’ io più timido a lo stoscio,
però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti;
ond’ io tremando tutto mi raccoscio.

E vidi poi, ché nol vedea davanti,
lo scendere e ‘l girar per li gran mali
che s’appressavan da diversi canti.

Come ‘l falcon ch’è stato assai su l’ali,
che sanza veder logoro o uccello
fa dire al falconiere «Omè, tu cali!»,

discende lasso onde si move isnello,
per cento rote, e da lunge si pone
dal suo maestro, disdegnoso e fello;

così ne puose al fondo Gerïone
al piè al piè de la stagliata rocca,
e, discarcate le nostre persone,

si dileguò come da corda cocca.

Dante illustrato – Inferno, Canti XV-XVI

inferno xv
rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?» (v. 30)

Dante viene fermato da un’anima della schiera dei sodomiti. Le fiamme ne hanno quasi cotto il viso, ma il pellegrino, aguzzando la vista, lo riconosce: è Brunetto Latini, una delle figure più importanti della cultura e della politica fiorentina della generazione precedente a Dante, che in lui vide un autentico maestro e a lui fu legato da un profondo affetto. Brunetto prevede un glorioso futuro per Dante, ma lo avverte anche che sarà vittima dell’ingratitudine dei fiorentini, gente «avara, invidiosa e superba».

L’illustrazione è di Gustave Doré (1832-1883). Al canto XV segue il XVI, per il quale Doré non ha prodotto alcuna incisione.

Inferno, Canto XV

[Canto XV, ove tratta di quello medesimo girone e di quello medesimo cerchio; e qui sono puniti coloro che fanno forza ne la deitade, spregiando natura e sua bontade, sì come sono li soddomiti.]

Ora cen porta l’un de’ duri margini;
e ‘l fummo del ruscel di sopra aduggia,
sì che dal foco salva l’acqua e li argini.

Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
temendo ‘l fiotto che ‘nver’ lor s’avventa,
fanno lo schermo perché ‘l mar si fuggia;

e quali Padoan lungo la Brenta,
per difender lor ville e lor castelli,
anzi che Carentana il caldo senta:

a tale imagine eran fatti quelli,
tutto che né sì alti né sì grossi,
qual che si fosse, lo maestro félli.

Già eravam da la selva rimossi
tanto, ch’i’ non avrei visto dov’ era,
perch’ io in dietro rivolto mi fossi,

quando incontrammo d’anime una schiera
che venian lungo l’argine, e ciascuna
ci riguardava come suol da sera

guardare uno altro sotto nuova luna;
e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia
come ‘l vecchio sartor fa ne la cruna.

Così adocchiato da cotal famiglia,
fui conosciuto da un, che mi prese
per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!».

E io, quando ‘l suo braccio a me distese,
ficcaï li occhi per lo cotto aspetto,
sì che ‘l viso abbrusciato non difese

la conoscenza süa al mio ‘ntelletto;
e chinando la mano a la sua faccia,
rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?».

E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia
se Brunetto Latino un poco teco
ritorna ‘n dietro e lascia andar la traccia».

I’ dissi lui: «Quanto posso, ven preco;
e se volete che con voi m’asseggia,
faròl, se piace a costui che vo seco».

«O figliuol», disse, «qual di questa greggia
s’arresta punto, giace poi cent’ anni
sanz’ arrostarsi quando ‘l foco il feggia.

Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni;
e poi rigiugnerò la mia masnada,
che va piangendo i suoi etterni danni».

Io non osava scender de la strada
per andar par di lui; ma ‘l capo chino
tenea com’ uom che reverente vada.

El cominciò: «Qual fortuna o destino
anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?
e chi è questi che mostra ‘l cammino?».

«Là sù di sopra, in la vita serena»,
rispuos’ io lui, «mi smarri’ in una valle,
avanti che l’età mia fosse piena.

Pur ier mattina le volsi le spalle:
questi m’apparve, tornand’ ïo in quella,
e reducemi a ca per questo calle».

Ed elli a me: «Se tu segui tua stella,
non puoi fallire a glorïoso porto,
se ben m’accorsi ne la vita bella;

e s’io non fossi sì per tempo morto,
veggendo il cielo a te così benigno,
dato t’avrei a l’opera conforto.

Ma quello ingrato popolo maligno
che discese di Fiesole ab antico,
e tiene ancor del monte e del macigno,

ti si farà, per tuo ben far, nimico;
ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al dolce fico.

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
gent’ è avara, invidiosa e superba:
dai lor costumi fa che tu ti forbi.

La tua fortuna tanto onor ti serba,
che l’una parte e l’altra avranno fame
di te; ma lungi fia dal becco l’erba.

Faccian le bestie fiesolane strame
di lor medesme, e non tocchin la pianta,
s’alcuna surge ancora in lor letame,

in cui riviva la sementa santa
di que’ Roman che vi rimaser quando
fu fatto il nido di malizia tanta».

«Se fosse tutto pieno il mio dimando»,
rispuos’ io lui, «voi non sareste ancora
de l’umana natura posto in bando;

ché ‘n la mente m’è fitta, e or m’accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora

m’insegnavate come l’uom s’etterna:
e quant’ io l’abbia in grado, mentr’ io vivo
convien che ne la mia lingua si scerna.

Ciò che narrate di mio corso scrivo,
e serbolo a chiosar con altro testo
a donna che saprà, s’a lei arrivo.

Tanto vogl’ io che vi sia manifesto,
pur che mia coscïenza non mi garra,
ch’a la Fortuna, come vuol, son presto.

Non è nuova a li orecchi miei tal arra:
però giri Fortuna la sua rota
come le piace, e ‘l villan la sua marra».

Lo mio maestro allora in su la gota
destra si volse in dietro e riguardommi;
poi disse: «Bene ascolta chi la nota».

Né per tanto di men parlando vommi
con ser Brunetto, e dimando chi sono
li suoi compagni più noti e più sommi.

Ed elli a me: «Saper d’alcuno è buono;
de li altri fia laudabile tacerci,
ché ‘l tempo saria corto a tanto suono.

In somma sappi che tutti fur cherci
e litterati grandi e di gran fama,
d’un peccato medesmo al mondo lerci.

Priscian sen va con quella turba grama,
e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,
s’avessi avuto di tal tigna brama,

colui potei che dal servo de’ servi
fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,
dove lasciò li mal protesi nervi.

Di più direi; ma ‘l venire e ‘l sermone
più lungo esser non può, però ch’i’ veggio
là surger nuovo fummo del sabbione.

Gente vien con la quale esser non deggio.
Sieti raccomandato il mio Tesoro,
nel qual io vivo ancora, e più non cheggio».

Poi si rivolse, e parve di coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoro

quelli che vince, non colui che perde.

Inferno, Canto XVI

[Canto XVI, ove tratta di quello medesimo girone e di quello medesimo cerchio e di quello medesimo peccato.]

Già era in loco onde s’udia ‘l rimbombo
de l’acqua che cadea ne l’altro giro,
simile a quel che l’arnie fanno rombo,

quando tre ombre insieme si partiro,
correndo, d’una torma che passava
sotto la pioggia de l’aspro martiro.

Venian ver’ noi, e ciascuna gridava:
«Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri
essere alcun di nostra terra prava».

Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri,
ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri.

A le lor grida il mio dottor s’attese;
volse ‘l viso ver’ me, e «Or aspetta»,
disse, «a costor si vuole esser cortese.

E se non fosse il foco che saetta
la natura del loco, i’ dicerei
che meglio stesse a te che a lor la fretta».

Ricominciar, come noi restammo, ei
l’antico verso; e quando a noi fuor giunti,
fenno una rota di sé tutti e trei.

Qual sogliono i campion far nudi e unti,
avvisando lor presa e lor vantaggio,
prima che sien tra lor battuti e punti,

così rotando, ciascuno il visaggio
drizzava a me, sì che ‘n contraro il collo
faceva ai piè continüo vïaggio.

E «Se miseria d’esto loco sollo
rende in dispetto noi e nostri prieghi»,
cominciò l’uno, «e ‘l tinto aspetto e brollo,

la fama nostra il tuo animo pieghi
a dirne chi tu se’, che i vivi piedi
così sicuro per lo ‘nferno freghi.

Questi, l’orme di cui pestar mi vedi,
tutto che nudo e dipelato vada,
fu di grado maggior che tu non credi:

nepote fu de la buona Gualdrada;
Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
fece col senno assai e con la spada.

L’altro, ch’appresso me la rena trita,
è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
nel mondo sù dovria esser gradita.

E io, che posto son con loro in croce,
Iacopo Rusticucci fui, e certo
la fiera moglie più ch’altro mi nuoce».

S’i’ fossi stato dal foco coperto,
gittato mi sarei tra lor di sotto,
e credo che ‘l dottor l’avria sofferto;

ma perch’ io mi sarei brusciato e cotto,
vinse paura la mia buona voglia
che di loro abbracciar mi facea ghiotto.

Poi cominciai: «Non dispetto, ma doglia
la vostra condizion dentro mi fisse,
tanta che tardi tutta si dispoglia,

tosto che questo mio segnor mi disse
parole per le quali i’ mi pensai
che qual voi siete, tal gente venisse.

Di vostra terra sono, e sempre mai
l’ovra di voi e li onorati nomi
con affezion ritrassi e ascoltai.

Lascio lo fele e vo per dolci pomi
promessi a me per lo verace duca;
ma ‘nfino al centro pria convien ch’i’ tomi».

«Se lungamente l’anima conduca
le membra tue», rispuose quelli ancora,
«e se la fama tua dopo te luca,

cortesia e valor dì se dimora
ne la nostra città sì come suole,
o se del tutto se n’è gita fora;

ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole
con noi per poco e va là coi compagni,
assai ne cruccia con le sue parole».

«La gente nuova e i sùbiti guadagni
orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni».

Così gridai con la faccia levata;
e i tre, che ciò inteser per risposta,
guardar l’un l’altro com’ al ver si guata.

«Se l’altre volte sì poco ti costa»,
rispuoser tutti, «il satisfare altrui,
felice te se sì parli a tua posta!

Però, se campi d’esti luoghi bui
e torni a riveder le belle stelle,
quando ti gioverà dicere “I’ fui”,

fa che di noi a la gente favelle».
Indi rupper la rota, e a fuggirsi
ali sembiar le gambe loro isnelle.

Un amen non saria possuto dirsi
tosto così com’ e’ fuoro spariti;
per ch’al maestro parve di partirsi.

Io lo seguiva, e poco eravam iti,
che ‘l suon de l’acqua n’era sì vicino,
che per parlar saremmo a pena uditi.

Come quel fiume c’ha proprio cammino
prima dal Monte Viso ‘nver’ levante,
da la sinistra costa d’Apennino,

che si chiama Acquacheta suso, avante
che si divalli giù nel basso letto,
e a Forlì di quel nome è vacante,

rimbomba là sovra San Benedetto
de l’Alpe per cadere ad una scesa
ove dovea per mille esser recetto;

così, giù d’una ripa discoscesa,
trovammo risonar quell’ acqua tinta,
sì che ‘n poc’ ora avria l’orecchia offesa.

Io avea una corda intorno cinta,
e con essa pensai alcuna volta
prender la lonza a la pelle dipinta.

Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta,
sì come ‘l duca m’avea comandato,
porsila a lui aggroppata e ravvolta.

Ond’ ei si volse inver’ lo destro lato,
e alquanto di lunge da la sponda
la gittò giuso in quell’ alto burrato.

«E’ pur convien che novità risponda»,
dicea fra me medesmo, «al novo cenno
che ‘l maestro con l’occhio sì seconda».

Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
presso a color che non veggion pur l’ovra,
ma per entro i pensier miran col senno!

El disse a me: «Tosto verrà di sovra
ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna;
tosto convien ch’al tuo viso si scovra».

Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna
de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,
però che sanza colpa fa vergogna;

ma qui tacer nol posso; e per le note
di questa comedìa, lettor, ti giuro,
s’elle non sien di lunga grazia vòte,

ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro
venir notando una figura in suso,
maravigliosa ad ogne cor sicuro,

sì come torna colui che va giuso
talora a solver l’àncora ch’aggrappa
o scoglio o altro che nel mare è chiuso,

che ‘n sù si stende e da piè si rattrappa.

Dante illustrato – Inferno, Canto XIII

inferno xiii 1
Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno (v. 10)

Guadato il fiume, Dante e Virgilio si trovano in tutt’altro luogo: un bosco intricato e privo di sentieri, dove gli alberi non producono foglie verdi o frutti, ma protendono rami nodosi e contorti, da cui spuntano foglie lugubri e spine avvelenate. Qui fanno il loro nido le Arpie, sudici uccelli dal volto di donna, che tormentarono Enea e i suoi compagni e lanciarono su di loro presagi di sventura.

inferno xiii 2
e ‘l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?» (v. 33)

Dante sente dei gemiti, ma non riesce a capire da dove provengano. Virgilio lo invita a spezzare un ramo. Non appena Dante stacca un ramoscello di un grande pruno, dal tronco si leva una voce accorata: le piante contengono le anime di esseri umani, che si suicidarono strappando sé a se stessi. Chi parla è Pier delle Vigne, il più potente dei ministri dell’imperatore Federico II: accusato di tradimento, si uccise per protestare la propria innocenza, provando l’amaro piacere di ferire gli altri attraverso se stesso.

inferno xiii 3
Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!» (v. 118)

Dante è ancora intento ad ascoltare le parole di Pier delle Vigne quando sulla scena irrompono le anime di due dannati, inseguiti da nere cagne. Sono il senese Lano e il padovano Iacopo di Sant’Andrea, due celebri scialacquatori, che dissiparono le loro sostanze quasi con perverso compiacimento per la loro rovina. Ora sono destinati a essere lacerati e sbranati dalle cagne. Nella loro disperata e vana corsa i due invocano la morte, che ora può coincidere solo con l’annientamento definitivo.

Le illustrazioni sono di Gustave Doré (1832-1883).

Inferno, Canto XIII

[Canto XIII, ove tratta de l’esenzia del secondo girone ch’è nel settimo circulo, dove punisce coloro ch’ebbero contra sé medesimi violenta mano, ovvero non uccidendo sé ma guastando i loro beni.]

Non era ancor di là Nesso arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da neun sentiero era segnato.

Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti;
non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.

Non han sì aspri sterpi né sì folti
quelle fiere selvagge che ‘n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.

Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno.

Ali hanno late, e colli e visi umani,
piè con artigli, e pennuto ‘l gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani.

E ‘l buon maestro «Prima che più entre,
sappi che se’ nel secondo girone»,
mi cominciò a dire, «e sarai mentre

che tu verrai ne l’orribil sabbione.
Però riguarda ben; sì vederai
cose che torrien fede al mio sermone».

Io sentia d’ogne parte trarre guai
e non vedea persona che ‘l facesse;
per ch’io tutto smarrito m’arrestai.

Cred’ ïo ch’ei credette ch’io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
da gente che per noi si nascondesse.

Però disse ‘l maestro: «Se tu tronchi
qualche fraschetta d’una d’este piante,
li pensier c’hai si faran tutti monchi».

Allor porsi la mano un poco avante
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e ‘l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».

Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb’ esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi».

Come d’un stizzo verde ch’arso sia
da l’un de’ capi, che da l’altro geme
e cigola per vento che va via,

sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond’ io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme.

«S’elli avesse potuto creder prima»,
rispuose ‘l savio mio, «anima lesa,
ciò c’ha veduto pur con la mia rima,

non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.

Ma dilli chi tu fosti, sì che ‘n vece
d’alcun’ ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo sù, dove tornar li lece».

E ‘l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi,
ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi
perch’ ïo un poco a ragionar m’inveschi.

Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì soavi,

che dal secreto suo quasi ogn’ uom tolsi;
fede portai al glorïoso offizio,
tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ‘ polsi.

La meretrice che mai da l’ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio,

infiammò contra me li animi tutti;
e li ‘nfiammati infiammar sì Augusto,
che ‘ lieti onor tornaro in tristi lutti.

L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.

Per le nove radici d’esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d’onor sì degno.

E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che ‘nvidia le diede».

Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace»,
disse ‘l poeta a me, «non perder l’ora;
ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».

Ond’ ïo a lui: «Domandal tu ancora
di quel che credi ch’a me satisfaccia;
ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora».

Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia
liberamente ciò che ‘l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor ti piaccia

di dirne come l’anima si lega
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s’alcuna mai di tai membra si spiega».

Allor soffiò il tronco forte, e poi
si convertì quel vento in cotal voce:
«Brievemente sarà risposto a voi.

Quando si parte l’anima feroce
dal corpo ond’ ella stessa s’è disvelta,
Minòs la manda a la settima foce.

Cade in la selva, e non l’è parte scelta;
ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta.

Surge in vermena e in pianta silvestra:
l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al dolor fenestra.

Come l’altre verrem per nostre spoglie,
ma non però ch’alcuna sen rivesta,
ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.

Qui le strascineremo, e per la mesta
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l’ombra sua molesta».

Noi eravamo ancora al tronco attesi,
credendo ch’altro ne volesse dire,
quando noi fummo d’un romor sorpresi,

similemente a colui che venire
sente ‘l porco e la caccia a la sua posta,
ch’ode le bestie, e le frasche stormire.

Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogne rosta.

Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».
E l’altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: «Lano, sì non furo accorte

le gambe tue a le giostre dal Toppo!».
E poi che forse li fallia la lena,
di sé e d’un cespuglio fece un groppo.

Di rietro a loro era la selva piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch’uscisser di catena.

In quel che s’appiattò miser li denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti.

Presemi allor la mia scorta per mano,
e menommi al cespuglio che piangea
per le rotture sanguinenti in vano.

«O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,
che t’è giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita rea?».

Quando ‘l maestro fu sovr’ esso fermo,
disse: «Chi fosti, che per tante punte
soffi con sangue doloroso sermo?».

Ed elli a noi: «O anime che giunte
siete a veder lo strazio disonesto
c’ha le mie fronde sì da me disgiunte,

raccoglietele al piè del tristo cesto.
I’ fui de la città che nel Batista
mutò ‘l primo padrone; ond’ ei per questo

sempre con l’arte sua la farà trista;
e se non fosse che ‘n sul passo d’Arno
rimane ancor di lui alcuna vista,

que’ cittadin che poi la rifondarno
sovra ‘l cener che d’Attila rimase,
avrebber fatto lavorare indarno.

Io fei gibetto a me de le mie case».

Dante illustrato – Inferno, Canto XII

e 'n su la punta de la rotta lacca / l'infamïa di Creti era distesa (vv. 11-12)
e ‘n su la punta de la rotta lacca / l’infamïa di Creti era distesa (vv. 11-12)

Per accedere al settimo cerchio occorre discendere un ripido pendio franoso, in cima al quale è disteso il Minotauro, il feroce mostro di Creta nato dal connubio tra una donna e un toro, incarnazione della “matta bestialità” della violenza. Virgilio lo fa infuriare ricordandogli la morte per mano di Teseo, e lui e Dante approfittano dell’accesso d’ira che coglie il mostro per precipitarsi verso la discesa.

e l'un gridò da lungi: «A qual martiro / venite voi che scendete la costa? / Ditel costinci; se non, l'arco tiro» (vv. 61-63)
e l’un gridò da lungi: «A qual martiro / venite voi che scendete la costa? / Ditel costinci; se non, l’arco tiro» (vv. 61-63)

Dall’alto Dante vede un fiume di sangue bollente: è il Flegetonte, il primo dei tre gironi di cui si compone il settimo cerchio. Vi si trovano immersi coloro che commisero violenza contro il prossimo, uccidendo o devastando le cose altrui. A guardia del girone sono altri esseri di duplice natura, i Centauri, metà uomini e metà cavalli, noti soprattutto per la rissosità, ma anche per la saggezza del loro più insigne rappresentante, Chirone, il mitico precettore di Achille. Da lontano i Centauri chiedono a Dante e Virgilio di identificarsi, minacciando di colpirli con arco e frecce, ma sarà poi uno di loro, Nesso, a portarli al di là del fiume infuocato.

Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle (v. 76)
Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle (v. 76)

I dannati sono immersi nel Flegetonte più o meno profondamente a seconda della gravità delle loro violenze. Il castigo più duro colpisce i tiranni, che si accanirono contro i sudditi e i loro averi con straordinaria ferocia e ora sono quasi interamente coperti dal sangue di cui si macchiarono in vita, mentre la condanna più lieve tocca a pirati e predoni che infierirono solo contro le cose altrui: devono tenere solo i piedi nel fiume. Abilissimi arcieri, i Centauri sono pronti a colpire i dannati non appena questi cercano di uscire dal sangue bollente, nel tentativo di alleviare le proprie sofferenze.

Le illustrazioni sono di Gustave Doré (1832-1883).

Inferno, Canto XII

[Canto XII, ove tratta del discendimento nel settimo cerchio d’inferno, e de le pene di quelli che fecero forza in persona de’ tiranni, e qui tratta di Minotauro e del fiume del sangue, e come per uno centauro furono scorti e guidati sicuri oltre il fiume.]

Era lo loco ov’ a scender la riva
venimmo, alpestro e, per quel che v’er’ anco,
tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva.

Qual è quella ruina che nel fianco
di qua da Trento l’Adice percosse,
o per tremoto o per sostegno manco,

che da cima del monte, onde si mosse,
al piano è sì la roccia discoscesa,
ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse:

cotal di quel burrato era la scesa;
e ‘n su la punta de la rotta lacca
l’infamïa di Creti era distesa

che fu concetta ne la falsa vacca;
e quando vide noi, sé stesso morse,
sì come quei cui l’ira dentro fiacca.

Lo savio mio inver’ lui gridò: «Forse
tu credi che qui sia ‘l duca d’Atene,
che sù nel mondo la morte ti porse?

Pàrtiti, bestia, ché questi non vene
ammaestrato da la tua sorella,
ma vassi per veder le vostre pene».

Qual è quel toro che si slaccia in quella
c’ha ricevuto già ‘l colpo mortale,
che gir non sa, ma qua e là saltella,

vid’ io lo Minotauro far cotale;
e quello accorto gridò: «Corri al varco;
mentre ch’e’ ‘nfuria, è buon che tu ti cale».

Così prendemmo via giù per lo scarco
di quelle pietre, che spesso moviensi
sotto i miei piedi per lo novo carco.

Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensi
forse a questa ruina, ch’è guardata
da quell’ ira bestial ch’i’ ora spensi.

Or vo’ che sappi che l’altra fïata
ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,
questa roccia non era ancor cascata.

Ma certo poco pria, se ben discerno,
che venisse colui che la gran preda
levò a Dite del cerchio superno,

da tutte parti l’alta valle feda
tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo
sentisse amor, per lo qual è chi creda

più volte il mondo in caòsso converso;
e in quel punto questa vecchia roccia,
qui e altrove, tal fece riverso.

Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia
la riviera del sangue in la qual bolle
qual che per vïolenza in altrui noccia».

Oh cieca cupidigia e ira folle,
che sì ci sproni ne la vita corta,
e ne l’etterna poi sì mal c’immolle!

Io vidi un’ampia fossa in arco torta,
come quella che tutto ‘l piano abbraccia,
secondo ch’avea detto la mia scorta;

e tra ‘l piè de la ripa ed essa, in traccia
corrien centauri, armati di saette,
come solien nel mondo andare a caccia.

Veggendoci calar, ciascun ristette,
e de la schiera tre si dipartiro
con archi e asticciuole prima elette;

e l’un gridò da lungi: «A qual martiro
venite voi che scendete la costa?
Ditel costinci; se non, l’arco tiro».

Lo mio maestro disse: «La risposta
farem noi a Chirón costà di presso:
mal fu la voglia tua sempre sì tosta».

Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso,
che morì per la bella Deianira,
e fé di sé la vendetta elli stesso.

E quel di mezzo, ch’al petto si mira,
è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;
quell’ altro è Folo, che fu sì pien d’ira.

Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
saettando qual anima si svelle
del sangue più che sua colpa sortille».

Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
Chirón prese uno strale, e con la cocca
fece la barba in dietro a le mascelle.

Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,
disse a’ compagni: «Siete voi accorti
che quel di retro move ciò ch’el tocca?

Così non soglion far li piè d’i morti».
E ‘l mio buon duca, che già li er’ al petto,
dove le due nature son consorti,

rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto
mostrar li mi convien la valle buia;
necessità ‘l ci ‘nduce, e non diletto.

Tal si partì da cantare alleluia
che mi commise quest’ officio novo:
non è ladron, né io anima fuia.

Ma per quella virtù per cu’ io movo
li passi miei per sì selvaggia strada,
danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo,

e che ne mostri là dove si guada,
e che porti costui in su la groppa,
ché non è spirto che per l’aere vada».

Chirón si volse in su la destra poppa,
e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,
e fa cansar s’altra schiera v’intoppa».

Or ci movemmo con la scorta fida
lungo la proda del bollor vermiglio,
dove i bolliti facieno alte strida.

Io vidi gente sotto infino al ciglio;
e ‘l gran centauro disse: «E’ son tiranni
che dier nel sangue e ne l’aver di piglio.

Quivi si piangon li spietati danni;
quivi è Alessandro, e Dïonisio fero
che fé Cicilia aver dolorosi anni.

E quella fronte c’ha ‘l pel così nero,
è Azzolino; e quell’ altro ch’è biondo,
è Opizzo da Esti, il qual per vero

fu spento dal figliastro sù nel mondo».
Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
«Questi ti sia or primo, e io secondo».

Poco più oltre il centauro s’affisse
sovr’ una gente che ‘nfino a la gola
parea che di quel bulicame uscisse.

Mostrocci un’ombra da l’un canto sola,
dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio
lo cor che ‘n su Tamisi ancor si cola».

Poi vidi gente che di fuor del rio
tenean la testa e ancor tutto ‘l casso;
e di costoro assai riconobb’ io.

Così a più a più si facea basso
quel sangue, sì che cocea pur li piedi;
e quindi fu del fosso il nostro passo.

«Sì come tu da questa parte vedi
lo bulicame che sempre si scema»,
disse ‘l centauro, «voglio che tu credi

che da quest’ altra a più a più giù prema
lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge
ove la tirannia convien che gema.

La divina giustizia di qua punge
quell’ Attila che fu flagello in terra,
e Pirro e Sesto; e in etterno munge

le lagrime, che col bollor diserra,
a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
che fecero a le strade tanta guerra».

Poi si rivolse e ripassossi ‘l guazzo.

Dante illustrato – Inferno, Canto XI

ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio / d'un grand' avello ... (vv. 6-7)
ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio / d’un grand’ avello … (vv. 6-7)

Dante e Virgilio sostano accanto all’avello di papa Anastasio, per abituarsi ai fetidi miasmi che salgono dai cerchi sottostanti. La guida ne approfitta per illustrare la struttura dell’Inferno, basta sulla gravità progressiva dei peccati: dopo lussuriosi, golosi, avari, prodighi, iracondi, che non seppero frenare i loro istinti, e dopo gli eretici, incontreranno i colpevoli di violenza e coloro che commettendo le più varie specie di frode hanno pervertito il bene supremo ricevuto da Dio: la ragione.

L’illustrazione è di Gustave Doré (1832-1883).

Inferno, Canto XI

[Canto undecimo, nel quale tratta de’ tre cerchi disotto d’inferno, e distingue de le genti che dentro vi sono punite, e che quivi più che altrove; e solve una questione.]

In su l’estremità d’un’alta ripa
che facevan gran pietre rotte in cerchio,
venimmo sopra più crudele stipa;

e quivi, per l’orribile soperchio
del puzzo che ‘l profondo abisso gitta,
ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio

d’un grand’ avello, ov’ io vidi una scritta
che dicea: ‘Anastasio papa guardo,
lo qual trasse Fotin de la via dritta’.

«Lo nostro scender conviene esser tardo,
sì che s’ausi un poco in prima il senso
al tristo fiato; e poi no i fia riguardo».

Così ‘l maestro; e io «Alcun compenso»,
dissi lui, «trova che ‘l tempo non passi
perduto». Ed elli: «Vedi ch’a ciò penso».

«Figliuol mio, dentro da cotesti sassi»,
cominciò poi a dir, «son tre cerchietti
di grado in grado, come que’ che lassi.

Tutti son pien di spirti maladetti;
ma perché poi ti basti pur la vista,
intendi come e perché son costretti.

D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista,
ingiuria è ‘l fine, ed ogne fin cotale
o con forza o con frode altrui contrista.

Ma perché frode è de l’uom proprio male,
più spiace a Dio; e però stan di sotto
li frodolenti, e più dolor li assale.

Di vïolenti il primo cerchio è tutto;
ma perché si fa forza a tre persone,
in tre gironi è distinto e costrutto.

A Dio, a sé, al prossimo si pòne
far forza, dico in loro e in lor cose,
come udirai con aperta ragione.

Morte per forza e ferute dogliose
nel prossimo si danno, e nel suo avere
ruine, incendi e tollette dannose;

onde omicide e ciascun che mal fiere,
guastatori e predon, tutti tormenta
lo giron primo per diverse schiere.

Puote omo avere in sé man vïolenta
e ne’ suoi beni; e però nel secondo
giron convien che sanza pro si penta

qualunque priva sé del vostro mondo,
biscazza e fonde la sua facultade,
e piange là dov’ esser de’ giocondo.

Puossi far forza ne la deïtade,
col cor negando e bestemmiando quella,
e spregiando natura e sua bontade;

e però lo minor giron suggella
del segno suo e Soddoma e Caorsa
e chi, spregiando Dio col cor, favella.

La frode, ond’ ogne coscïenza è morsa,
può l’omo usare in colui che ‘n lui fida
e in quel che fidanza non imborsa.

Questo modo di retro par ch’incida
pur lo vinco d’amor che fa natura;
onde nel cerchio secondo s’annida

ipocresia, lusinghe e chi affattura,
falsità, ladroneccio e simonia,
ruffian, baratti e simile lordura.

Per l’altro modo quell’ amor s’oblia
che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,
di che la fede spezïal si cria;

onde nel cerchio minore, ov’ è ‘l punto
de l’universo in su che Dite siede,
qualunque trade in etterno è consunto».

E io: «Maestro, assai chiara procede
la tua ragione, e assai ben distingue
questo baràtro e ‘l popol ch’e’ possiede.

Ma dimmi: quei de la palude pingue,
che mena il vento, e che batte la pioggia,
e che s’incontran con sì aspre lingue,

perché non dentro da la città roggia
sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
e se non li ha, perché sono a tal foggia?».

Ed elli a me «Perché tanto delira»,
disse, «lo ‘ngegno tuo da quel che sòle?
o ver la mente dove altrove mira?

Non ti rimembra di quelle parole
con le quai la tua Etica pertratta
le tre disposizion che ‘l ciel non vole,

incontenenza, malizia e la matta
bestialitade? e come incontenenza
men Dio offende e men biasimo accatta?

Se tu riguardi ben questa sentenza,
e rechiti a la mente chi son quelli
che sù di fuor sostegnon penitenza,

tu vedrai ben perché da questi felli
sien dipartiti, e perché men crucciata
la divina vendetta li martelli».

«O sol che sani ogne vista turbata,
tu mi contenti sì quando tu solvi,
che, non men che saver, dubbiar m’aggrata.

Ancora in dietro un poco ti rivolvi»,
diss’ io, «là dove di’ ch’usura offende
la divina bontade, e ‘l groppo solvi».

«Filosofia», mi disse, «a chi la ‘ntende,
nota, non pure in una sola parte,
come natura lo suo corso prende

dal divino ‘ntelletto e da sua arte;
e se tu ben la tua Fisica note,
tu troverai, non dopo molte carte,

che l’arte vostra quella, quanto pote,
segue, come ‘l maestro fa ‘l discente;
sì che vostr’ arte a Dio quasi è nepote.

Da queste due, se tu ti rechi a mente
lo Genesì dal principio, convene
prender sua vita e avanzar la gente;

e perché l’usuriere altra via tene,
per sé natura e per la sua seguace
dispregia, poi ch’in altro pon la spene.

Ma seguimi oramai che ‘l gir mi piace;
ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta,
e ‘l Carro tutto sovra ‘l Coro giace,

e ‘l balzo via là oltra si dismonta».

Dante illustrato – Inferno, Canto X

guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso, / mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?» (vv. 41-42)
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso, / mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?» (vv. 41-42)

Tra gli epicurei Dante incontra Farinata degli Uberti, grande capo ghibellino che, levatosi in piedi, sembra quasi ostentare il proprio disprezzo per l’Inferno stesso. Tra i due, di opposte fazioni, nasce un confronto sulla storia di Firenze che, dopo una breve interruzione da parte di Cavalcante de’ Cavalcanti, padre del poeta Guido Cavalcanti, si conclude con una profezia di Farinata: nel giro di quattro anni Dante scoprirà a proprie spese quanto sia difficile l’arte di tornare in patria dall’esilio.

L’illustrazione è di Gustave Doré (1832-1883).

Inferno, Canto X

[Canto decimo, ove tratta del sesto cerchio de l’inferno e de la pena de li eretici, e in forma d’indovinare in persona di messer Farinata predice molte cose e di quelle che avvennero a Dante, e solve una questione.]

Ora sen va per un secreto calle,
tra ‘l muro de la terra e li martìri,
lo mio maestro, e io dopo le spalle.

«O virtù somma, che per li empi giri
mi volvi», cominciai, «com’ a te piace,
parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.

La gente che per li sepolcri giace
potrebbesi veder? già son levati
tutt’ i coperchi, e nessun guardia face».

E quelli a me: «Tutti saran serrati
quando di Iosafàt qui torneranno
coi corpi che là sù hanno lasciati.

Suo cimitero da questa parte hanno
con Epicuro tutti suoi seguaci,
che l’anima col corpo morta fanno.

Però a la dimanda che mi faci
quinc’ entro satisfatto sarà tosto,
e al disio ancor che tu mi taci».

E io: «Buon duca, non tegno riposto
a te mio cuor se non per dicer poco,
e tu m’hai non pur mo a ciò disposto».

«O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.

La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patrïa natio,
a la qual forse fui troppo molesto».

Subitamente questo suono uscìo
d’una de l’arche; però m’accostai,
temendo, un poco più al duca mio.

Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?
Vedi là Farinata che s’è dritto:
da la cintola in sù tutto ‘l vedrai».

Io avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s’ergea col petto e con la fronte
com’ avesse l’inferno a gran dispitto.

E l’animose man del duca e pronte
mi pinser tra le sepulture a lui,
dicendo: «Le parole tue sien conte».

Com’ io al piè de la sua tomba fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».

Io ch’era d’ubidir disideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel’ apersi;
ond’ ei levò le ciglia un poco in suso;

poi disse: «Fieramente furo avversi
a me e a miei primi e a mia parte,
sì che per due fïate li dispersi».

«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,
rispuos’ io lui, «l’una e l’altra fïata;
ma i vostri non appreser ben quell’ arte».

Allor surse a la vista scoperchiata
un’ombra, lungo questa, infino al mento:
credo che s’era in ginocchie levata.

Dintorno mi guardò, come talento
avesse di veder s’altri era meco;
e poi che ‘l sospecciar fu tutto spento,

piangendo disse: «Se per questo cieco
carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’ è? e perché non è teco?».

E io a lui: «Da me stesso non vegno:
colui ch’attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».

Le sue parole e ‘l modo de la pena
m’avean di costui già letto il nome;
però fu la risposta così piena.

Di sùbito drizzato gridò: «Come?
dicesti “elli ebbe”? non viv’ elli ancora?
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».

Quando s’accorse d’alcuna dimora
ch’io facëa dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve fora.

Ma quell’ altro magnanimo, a cui posta
restato m’era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua costa;

e sé continüando al primo detto,
«S’elli han quell’ arte», disse, «male appresa,
ciò mi tormenta più che questo letto.

Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell’ arte pesa.

E se tu mai nel dolce mondo regge,
dimmi: perché quel popolo è sì empio
incontr’ a’ miei in ciascuna sua legge?».

Ond’ io a lui: «Lo strazio e ‘l grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio».

Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,
«A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo
sanza cagion con li altri sarei mosso.

Ma fu’ io solo, là dove sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto».

«Deh, se riposi mai vostra semenza»,
prega’ io lui, «solvetemi quel nodo
che qui ha ‘nviluppata mia sentenza.

El par che voi veggiate, se ben odo,
dinanzi quel che ‘l tempo seco adduce,
e nel presente tenete altro modo».

«Noi veggiam, come quei c’ha mala luce,
le cose», disse, «che ne son lontano;
cotanto ancor ne splende il sommo duce.

Quando s’appressano o son, tutto è vano
nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,
nulla sapem di vostro stato umano.

Però comprender puoi che tutta morta
fia nostra conoscenza da quel punto
che del futuro fia chiusa la porta».

Allor, come di mia colpa compunto,
dissi: «Or direte dunque a quel caduto
che ‘l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;

e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,
fate i saper che ‘l fei perché pensava
già ne l’error che m’avete soluto».

E già ‘l maestro mio mi richiamava;
per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio
che mi dicesse chi con lu’ istava.

Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:
qua dentro è ‘l secondo Federico
e ‘l Cardinale; e de li altri mi taccio».

Indi s’ascose; e io inver’ l’antico
poeta volsi i passi, ripensando
a quel parlar che mi parea nemico.

Elli si mosse; e poi, così andando,
mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?».
E io li sodisfeci al suo dimando.

«La mente tua conservi quel ch’udito
hai contra te», mi comandò quel saggio;
«e ora attendi qui», e drizzò ‘l dito:

«quando sarai dinanzi al dolce raggio
di quella il cui bell’ occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita il vïaggio».

Appresso mosse a man sinistra il piede:
lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo
per un sentier ch’a una valle fiede,

che ‘nfin là sù facea spiacer suo lezzo.